Di Carlo di Stanislao
”La parola umana è come un calderone fessurato su cui battiamo melodie da far ballare gli orsi, mentre vorremmo commuovere le stelle.”
— Gustave Flaubert
L’apocalisse silenziosa: da Carlo Petrini all’automa digitale
La recente scomparsa di Carlo Petrini non è soltanto la perdita di un uomo che ha vissuto a fondo, lasciando un’eredità feconda; è un evento che impone un pensare radicale, un arresto nel flusso indistinto del quotidiano. Il lavoro compiuto da Petrini è stato quello dell’apocalittico e del profeta: una risposta drastica e ostinata al nichilismo del “così va il mondo”. Quando fondò l’Arca del Gusto, poi divenuta l’asse portante dei “Presìdi Slow Food”, la sua non era una semplice operazione gastronomica, bensì un’azione di resistenza culturale. Si trattava di salvare le produzioni locali, uniche e singolari, dalla sterilizzazione dell’agricoltura industriale. Era della difesa della diversità biologica e umana contro l’omologazione del mercato.
Tuttavia, poiché non di solo pane vive l’uomo, oggi avvertiamo l’urgenza di traslare quel medesimo modello in un ambito ancor più intimo e fondativo. È necessario istituire, con ostinazione triplicata, i “presìdi del linguaggio” e i “rifugi della poesia”.
Il linguaggio corrente è cinto d’assedio. Da un lato, l’avvilimento operato dalle intelligenze artificiali generative; dall’altro, l’onnipervasività dei social network. Entrambi ci stanno avviando verso una specie di rincretinimento collettivo che estirpa le radici del verbo e, di conseguenza, dell’essere umano. Il linguaggio non è un mero strumento di trasmissione dati; è la nostra carta d’identità spirituale, il punto nudo del nostro stare sulla terra. È il luogo dell’assoluto mio, dell’assoluto no, del sì originario all’essere. Quando ce l’avranno sottratto del tutto, sostituendolo con frasi predittive e formule di cortesia standardizzate, saremo semplicemente morti-in-vita. Automi che credono di scegliere, ma che in realtà ubbidiscono a un codice binario.
Contro la sovrapproduzione libraria, contro il monopolio di un’industria editoriale che premia chi vende invece di chi vale e che predilige il banale al proteiforme, dobbiamo opporre luoghi in cui le intelligenze artificiali siano messe al bando. Comunità aliene ai social, spazi in cui si producono libri in copia 1, scritti a mano, dove sprofondare negli ignoti della parola per ritrovare un’antica e sempre nuova radicalità.
Il fuoco primordiale: la fiamma come misura dell’oscurità
Per comprendere la natura profonda di questa resistenza, occorre fare un salto all’indietro di 14000 anni, nell’epoca remota del Paleolitico. Una ricerca scientifica destinata a comparire sulla rivista Quaternary International (Volume 772, 1 agosto 2026) svela un dettaglio straordinario della nostra preistoria: nella Grotta della Bàsura, a Toirano in Liguria, gli esseri umani si facevano strada tra oscuri cunicoli utilizzando torce occasionali, sapientemente ideate intrecciando rami di pino. Secondo le stime degli archeologi dell’Università di Pisa, per percorrere quel tragitto buio erano necessarie circa 20 torce lunghe 30 centimetri. In quella stessa grotta, impronte fossili testimoniano la presenza antichissima di un cane o di un lupo addestrato, compagno dell’uomo nell’esplorazione del profondo.
C’è un’analogia potente tra quegli uomini preistorici e i poeti odierni. Pensare alla cura con cui i nostri antenati hanno intrecciato la torcia significa riconoscere nella fiamma l’unità di misura dell’oscurità. Il fuoco crea lettere ellittiche nello spazio roccioso; le pareti della caverna diventano le prime pagine di un libro di pietra.
Il linguaggio brama di sorgere proprio lì dove il buio è più fitto. L’umanità estorce rivelazioni ovunque e imprime il suo essere con lettere di fuoco. Le grotte del passato sono le grotte del linguaggio di oggi: rifugi sotterranei dove la parola si protegge dal gelo dell’ovvietà.
Il falso realismo politico e la cecità della forza
Questo oscuramento del linguaggio e della memoria si riflette tragicamente sulla scena geopolitica contemporanea. Nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”, Papa Leone XIV lancia un grido d’allarme contro quello che definisce un presunto “realismo politico”. Viviamo in un tempo di profonda cecità spirituale e culturale, in cui un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria storica, illudendosi che le atrocità del XX secolo siano relegate al passato e impossibilitate a ripetersi.
Oggi, la logica della Realpolitik tenta di normalizzare la guerra, presentandola come una componente ineluttabile della natura umana. Si assiste a un aumento ipertrofico delle spese militari persino nel Sud globale, a discapito di sanità, istruzione e servizi sociali, giustificando il tutto dietro la dottrina della deterrenza. Rispetto al vecchio scenario bipolare della Guerra fredda, l’attuale frammentazione dei fronti genera conflitti asimmetrici e “ibridi”, combattuti non solo sul terreno ma anche tramite la disinformazione informatica, la manipolazione mediatica e la costruzione sistematica della paura.
Il Papa denuncia questo nichilismo che ridicolizza il dialogo e qualifica la pace come un’utopia ingenua. Al contrario, la pace è l’unica opzione autenticamente razionale. Quando una cultura normalizza il conflitto e persuade le masse che “nulla è veramente vero”, la miccia dell’intolleranza si accende nel cuore stesso delle persone. In questo scenario, una responsabilità immensa grava sul mondo della ricerca, dell’università e delle tecnologie: scienziati e sviluppatori non possono considerarsi moralmente neutri di fronte alle sperimentazioni, incluse quelle sull’intelligenza artificiale, che rischiano di cooperare a progetti di manipolazione e dominio. La risposta cristiana e umanistica non si ferma alla denuncia: crede nella forza silenziosa del bene che germoglia anche nella notte più buia della storia.
Il linguaggio dell’estasi: dalla trance di Paolo al diario di Veronica Giuliani
Se la politica si è ridotta a cinico calcolo, qual è allora il compito della scrittura e della poesia? La risposta risiede in un’archeologia del sacro e del verbo. Nella sua seconda lettera ai Corinzi, al capitolo 12, l’apostolo Paolo racconta di essere stato rapito fino al terzo cielo, in Paradiso, e di aver udito parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. Nei capitoli da 12 a 14 della prima lettera, egli opera una rivoluzione linguistica drammatica nella terra del logos. Egli distingue la “profezia”, ovvero il linguaggio chiaro a edificazione della comunità, dalla “glossolalia”, che rappresenta la lingua degli angeli, l’idioletto incomprensibile dell’estasi.
Il cristianesimo delle origini era instabile, sciamanico, basato sull’uscire fuori di sé per entrare in contatto con il numinoso. Come ricorda il filologo Angelo Tonelli, la capacità profetica nasce da una condizione di trance che trascende i limiti dell’ego per aprire un varco verso l’Assoluto.
Un esempio folgorante di questo agone nel linguaggio è rappresentato da Veronica Giuliani. Nata il 27 dicembre del 1660 a Mercatello sul Metauro, segregata e umiliata fin dal 1697 e poi con più durezza nel 1714 dal Sant’Uffizio, Veronica era una donna che imparò a scrivere scrivendo, sotto l’obbligo dei suoi confessori a partire dal 1693. Da quella tortura interiore nacque un diario monumentale di oltre 22000 pagine. Scriveva solo di notte, in posizioni disagiate, nel coniugio del buio esteriore con le tenebre dell’anima, fino alla morte avvenuta nel luglio del 1727.
Per dire l’indicibile, la Giuliani è costretta a inventare parole, a violentare la sintassi:
”…perché Idio più si fa sentire e intende, meno si sente e si cape. Più si cape meno si cape, più s’intende men s’intende; ci fa scordare di tutto.”
Il suo diario è un petroglifo moderno, una straordinaria cancellatura in cui la mistica ripete ossessivamente che dice e ridice senza dire niente. Questo è il paradosso della vera letteratura: mettere a repentaglio il linguaggio, rapinarlo del senso comune per fecondare il divino niente.
Conclusione: abitare la tenda, indossare l’arco
L’unico compito rimasto alla poesia contemporanea, svestita delle corazze accademiche e delle convenzioni commerciali, è quello di tornare a dire le parole indicibili. Tutto il resto è didattica del verbo, bieco conforto, intrattenimento per pascere il mercato.
Dobbiamo ritornare all’antichità dei poeti nuovi, a una scrittura che sia esagerazione dell’individualità, sapienza e disinganno. In questa resistenza silenziosa contro l’omologazione imperante, ci sostiene un’alleanza sotterranea e invisibile, una certezza intima che supera le distanze dello spazio e del tempo: io so che in questo momento da qualche parte uno che non conosco sta scrivendo qualcosa di cui non sapevo di aver bisogno fino a quando non l’avrò letto.
Come un manipolo di ribelli che rifiuta l’applauso della letteratura industriale, siamo chiamati ad abitare la tenda e a indossare l’arco. I libri stampati nelle prime 100 copie numerate a mano, l’ascolto del silenzio, il magistero della dissipazione di sé: sono queste le torce con cui oggi possiamo, e dobbiamo, illuminare le grotte oscure del nostro presente. Perché, come scrive il poeta José Tolentino de Mendonça, forse l’oscurità completa non è mai esistita e, nei momenti decisivi, attraverso un varco torna a noi l’ignoto.
PH : “INAD”
pietra bianca, 2025 — Alfredo Verdile
Scolpire il contrario
per non scolpire il vero.
Un volto sommerso di petali ?
o sono mani che trattengono?
o ali che non possono partire?
La pietra sa .
L’amore che non ha diritto di esistere
esiste in essa .
Solo lì è eterno.
Solo lì non tradisce nessuno.
Custodito
( Daniela Piesco)
