L‘ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco
Il 2 giugno non andrebbe celebrato come un compleanno: andrebbe usato come una perizia. Nel 1946 la Repubblica non nacque da un’ovazione, ma da una scelta precisa e imperfetta: 12.718.641 voti per la Repubblica contro 10.718.502 per la Monarchia, con un’affluenza dell’89,08%. Non fu un plebiscito; fu una decisione seria, quasi aspra, presa da un Paese uscito dalla guerra e dalla dittatura. Proprio per questo conta ancora: la Repubblica italiana non nasce dall’unanimità, nasce dal conflitto regolato.
C’è poi un fatto che da solo basta a togliere ogni retorica: la Repubblica coincide con l’ingresso politico delle donne nella nazione. Il diritto di voto fu riconosciuto alle donne il 1° febbraio 1945; nel 1946 arrivarono l’eleggibilità ai consigli comunali e poi all’Assemblea Costituente. Dunque la Repubblica non è soltanto il passaggio da re a presidente: è il momento in cui l’Italia smette, almeno in diritto, di essere una cittadinanza mutilata. Se dimentichiamo questo, celebriamo una data e tradiamo il suo significato.
Esiste ancora una Repubblica? Sì, ma non basta dirlo in parata. Esiste finché reggono i suoi dispositivi concreti: voto, legalità, libertà dell’informazione, giustizia accessibile, amministrazione non predatoria. E qui le cifre obbligano alla sobrietà. Se nel 1946 andò a votare l’89,08% degli elettori, alle politiche del 2022 l’affluenza per la Camera è scesa al 63,91%: non è solo stanchezza, è un raffreddamento del patto civico. Nello stesso tempo, il rapporto europeo sullo stato di diritto 2025 riconosce progressi nelle riforme e nell’indipendenza del regolatore dei media, ma segnala processi ancora troppo lunghi, lacune su lobbying e conflitti di interesse, pressioni e intimidazioni verso i giornalisti. E l’Italia nel CPI 2025 di Transparency International è a 53 su 100, un punto in meno rispetto al 2024: non un crollo, ma neppure un’assoluzione.
Dunque, è ancora il caso di festeggiarla? Sì, ma con la severità che si deve alle cose vive. Non si festegia la Repubblica perché è innocente; la si festeggia perché è correggibile. La monarchia prometteva continuità; la Repubblica pretende manutenzione. La differenza è tutta qui: una chiede fedeltà, l’altra chiede vigilanza. Se oggi c’è uno squilibrio, non è tra destra e sinistra, tra governo e opposizione: è tra la complessità del Paese reale e la povertà morale con cui spesso lo amministriamo. L’Italia, quando è grande, non è enfatica: è esatta. Il miglior omaggio al 2 giugno non è dire “siamo una Repubblica”. È meritare, almeno per un altro anno, di poterlo dire.
Dunque sì, la Repubblica va ancora festeggiata, ma come si onora qualcosa di incompiuto e fragile, non come si applaude un monumento. Ottant’anni dopo, il suo vero anniversario non è nelle bandiere, ma nella coscienza: nella giustizia che sappiamo pretendere, nella verità che sappiamo reggere, nella dignità pubblica che non dobbiamo lasciare marcire. Per questo il 2 giugno non dovrebbe chiederci consenso, ma memoria e responsabilità. E qui la letteratura smette di essere abbellimento e torna a essere comando morale: “Meditate che questo è stato.” Se non sapremo meditare davvero ciò che l’Italia è stata, non sapremo neppure difendere ciò che la Repubblica può ancora essere.
Ph pixabay senza royality
