Di Carlo di Stanislao 

“Tutti leggono i Promessi Sposi a quindici anni, per obbligo; e a trenta nessuno li ha letti, per averli letti a quindici.”

— Ennio Flaiano

 

​Esiste un paradosso tutto italiano, una sorta di sortilegio letterario che trasforma l’oro in piombo: prendete il romanzo più moderno, spietato e psicologicamente acuto della nostra storia, mettelolo in mano a un adolescente costretto a studiarlo tra un’interrogazione di chimica e una versione di greco, e otterrete il rifiuto biologico. Come suggerisce provocatoriamente Alessandro Zaccuri, forse è giunto il momento di cambiare strategia. Se vogliamo che i ragazzi leggano davvero queste pagine, non dobbiamo presentarle come un monumento polveroso. Dobbiamo proibirle.

​Un romanzo che non voleva essere un libro

​La prima grande menzogna che raccontiamo nelle aule scolastiche è che I Promessi Sposi siano un blocco unico di granito. Niente di più falso. L’edizione definitiva del 1840 non arrivò nelle case dei lettori come un tomo pesante, ma a dispense.

​Era la Netflix dell’Ottocento. La gente aspettava con ansia il nuovo fascicolo per sapere se Renzo sarebbe scampato ai tumulti o se Lucia sarebbe uscita indenne dal castello dell’Innominato. L’autore agiva seguendo la logica della serialità: dividere la lettura in “stagioni” — i primi otto capitoli come introduzione, la vicenda di Gertrude come spin-off oscuro, la peste come gran finale distopico — è un ritorno alla visione originale dell’opera.

​Una biblioteca di “cattivi maestri”: la lista della proibizione

​Se decidessimo davvero di vietare i libri che insegnano a diventare adulti in modo scomodo, I Promessi Sposi non sarebbero soli in quella lista di contrabbando. Dovremmo nascondere sotto il banco un’intera collana di classici “pericolosi”, perché portatori di idee incendiarie sulla libertà, sulla colpa e sull’ignoto:

  • Robinson Crusoe (Daniel Defoe): da vietare perché insegna che un uomo solo può ricostruire un mondo dal nulla. È un inno all’indipendenza radicale.
  • Il Conte di Montecristo (Alexandre Dumas): il manuale definitivo sulla resilienza e sulla metamorfosi interiore attraverso la vendetta e la pazienza.
  • Moby Dick (Herman Melville): la cronaca di un’ossessione che sfida Dio. Insegna che seguire un leader folle come Achab porta dritto all’abisso.
  • L’Isola del Tesoro (R.L. Stevenson): pericoloso perché mostra quanto possa essere carismatico e ambiguo il male incarnato in Long John Silver.
  • Lord Jim (Joseph Conrad): un libro che scotta, parlando di come un solo istante di codardia possa segnare un’intera esistenza.
  • Capitani Coraggiosi (Rudyard Kipling): mostra come il vero valore di una persona si misuri nella fatica, non nel privilegio ereditato.
  • Il Grande Nord (Jack London): un assalto alla civiltà borghese che celebra l’istinto vitale e la natura selvaggia.

​Se l’opera fosse un film: la mia regia “pericolosa”

​Se avessi la possibilità di trasformare I Promessi Sposi in un’opera cinematografica oggi, dimenticherei i costumi polverosi delle fiction classiche. Lo girerei come un thriller psicologico sporco e iper-realista, con un ritmo che ricorda la tensione di The Revenant e la visceralità del cinema di fango e sangue.

  • La macchina a mano: userei una telecamera sempre addosso ai protagonisti. Vorrei che lo spettatore sentisse il respiro affannoso di Renzo mentre scappa tra la folla di Milano, o il battito del cuore di Lucia chiusa nella portantina. Niente inquadrature statiche: il mondo di questo romanzo è instabile e minaccioso.
  • La sporcizia del Seicento: eliminerei il “bello” da cartolina. Il mio Seicento sarebbe fatto di fango, polvere, sudore e volti segnati dalla fame. I bravi non sembrerebbero comparse, ma mercenari spietati e volgari, simili a una gang moderna che controlla il territorio.
  • La Monaca di Monza e l’horror claustrofobico: il convento di Gertrude non sarebbe un luogo di spiritualità, ma un labirinto gotico di ombre e segreti sussurrati. La telecamera indugerebbe sui primi piani stretti e disturbanti del volto di Gertrude, catturando la follia compressa dietro il velo, una prigionia psicologica resa visibile dalla scenografia opprimente e dalle luci espressioniste.
  • Fra Cristoforo contro Don Rodrigo: lo scontro viscerale: il colloquio al palazzotto non sarebbe un’accademia teatrale. La telecamera si muoverebbe nervosa tra i due. Da un lato, l’eleganza corrotta e arrogante di Don Rodrigo, circondato dai suoi sgherri; dall’altro, l’imponenza etica di Fra Cristoforo, la cui tonaca consumata contrasta con l’oro e il velluto. Lo spettatore deve percepire la tensione fisica dell’ingiustizia, il momento esatto in cui il potere si sente minacciato dalla verità.
  • L’Innominato nel buio: la conversione dell’Innominato la girerei quasi interamente in penombra, concentrandomi solo sui dettagli del volto. Non serve una scenografia grandiosa per raccontare il vuoto pneumatico di un uomo che ha tutto ma non sente più nulla.
  • La maestà silenziosa del Cardinale Borromeo: per contrasto, la figura di Federigo Borromeo sarebbe l’unica oasi di luce tranquilla. Inquadrature larghe, stabili, che comunicano l’autorevolezza di chi non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare. Ma non una luce divina: una luce umana, di ragione e compassione, che penetra l’oscurità del castello dell’Innominato come una lama pulita.
  • Don Abbondio e la commedia dell’orrore: Don Abbondio non sarebbe un personaggio macchiettistico. La sua paura deve essere vera, sudorosa, claustrofobica. Lo inquadrerei spesso attraverso ostacoli, tra le ombre delle sue stesse porte, mentre si rannicchia nel suo studio polveroso, trasformando la sua vigliaccheria in una forma di orrore psicologico di chi si condanna alla prigionia pur di non rischiare.
  • La peste e la scena di Cecilia: un pugno allo stomaco: la sezione della peste non sarebbe una ricostruzione storica, ma un incubo visivo. Luci livide, una Milano spettrale, il suono incessante dei carri dei monatti. Vorrei che lo spettatore percepisse l’odore del contagio. La scena della madre di Cecilia sarebbe un piano sequenza lento e implacabile. La dignità pulita e composta della madre contro l’orrore del carretto dei morti, la telecamera che indugia sul volto della bambina vestita di bianco come se andasse a una festa, un’inquadratura che deve fare male per la sua tragica bellezza e la sua ingiustizia cosmica.

​La pericolosità del pensiero critico

​Ma perché definire I Promessi Sposi “pericolosi”? Perché, se letti senza il filtro della noia, sono un manuale di insurrezione morale. Insegnano che il potere è spesso ridicolo (don Abbondio), che la giustizia non è dei tribunali (Storia della Colonna Infame) e che l’individuo ha il diritto di dire “no” (Lucia).

​Immaginiamo un professore che annuncia che il Ministero ha ritirato il libro perché “troppo sovversivo”. Cosa accadrebbe? Quel volume diventerebbe un oggetto del desiderio. I ragazzi cercherebbero tra le righe quel “sugo della storia” che gli adulti sembrano aver dimenticato: che per le proprie convinzioni bisogna essere disposti a pagare di persona, e che l’autorità è una parola vuota se non è sostenuta dall’autorevolezza della testimonianza.

​Restituiamo i classici ai lettori

​Non abbiamo bisogno di sostituire i capolavori del passato con testi più “facili”. Questi libri sono autopsie dell’animo umano. Se vogliamo che le nuove generazioni imparino a pensare, a distinguere l’autorevolezza dall’autorità e a non piegare la testa davanti ai Don Rodrigo di turno, dobbiamo smettere di “somministrarli” come una medicina obbligatoria. Dobbiamo iniziare a contrabbandarli. Perché non c’è nulla di più seducente, per un giovane, di un segreto che gli permetta, finalmente, di guardare il mondo degli adulti dritto negli occhi e scoprire che il re, molto spesso, è nudo.

pH Wikipedia

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