L’ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco

In Italia non esistono più le carriere separate: esistono le carriere reversibili. La toga non è un abito istituzionale, è diventata un capo antipiega: la appendi per ventitré anni nell’armadio della politica, la riprendi quando serve, le dai una spolverata e qualcuno deve pure fingere che vesta ancora come il primo giorno.

Il punto, infatti, non è Benevento. Benevento è solo la geografia di una rimozione. Il punto è che un Paese serio dovrebbe chiedersi se sia normale che un magistrato possa passare un’intera generazione dentro la politica, diventare sindaco, governatore, leader di corrente, candidato alla segreteria del Pd, e poi riaffacciarsi alla giurisdizione come se avesse lasciato la scrivania per la pausa caffè. La legge, in questo caso, glielo consente. Ed è precisamente questo lo scandalo: non l’eccezione, ma la regola che ancora la permette.

C’è poi il dettaglio che in un editoriale vale più di una metafora: la destra che da anni campa denunciando le “toghe rosse” oggi si ritrova, per convenienza o per contrappasso, a sponsorizzare il rientro in ruolo del magistrato politicamente più riconoscibile del centrosinistra meridionale. È una scena che neppure la satira osa scrivere così, per paura di sembrare pigra. Il garantismo da talk show, appena entra nei corridoi del potere, diventa gestione del personale.

Emiliano, va detto, non è il solo imputato morale di questa storia. Il problema è il sistema adulto che si comporta da adolescente e chiama “soluzione tecnica” ciò che è chiaramente una trattativa reputazionale. Prima si prova a tenerlo fuori dalla toga con un incarico in Regione. Bocciato. Poi si cerca una consulenza parlamentare. In bilico. Infine spunta il ritorno in magistratura, purché lontano da casa e possibilmente in una sede che renda il tutto formalmente accettabile. Non è amministrazione della giustizia: è logistica dell’imbarazzo.

La verità è più semplice e più spiacevole: in Italia le istituzioni non si limitano a esercitare il potere, lo custodiscono come un vitalizio simbolico. La magistratura non appare come un ordine da cui si esce davvero quando si entra nella lotta politica; appare come una casa madre che, in caso di necessità, può sempre riaccogliere i suoi. È questa elasticità corporativa a corrodere la fiducia pubblica molto più di mille comizi contro i giudici politicizzati.

E qui casca la retorica di tutti. Di chi dice: “Se la legge lo consente, dov’è il problema?”. Il problema è che non tutto ciò che è legale è igienico per la credibilità delle istituzioni. Un giudice non è un impiegato che rientra dal distacco in altra sede. Un magistrato che ha passato due decenni a fare pienamente politica non torna neutro per decreto, non ridiventa terzo per procedura, non riacquista automaticamente l’apparenza di imparzialità perché un verbale lo scrive in burocratese. Lo aveva riconosciuto, paradossalmente, anche lo stesso Emiliano, osservando che l’attuale normativa nasce proprio per evitare danni all’indipendenza e all’immagine di imparzialità della magistratura, pur non essendo applicabile al suo caso.

E allora il punto politico, quello vero, è uno soltanto: se la legge arriva tardi, dovrebbe arrivare prima il pudore. Dovrebbe averlo Emiliano, evitando di trattare la magistratura come una clausola di salvaguardia biografica. Dovrebbe averlo il Pd, che non può denunciare l’occupazione delle istituzioni e poi vivere le istituzioni come un sistema di parcheggi reciproci. Dovrebbe averlo la destra, che non può urlare ogni giorno contro le correnti e poi usare il Csm come un teatro di convenienze tattiche.

Benevento, in questa storia, rischia di fare la parte che in Italia tocca sempre alle città di provincia: non luogo di giustizia, ma luogo di smaltimento. Come se bastasse spostare il caso lontano dai riflettori per ridurlo di gravità. Ma il problema non cambia indirizzo con il cap. Se un ritorno in toga è inopportuno a Bari, lo è anche a Benevento. Se è giusto in linea di principio, allora lo si dica apertamente e lo si difenda senza contorsioni. Quello che non regge più è la commedia dei distinguo: tecnicamente sì, simbolicamente no, politicamente forse, eticamente vedremo.

Il guaio non è che Michele Emiliano possa tornare giudice. Il guaio è che la Repubblica continui a non capire quanto costi, in termini di autorevolezza, consentire che il confine tra toga e consenso venga attraversato come una porta antipanico. Sempre chiusa nei discorsi. Sempre aperta nelle emergenze dei potenti.

 

 

ph wikipedia

 

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