di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Le vicende emerse attorno all’inchiesta Hydra, al collaboratore Gioacchino Amico, al caso Delmastro-Caroccia e alle polemiche su alcuni nomi della maggioranza aprono una frattura profonda.
La prima verità scomoda è che le mafie moderne non chiedono più soltanto complicità criminali. Cercano qualcosa di più raffinato e più redditizio: prossimità, legittimazione, normalità.
Il loro obiettivo non è sempre avere il politico “a libro paga”; molto più spesso è entrare nella stanza accanto, comparire nella rubrica giusta, farsi vedere nel luogo in cui non dovrebbero stare. La forza di un referente mafioso non sta soltanto nei reati che commette, ma nella sua capacità di apparire uno fra tanti: un imprenditore, un mediatore, un organizzatore, uno che “conosce gente”. È per questo che la sola idea che un uomo indicato come figura centrale del sistema Hydra potesse muoversi con disinvoltura tra eventi politici, tessere di partito, contatti territoriali e relazioni utili dovrebbe inquietare ben oltre le appartenenze.
La seconda verità è ancora più disturbante: la vulnerabilità della politica contemporanea non nasce sempre dal dolo; a volte nasce dalla superficialità elevata a metodo. Se davvero un sottosegretario alla Giustizia può trovarsi socio, anche indirettamente e senza rilevanza penale personale accertata, in un contesto riconducibile alla famiglia di un soggetto definitivamente condannato con aggravante mafiosa, il problema non è soltanto giudiziario.
È culturale. È il fallimento dei filtri, della prudenza, della selezione delle compagnie, del dovere di verifica minima che dovrebbe gravare con peso assoluto su chi occupa un ufficio pubblico di tale rilievo. Uno Stato serio non può limitarsi a dire: “Non sapevo”. Perché ci sono ruoli in cui il non sapere non assolve: aggrava.
La terza verità riguarda il rapporto fra inchiesta e propaganda. In queste ore si fronteggiano due tentazioni ugualmente tossiche. La prima è quella di chi trasforma ogni contatto, ogni foto, ogni citazione in prova definitiva di un patto organico tra governo e mafia. La seconda è quella di chi, specularmente, liquida tutto come “fango”, complotto, montatura, insinuazione. Entrambe le scorciatoie fanno male alla democrazia. La prima perché sostituisce il processo con il tifo. La seconda perché usa l’abuso del dubbio come tecnica di anestesia morale. Una democrazia adulta deve saper stare nel punto più difficile: distinguere tra fatti provati, fatti plausibili, fatti ancora da verificare, senza smettere per questo di vedere la gravità politica di ciò che emerge.
C’è poi un nodo istituzionale che non può essere rimosso: quando il nome di un esponente politico compare, anche solo come elemento da chiarire, in un contesto che tocca il sistema di protezione dei collaboratori di giustizia, il problema non è automaticamente penale, ma è già pienamente repubblicano. Il decreto del Viminale che attribuisce a Nicola Molteni la presidenza della Commissione centrale sulle speciali misure di protezione rende evidente l’esistenza di un potenziale cortocircuito di immagine e garanzia. Non basta dire che non c’è prova di interferenza, cosa ad oggi vera per quanto risulta dalle fonti pubbliche consultate. Bisogna capire se il sistema abbia anticorpi sufficienti a impedire anche solo l’ombra di una sovrapposizione impropria. Nelle materie di mafia e collaboratori, l’apparenza non è un dettaglio: è sostanza di fiducia pubblica.
Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto cronaca e diventa specchio del Paese. Per anni l’Italia ha raccontato a se stessa che il problema mafioso fosse soprattutto un problema del Sud, di periferie estreme, di faide sanguinose, di dialetti criminali riconoscibili. Hydra racconta il contrario: la mafia contemporanea prospera dove il denaro scorre, dove gli appalti si moltiplicano, dove la politica locale cerca mediatori, dove l’imprenditoria opaca offre servizi, dove il rapporto con il potere non passa per la lupara ma per il badge, il ristorante, il congresso, la relazione utile. La mafia del XXI secolo non punta sempre a occupare il palazzo: le basta diventare familiare ai suoi corridoi.
Per questo la domanda decisiva non è se oggi esista già una sentenza capace di chiudere ogni dubbio. La domanda è più severa: che cosa rivela tutto questo sul livello di vigilanza morale delle classi dirigenti? Se un sistema politico apre varchi a figure opache, se non controlla, se minimizza, se reagisce solo quando esplode lo scandalo, allora il problema non è solo chi entra. È chi lascia entrare. E chi, dopo, prova a convincerci che l’unico scandalo sia averlo raccontato.
Un Paese serio non si divide fra innocentisti di partito e forcaioli da tastiera. Pretende trasparenza, accetta la complessità, aspetta i giudici, ma nel frattempo alza l’asticella dell’etica pubblica. È questa la vera questione che il caso Hydra consegna all’Italia: non soltanto se alcuni reati saranno provati, ma se la Repubblica abbia ancora la forza di pretendere dai suoi rappresentanti una disciplina dell’onore che venga prima del codice penale e non dopo.

 

 

* Articolo pubblicato in prima pagina sull’ Eco di Milano e Provincia diretto da Roberto Fronzuti

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