Nei primi tre giorni di maggio al Barrìo Fest di Sant’Agata de Goti, già ricco di colori e sensazioni, si è aggiunta la mostra Muy Caliente! collettiva di pittura, scultura e fotografia (ma direi infine anche di letteratura e poesia), in cui 17 autori del mondo dell’Arte hanno interpretato ‘ i luoghi comuni sulla Spagna’ in maniera personalissima e intrigante. Sono un amante delle mostre, ma ancor più degli allestimenti, data la mia natura di architetta (leggetelo pure al maschile se vi piace), convertita dalla pittura, della quale non dimentico la profonda suggestione, ancorché le abilità. Così, grazie alla complicità degli organizzatori, il Circolo Culturale Saticula, mi è piaciuto animare lo spazio al piano terra dell’ex Banco di Napoli, edificio di fine Settecento appena restaurato, che troneggia nel suo biancore cremoso tra via Roma e piazza Sant’Alfonso, in attesa di una degna gestione (comunale o nazionale?) della funzione museale. Il Barrìo Fest, nato per valorizzare l’area del centro storico oltre il Duomo, che si sviluppò ampiamente nel XV secolo grazie alla famiglia De La Rath di origine catalana, giunto alla seconda edizione, ha sviluppato il tema spagnolo in tutte le sue derivazioni: food esperenziale, dalla street al gourmet, passeggiate di scoperta architettonica e storica, spettacoli tradizionali, teatro a tema, merchandising dedicato. Approdando all’Arte, senza pretese ‘istruttive’ ma semplicemente interpretative, proprio attraverso Muy Caliente! La mostra è stata, innanzitutto, un vero e proprio esperimento sociale, percorrendo l’impervio sentiero del turismo rigenerativo che pone al centro la popolazione, consensiente e organizzata da figure eccellenti locali, arruolate dalle associazioni di volontariato, lasciando il necessario ma marginale ruolo istituzionale all’amministrazione comunale. L’esperimento ha fatto incontrare artisti santagatesi nativi, con quelli campani santagatesi di adozione e quelli regionali ed extraregionali. Un reciproco arricchimento di visioni che apre svariate porte alla Creatività, finora a Sant’Agata solo socchiuse. La seconda scommessa vinta della mostra, grazie ai quasi trecento visitatori in tre giorni, è stata quella di connettere gli abitanti con l’edificio di cui alcuni conservavano una pallida memoria e molti non conoscevano neanche l’esistenza. Un segnale che consente l’accelerazione verso la restituzione ai cittadini del museo. Terza chance, offerta a tutti senza distinzioni, quella di connettere la propria emotività alle opere, ri-conoscendo sentimenti, istinti e atteggiamenti dormienti nell’anima. Re-azione scatenata certamente da Serafica nelle folate di vento e Sei fili di perle da tessere nel profondo di Sofia Maglione, che aggancia coraggiosamente l’anima al corpo, mostrando la lacerazione conseguente come tortura ma anche l’aspetto gratificante della sofferenza. Ironicamente erotico Mi fido di te, installazione di Gianroberto Iorio sul calore (fievole ma costante come una candela che rischia di spegnersi), capace di far sbocciare rose bagnate di desiderio. Insomma, per eccitarsi ci vuole il tempo che ci vuole. N. Marianovella Apperti, già designer, sceglie la tecnica informale per ribadire che Eros sconfigge Tanatos, perché Dalle viscere oscure dall’istinto di morte lampi di rosso squarciano il manto della non-vita. È un’esplosione di passione quella che contrasta il lutto del non-essere. In questa dicotomia è il senso del Mistero visto anche come percorso mistico delle religioni mediterranee. A tinte forti anche il mondo immaginifico ma eloquente di Enza Cotugno [Eco], che attinge dal la Fallas di Valencia, festa dei falegnami nel XVII secolo per la primavera, nel giorno di San Giuseppe operaio. Con il tempo, i valenciani hanno iniziato ad aggiungere vestiti e vecchie cianfrusaglie ai legni brucianti, dando loro fattezze di ninots e caricandoli di un forte senso ironico e critico verso la politica e la società. Da artista fallero Eco mette a nudo i vizi della società, i fallimenti della politica e le contraddizioni con Il fuoco della saggezza, sguardo al futuro, tra le forme surreali di Mirò e le maschere picassiane. Ma non di sole emozioni violente ha vissuto Muy Caliente! La sensualità che non urla fiorisce nelle opere di Anna Colmayer, che incide un delicato nudo femminile con tratto picassiano nel legno in Posesión; come l’avvolgente Octo Rosso di Emanuela de Caro, figura gigante polimorfa un po’ piovra, un po’ orchidea alla O’Keeffe. Fino a toccare toni nostalgici con la composizione poetica (di immagini e parole) di Maria Gagliardi, offrendo un Velo cipriato che si/ci ri-solleva: Elementi lontanissimi e antichi-tornano a farmi visita-rinnovati e arricchiti.- Un nuovo punto di vista-ricongiunge tutto-come un magico filo di Arianna. -Come un velo danzatio dal vento,-le mie nuove forme mutano, -senza fissarsi in nulla. Cinematografica l’interpretazione di Pietro Mingione con Iconos, una installazione di sequenze de-costruite, non a caso impresse su un mattone in laterizio forato, ispirate al mondo di Pedro Almodovar, che gioca a nascondere le immagini in bianco e nero nei meandri dell’oggetto. Colori caldi prestati dal tufo per il dipinto di Angela Torrente L’eco di Spagna, che gioca col tema ‘misterioso’ della finestra catalana, unica preziosa traccia in stile moresco – abilmente messo in risalto dal tratto – rimasta a Sant’Agata de Goti dopo le demolizioni del Settecento, di cui si conosce ben poco se non la tecnica costruttiva. Il mistero ha accresciuto il mito: negli anni è nata la leggenda che parla di una donna a quella finestra, che la pittrice immagina come ‘la’ Donna affacciata nel tramonto purpureo sulla valle dell’Isclero, come sul passato. Esplosivo il fauvismo digital di Alfonso Caccavale, che trasfigura un monumento sacro a Barcellona, con la sua Sagrada Familia Superchrome; addirittura irriverente la performance di Giuseppe Buonanno, che con Il grande atto denuncia gli orrori della guerra in Medio Oriente ironicamente rappresentati da una defecazione. Più contenuto ma intenso, Il Toro e Leone di Gianfranco Coppola, bassorilievo in bronzo cesellato, invita alla tattilità mostrando la forza del morso felino sull’aggressività taurina domata. Molto introversa, la pittura di Franco Tirelli intitolata Assorto si ripiega su sé stessa con un segno ondeggiante, calmando i toni del tema. La sezione fotografica di Muy Caliente! offre ancora un altro registro espressivo, grazie alla diversità della tecnica: La niña con la flor di Max Paliotti, sinbolo della mostra, è il ritratto metaforico di una Spagna melanconicamente femminile, avvolta dalle acque azzurre di un abito scollato e vaporoso, che si nasconde dietro il fiore rosso della passione. Ancora il binomio mare/passione in Miguel di Maurizio Iazeolla, che rivela il desiderio adolescenziale a stento contenuto nel suo costume da bagno rosso; affiancando, dello stesso autore, immagini di paesaggi catalani moderni, naturali e urbani. Sceglie la Catalogna anche Lucio Tregua, esibendo foto di viaggio esperenziali, alla scoperta delle opulente sculture di Salvador Dalì, nell’omonimo museo, simbolo della surreale ‘esagerazione’ spagnola. Infine la ricerca fotografica e formale di Alfredo Balasco, architetto che ha esposto per la prima volta, studioso ed esperto a livello internazionale di architettura catalana. Rivelatrici le sue opere scattate tra Sant’Agata de Goti, Carinola, Teano e Roccamonfina, feudi De la Rath, per documentare la bellezza originale dello ‘stile catalano’ quattrocentesco in architettura, veicolato nel Regno di Napoli ai tempi di Alfonso d’Aragona, già re della Sardegna catalana, e finora ben poco conosciuto e valorizzato. Amante del dettaglio, Balasco riesce a far ri-fiorire attraverso finestre e capitelli scolpiti nel tufo grigio l’immaginario formale dei picapedras, trasmettendo tutto il calore della cultura spagnola. Muy Caliente! è su Instagram pagina @muycaliente2026

