Primo: su una cosa bisogna essere netti. Se un giornalista viene rimosso mentre è sotto tutela, la solidarietà professionale è dovuta. E sulle minacce non si può giocare di fantasia: al momento non c’è una prova pubblica che siano “inventate”; al contrario, più fonti riferiscono che la tutela è stata disposta dalla questura di Milano dopo minacce considerate serie e concrete, legate agli editoriali sui due anarchici morti a Roma. Quindi per quanto mi riguarda è corretto non santificare Sechi, ma neppure liquidare la vicenda come falsa senza elementi.

Secondo: essere minacciati non assolve automaticamente il proprio giornalismo. Sechi nel suo editoriale usa la “libertà di stampa” in modo difensivo e autobiografico: come se il fatto di essere colpito rendesse vero o nobile ciò che ha scritto negli anni. Non funziona così. La libertà di stampa non è il diritto del direttore di sentirsi eroe; è la capacità di una testata di disturbare davvero il potere economico, politico e proprietario. E Sechi, per storia recente e postura pubblica, ha incarnato molto più il giornalismo di prossimità al potere che il giornalismo di controllo del potere. Il problema non è morale, è professionale: quando confondi linea editoriale, fedeltà di campo e autonomia critica, poi scopri troppo tardi che l’editore ti considera un dirigente revocabile, non una coscienza indipendente.

Terzo: la vera fotografia impietosa non è di Sechi, ma del sistema Libero –Angelucci. Quando una proprietà editoriale usa i giornali come prolungamento del proprio peso politico e relazionale, la retorica sulla libertà di stampa suona falsa in partenza. Le ricostruzioni uscite dopo il licenziamento parlano di dissidi pregressi e di risultati deludenti nelle copie; cioè il solito miscuglio italiano di linea, convenienza e comando proprietario. Non informazione come bene pubblico, ma giornale come leva di influenza.

E qui sta il nocciolo:

Libero non appare vittima del potere, appare una sua articolazione. E Sechi, che oggi ne denuncia la brutalità, per molto tempo ne è stato un interprete perfettamente funzionale.

La riflessione seria, allora, è questa: si può difendere Sechi come collega minacciato ma allo stesso tempo si può criticarlo duramente come modello di giornalismo. Anzi, bisogna farlo. Perché la libertà di stampa non si misura quando un direttore cade in disgrazia presso il suo editore; si misura prima, quando decide se fare da cane da guardia o da maggiordomo. E in questa storia, più che un martire della libertà, io vedo un professionista che ha scoperto sulla propria pelle la differenza tra servire il potere e essere libero dal potere.

Tanto dovevo
Daniela Piesco

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