Con il ritorno degli Stati Generali dell’Ambiente in Campania, il nodo vero non è solo ecologico: è sanitario, sociale e industriale

Il ritorno degli Stati Generali dell’Ambiente in Campania arriva in un momento in cui il lessico della sostenibilità non basta più. Oggi parlare di aria, rifiuti, suolo, acque e rigenerazione urbana significa parlare direttamente di rischio cardiovascolare, malattie respiratorie, qualità della vita, diseguaglianze territoriali e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Se l’appuntamento di Napoli vuole essere davvero un momento strategico per “pianificare il futuro ambientale della Regione”, allora il punto di partenza dev’essere uno solo: riconoscere che la politica ambientale, in Campania più che altrove, è ormai una politica per la salute pubblica.

La cornice scientifica è chiara. L’Organizzazione Mondiale della Sanità-air-quality-and-health) ricorda che l’inquinamento atmosferico outdoor è una delle principali emergenze sanitarie ambientali del nostro tempo e che nel 2019 è stato associato a 4,2 milioni di morti premature nel mondo, soprattutto per patologie cardiovascolari, respiratorie e tumori. In Europa, il quadro resta tutt’altro che rassicurante: secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, il 95% dei residenti urbani continua a essere esposto a concentrazioni di inquinanti superiori alle raccomandazioni OMS; se si raggiungessero i livelli guida, solo nel 2023 nell’Unione europea si sarebbero potute evitare 182 mila morti attribuibili al PM2.5, 63 mila all’ozono e 34 mila al biossido di azoto.

In Campania questi numeri prendono forma concreta nei dati più recenti dell’ARPAC. Nel 2025 tutte le stazioni della rete regionale hanno registrato valori medi annuali di PM10 inferiori al limite di legge, ma sono salite da 9 a 11 le centraline che hanno superato per oltre 35 giorni la soglia giornaliera di 50 µg/m³. Per il PM2.5, due stazioni , Casoria Scuola Palizzi e San Vitaliano Scuola Marconi — hanno oltrepassato il valore limite annuale di 25 µg/m³. Sul biossido di azoto la situazione mostra qualche miglioramento, ma restano due criticità nette: Napoli-Ferrovia e San Vitaliano. E sull’ozono persistono superamenti del valore obiettivo per la protezione della salute in cinque stazioni, con sei siti oltre la soglia di informazione. Tradotto: non siamo davanti a un collasso generalizzato, ma nemmeno a un problema risolto; siamo davanti a hotspot territoriali in cui l’esposizione continua a pesare su popolazioni che spesso convivono già con altre fragilità sociali e ambientali.( ARPAC

Il secondo capitolo è quello dei rifiuti, che in Campania non può mai essere letto soltanto come una questione industriale o amministrativa. Il Rapporto ARPAC 2025 sui dati 2024 dice che la regione ha prodotto 2.616.342 tonnellate di rifiuti urbani, con un aumento dell’1,02% rispetto all’anno precedente e una produzione pro capite salita a 469 kg per abitante. La raccolta differenziata regionale è arrivata al 58,05%, in crescita, ma ancora sotto l’obiettivo nazionale del 65%; il tasso di riciclaggio si è fermato al 43,88%. Le differenze territoriali restano marcate: Benevento è al 73,33%, Salerno al 68,03%, Avellino al 62,24%, mentre Caserta e Napoli superano di poco il 53%. Il dato positivo, dunque, c’è, ma non basta a raccontare una transizione compiuta.( ARPAC – Rapporto rifiuti urbani Campania 2025, dati 2024)

La vera criticità è strutturale. Il sistema campano regge ancora su una forte dipendenza dall’export fuori regione, soprattutto per la frazione organica e per una quota dei rifiuti residui. Nel 2024 sono state raccolte in modo differenziato oltre 657 mila tonnellate di organico, ma quasi 570 mila sono state inviate fuori Campania per il trattamento. Intanto l’inceneritore di Acerra continua a occupare una posizione centrale nel ciclo dei rifiuti e il costo pro capite del servizio ha raggiunto 242,9 euro per abitante, il più alto del Mezzogiorno. In altre parole, la Campania ha migliorato la raccolta, ma non ha ancora costruito una piena autosufficienza impiantistica coerente con un’economia circolare matura. E finché la gestione resterà sbilanciata su trasferimenti, costi elevati e infrastrutture insufficienti, l’ambiente continuerà a essere percepito come un’emergenza, non come una politica industriale moderna. (Arpa – Rapporto rifiuti urbani Campania 2025, dati 2024)

È qui che il discorso torna inevitabilmente alla Terra dei Fuochi, che resta il simbolo più drammatico del legame tra degrado ambientale e salute. Sul piano scientifico, occorre essere rigorosi: non tutto può essere spiegato con un rapporto lineare e automatico di causa-effetto per ogni singolo caso clinico, e la letteratura ha conosciuto nel tempo dibattiti accesi su metodi, evidenze e interpretazioni. Ma proprio per questo è importante ricordare ciò che le fonti più solide hanno effettivamente mostrato. Il lavoro ISS-OMS rilanciato da EpiCentro ha documentato, nei comuni delle province di Napoli e Caserta maggiormente interessati da siti di smaltimento legale e illegale, associazioni statisticamente significative tra esposizione ambientale da rifiuti, mortalità generale, alcuni tumori e malformazioni congenite. Una review del 2022 pubblicata su Heliyon e indicizzata su PubMed ha poi ricostruito due decenni di evidenze, sostenendo che il peso dell’esposizione a rifiuti tossici sulle popolazioni locali non può più essere liquidato come una suggestione sociale o mediatica, e che il principio di precauzione avrebbe dovuto orientare prima e meglio le politiche pubbliche. (EpiCentro – ISS PubMed)

Il punto, oggi, è che non siamo più nella fase in cui si può discutere se ambiente e salute siano collegati: il collegamento esiste, ed è già incorporato nelle architetture di monitoraggio dello Stato. L’ISPRA ricorda che il decreto-legge 136/2013 ha messo in relazione monitoraggio ambientale, sorveglianza sanitaria, registri tumori, registri delle malformazioni congenite e programmi di screening. Lo studio SPES ha aggiunto un tassello ulteriore, con un’impostazione di biomonitoraggio umano pensata per valutare la relazione tra contaminanti ambientali e salute nelle aree a diversa pressione ambientale. Non sono strumenti perfetti e non sostituiscono la prevenzione primaria né i servizi sanitari ordinari, ma indicano una direzione precisa: il governo del rischio ambientale deve basarsi su dati integrati, continui e territorialmente leggibili. (ISPRA SPES)

Anche sul piano giuridico il messaggio è diventato inequivocabile. Nella sentenza del 30 gennaio 2025 sulla Terra dei Fuochi, la Corte europea dei diritti dell’uomo, riportata dal Ministero della Giustizia, ha ritenuto che lo Stato italiano non abbia affrontato il problema con una risposta “sistematica, coordinata e strutturata”, ravvisando una violazione degli obblighi positivi di tutela della vita. La decisione ha imposto misure generali entro due anni, tra cui una strategia esaustiva, un monitoraggio indipendente e una piattaforma informativa pubblica. Pochi giorni dopo, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha annunciato l’istituzione di un Commissario unico nazionale per la bonifica della Terra dei Fuochi, con il compito di coordinare indagini ambientali, messa in sicurezza, bonifiche, salubrità agroalimentare e monitoraggio sanitario. È un passaggio importante, ma sarà credibile solo se produrrà tempi, priorità, trasparenza e risultati verificabili. (Ministero della Giustizia MASE)

Per questo gli Stati Generali dell’Ambiente dovrebbero evitare il rischio della retorica e assumere invece un’agenda misurabile. Un impegno forte per la salute, in Campania, significa almeno cinque cose: abbattere le esposizioni nei nodi più critici della qualità dell’aria; colmare il deficit impiantistico che ancora obbliga a esportare rifiuti fuori regione; accelerare bonifiche e caratterizzazioni nei siti contaminati; integrare i dati ambientali con quelli sanitari e sociali; costruire una comunicazione pubblica che non minimizzi, ma nemmeno allarmini senza basi. In una regione segnata da decenni di conflitti tra emergenza, lentezza amministrativa e sfiducia, la vera svolta non sarà uno slogan verde: sarà la capacità di dimostrare, quartiere per quartiere e comune per comune, che vivere in un ambiente più sano significa ammalarsi di meno e vivere meglio. GreenMed Symposium (OMS-air-quality-and-health) ARPAC

 

 

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