Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
C’è un detto latino che torna sempre a mente quando si osservano certe potenze commettere errori tanto gratuiti quanto devastanti: quos deus vult perdere, prius dementat. Gli dei, prima di annientare qualcuno, lo fanno impazzire.
E quello che abbiamo visto nelle ultime ore , con il ministro israeliano Ben Gvir che posa soddisfatto accanto ad attivisti bendati e ammanettati, mentre i governi occidentali, persino quello italiano, protestano per un trattamento definito “inaccettabile” . Non è l’atto di uno Stato forte e sicuro di sé. È il gesto di un potere che ha perso il senso della misura, e che sembra voler dimostrare al mondo intero, con una coerenza da manuale, come si possa perdere una guerra senza mai sparare un colpo.
Partiamo da ciò che è accertato, non dalle grida. La flottiglia Global Sumud è stata fermata in acque internazionali. Non nelle acque territoriali di Gaza, non in una zona di blocco formalmente e indiscutibilmente legittima secondo il diritto bellico marittimo , su cui peraltro i giuristi seri continuano a dividersi , bensì in mare aperto, dove vige la libertà di navigazione. L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha dovuto ricordare una cosa elementare: portare aiuti umanitari a Gaza non è un crimine. Non lo è in tempo di pace, non lo è in tempo di guerra. E fermare civili disarmati in acque internazionali, portarli in Israele e sottoporli a umiliazioni pubbliche non è “antiterrorismo”. È, nella migliore delle ipotesi, un abuso di potere. Nella peggiore, la messa in scena di una durezza fine a se stessa.
Ora, facciamo attenzione: non sto dicendo che si tratti di “pirateria” in senso tecnico. Il diritto del mare è chiaro: la pirateria è atto di navi private per fini privati, non azione di uno Stato. Chi grida “pirati” fa una sintesi giornalistica, non una tesi giuridica. Ma questo non assolve Israele. Anzi, rende la sua posizione ancora più fragile. Perché se l’azione non è tecnicamente pirateria, è però con ogni probabilità una violazione del diritto internazionale: uso sproporzionato della forza, detenzione arbitraria, lesione della libertà di navigazione. E il tentativo di giustificarla con un blocco navale la cui legittimità è, per usare un eufemismo, “controversa” ( molti giuristi lo considerano una forma di punizione collettiva, e quindi incompatibile con il diritto umanitario ) trasforma una debolezza giuridica in una catastrofe politica.
E qui viene la parte che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore le sorti di Israele inteso come popolo ebraico .Non i suoi nemici, ma i suoi amici.
Cosa sta facendo il governo israeliano? Sta trasformando una condanna diffusa ma ancora sfumata , quella per le sofferenze dei civili a Gaza , in una condanna unanime e inequivocabile. Mentre il mondo discuteva se il blocco fosse o meno legale, ecco arrivare le immagini del ministro della Sicurezza Nazionale che deride attivisti inermi. Mentre i diplomatici cercavano di mediare, ecco la decisione di intercettare una manciata di idealisti su una barca, regalando loro l’unica cosa che non avevano: la ragione morale.
Gli attivisti della flottiglia, da soli, non avrebbero mai sfondato il blocco. Ma ora hanno ottenuto qualcosa di molto più prezioso: hanno costretto Israele a mostrarsi per quello che i suoi critici più accesi sostengono da anni : un Paese che non rispetta le regole quando gli fanno comodo, e che umilia i deboli con l’arroganza di chi non teme più conseguenze.
È proprio questo il “far impazzire” degli dèi. Non c’è un piano divino. C’è la stupidità strategica. Israele ha oggi un bisogno disperato di alleati, di legittimità, di spazi di tolleranza internazionale. La sua posizione è già oggettivamente difficile: corte penale internazionale, opinione pubblica occidentale che si sta rapidamente ribaltando, governo americano che alterna sostegno a rimproveri sempre meno timidi. E in questo frangente, sceglie di dare il colpo di grazia alla propria immagine con un’operazione che non migliora di un millimetro la sicurezza, non intercetta armi, non ferma un razzo, ma regala ai nemici di Israele un filmato perfetto: un ministro che ghigna accanto a prigionieri bendati, come in una brutta copia di Guantánamo.
Non è “antiterrorismo”. Perché quegli attivisti non sono terroristi , lo dicono i fatti, lo dice l’ONU, lo dicono le immagini dei loro vasi di cibo e delle loro bandiere. Sono scomodi, sono ingenui, sono talvolta provocatori. Ma non sono combattenti. Trattarli come tali non è fermezza, è debolezza. È la debolezza di chi non sa più distinguere tra un nemico e un fastidio, e reagisce con la stessa violenza sproporzionata a entrambi.
Il paradosso finale è che Israele, così ossessionato dalla propria sopravvivenza, sta facendo esattamente ciò che serve per isolarsi definitivamente. Sta dimostrando che non gli basta vincere le guerre militari , vuole perdere anche quelle morali, una per una. E lo fa con una dedizione che rasenta il suicidio culturale.
E per chi in Europa ha costruito per anni una politica di favore incondizionato, la lezione arriva tardi e con amara ironia. La premier italiana, Giorgia Meloni, che per anni ha applaudito o ritenuto scontato il legame con Israele, ora si trova costretta a un “atto dovuto” di distanziamento politico: non perché abbia scoperto oggi la complessità della questione, ma perché le immagini e il rischio di costare credito internazionale la obbligano a prendere le distanze. Non è conversione morale: è convenienza diplomatica sotto lo sguardo internazionale. Se questo è il risveglio, è un risveglio tardivo e posticcio e non cancella la responsabilità di chi ha dato sostegno senza guardare alle derive.
Gli dèi, si dice, accecano quelli che vogliono distruggere. Ma non servono dèi quando ci si mette tanta buona volontà da soli.
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