Tra eccellenze cliniche e deficit sistemici: una lettura integrale, non di parte
Il report del Piano Nazionale Esiti 2024, elaborato da Agenas sull’Azienda Ospedaliera “San Pio” di Benevento, ha prodotto in pochi giorni due narrazioni inconciliabili. Il sindaco Clemente Mastella ha parlato di “reparti di eccellenza” e liquidato le voci critiche come “narrazioni sfasciste a tinte cupe”. L’associazione Benevento Domani e il consigliere regionale Fernando Errico, di Forza Italia, hanno invece denunciato criticità strutturali gravi. Chi ha ragione? Entrambi, parzialmente. Ed è proprio questa parzialità il problema.
Il Piano Nazionale Esiti è considerato il metro statistico più affidabile per la misurazione della qualità ospedaliera in Italia. I suoi dati — riferiti all’intero 2024, elaborati nel 2025 — non si prestano a letture selettive senza tradirne il senso complessivo. Eppure è esattamente quello che è successo: ciascuno ha preso la porzione che serviva alla propria narrativa e ha lasciato il resto nel cassetto.
Partiamo dalle eccellenze, che esistono e sono documentate. La cardiologia guidata da Marino Scherillo, la neurochirurgia di Giovanni Parbonetti, la chirurgia di urgenza di Gennaro Maurizio Buonanno e l’oncologia medica di Antonio Maria Grimaldi sono riconosciute come eccellenze regionali ed extra-regionali, con qualità sanitaria oggettiva e volumi di attività elevati. La cardiologia in particolare è costretta a fare supplenza per la carenza di altre strutture di riferimento sul territorio. Ma la competenza non si esaurisce in questi quattro reparti: la collocazione in fasce medie in altre aree cliniche testimonia una professionalità diffusa, che va riconosciuta senza essere usata come scudo contro qualsiasi critica al sistema. Medici bravi, quindi. Questo non è in discussione, e chi lo nega sbaglia.
Ma il rapporto dice altro, e quel resto non si può ignorare.
La mortalità a 30 giorni per infarto miocardico acuto al San Pio è del 12,30%, quasi il doppio della media nazionale che si attesta tra il 6 e il 7%. Per l’ictus ischemico si arriva al 13,22% contro il 9,16% nazionale: quarantacinque punti percentuali in più. Per la chirurgia del colon il dato è ancora più allarmante: 13,29% di mortalità post-operatoria, contro una media italiana che si aggira intorno al 3,3% — quasi quattro volte tanto. Questi numeri non sono interpretabili, non ammettono sfumature retoriche. Sono dati clinici, misurabili e verificabili.
Sul piano economico, il quadro è altrettanto problematico. Il costo del personale raggiunge il 56% del valore della produzione: un primato negativo a livello regionale. Il costo medio per giornata di degenza acuta pesata per complessità è di 721 euro. E a fronte di una produzione sanitaria 2024 di 54,7 milioni di euro, i costi di gestione superano i 171,9 milioni. Il San Pio risulta inoltre tra gli ultimi ospedali del suo cluster , quello fino a 700 posti letto , per numero medio di interventi per sala operatoria pesati per complessità, per indice comparativo di performance, per tempi di attesa nel rapporto entrate/dimesse dal Pronto Soccorso, per le percentuali di intervento sui tumori di mammella, colon e polmone entro 30 giorni dalla prenotazione, e per le protesi d’anca entro 180 giorni. Tutto questo in una regione che è già tra le ultime in Italia per qualità e quantità delle prestazioni sanitarie erogate.
Vale allora la pena verificare, affermazione per affermazione, cosa regge e cosa no. Che il San Pio abbia reparti di eccellenza è vero: cardiologia, neurochirurgia, chirurgia di urgenza e oncologia lo dimostrano. Che non esistano problemi strutturali è falso: i dati di mortalità che si attestano tra il doppio e il quadruplo della media nazionale non lasciano spazio a smentite. Che i dati Agenas siano complessivamente positivi è falso: il San Pio risulta tra gli ultimi nel suo cluster per troppi indicatori simultaneamente. Che i medici siano competenti ma il sistema fallisca è vero, ed è la lettura più onesta disponibile. Che sia necessario leggere i dati nella loro interezza è vero, ed è esattamente quello che le narrazioni politiche di questi giorni non hanno fatto.
La chiave di lettura più lucida la offre proprio Errico, quando afferma che i dati dimostrano la presenza di medici eccellenti e operatori instancabili che continuano a garantire servizi essenziali nonostante enormi difficoltà organizzative. Il problema, quindi, non è la competenza delle persone. È il sistema dentro cui operano.
E il sistema ha fallimenti precisi, non generici. Sul piano organizzativo: bassi volumi operativi, basso utilizzo delle sale operatorie, scarsa complessità media degli interventi. Sul piano economico: un costo medio per giornata di degenza di 721 euro e una produzione sanitaria del tutto insufficiente rispetto ai costi. Sul piano territoriale: la mancata riattivazione del Presidio Sant’Alfonso di Sant’Agata dei Goti, che continua ad alimentare il sovraffollamento del Pronto Soccorso del San Pio. Sul piano della governance: la cancellazione dell’ARSAN nel 2019, con il trasferimento delle funzioni a Soresa, ha svuotato la programmazione territoriale senza produrre risultati apprezzabili. Ai tempi di attesa si aggiungono ritardi negli interventi oncologici e tempi alti al Pronto Soccorso, che non sono dati accettabili in nessun contesto.
C’è poi un caso specifico che merita attenzione. Il Decreto Commissariale DCA 41/2019 prevedeva 46 posti letto aggiuntivi , quattro per la cardiologia, dieci per la chirurgia generale, dodici per la medicina generale, dieci per ortopedia e traumatologia, quattro per terapia intensiva, sei per oncologia , più la conferma di 50 posti per recupero, riabilitazione e lungodegenza, per un totale di 96 posti letto. Questo decreto era espressamente richiamato nella relazione del direttore generale al bilancio 2023, a pagina 21, e ripetuto in quella del 2024, a pagina 24. Non è mai stato attuato. Dal 2019.
Nel frattempo i campani spendono circa 300 milioni di euro all’anno per curarsi al Nord. Non è una leggenda metropolitana: è una voce di bilancio, e racconta meglio di qualsiasi dichiarazione politica il grado di fiducia che i cittadini ripongono nel sistema sanitario regionale.
Il punto non è scegliere tra l’apologia e la demolizione. Un sistema sanitario può ospitare professionisti di valore e funzionare comunque male, essere costoso, lento, e produrre tassi di mortalità superiori alla media nazionale. Le due cose non si escludono. Anzi, la seconda rende la prima ancora più urgente: perché quelle competenze individuali vengono disperse, mortificate, rese insufficienti da un contesto che non le supporta e non le valorizza.
Errico chiede basta letture parziali e invoca una revisione complessiva della rete sanitaria sannita e campana fondata su programmazione, controlli efficaci e valorizzazione del personale sanitario. È la direzione giusta. Tradotto in misure concrete, significa rielaborare il sistema dei controlli dopo la cancellazione dell’ARSAN, dare piena attuazione al DCA 41/2019, riattivare completamente il Presidio Sant’Alfonso, rivedere il modello centralistico che ha progressivamente indebolito la programmazione territoriale, e costruire le condizioni perché la competenza individuale dei medici si trasformi in efficienza sistemica, invece di consumarsi contro ostacoli strutturali che nessuno ha ancora rimosso.
I dati Agenas non mentono. Sono chiari, misurabili, verificabili. La scelta è solo nostra: leggere l’intero quadro, o selezionare soltanto ciò che conferma le posizioni che avevamo già deciso di difendere.
pH di Redazione
