“Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane ” di Nicola Sguera non è soltanto un racconto premiato: è un testo che ha convinto una giuria esigente a sceglierlo come vincitore del Premio Milo 2026, il concorso letterario promosso dall’Enpa e dalla scrittrice Costanza Rizzacasa d’Orsogna , ideatrice della rubrica Io e Milo sul Corriere della Sera e autrice della trilogia dedicata al suo gatto, edita da Guanda  in collaborazione con il Corriere della Sera e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Roma. La cerimonia di premiazione si e’ tenuta  in Campidoglio l’8 maggio 2026, giorno in cui il racconto e’  stato pubblicato integralmente sul Corriere.it. Il Premio nasce in memoria di Milo, gatto affetto da una patologia neurologica che non gli impedì di vivere un’esistenza piena, e porta con sé un mandato preciso: raccontare la diversità senza retorica, attraverso la qualità della scrittura. Sguera lo ha fatto.

 

Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane

di Nicola Sguera , una lettura

Il racconto si legge con le narici, con la pianta dei piedi, con quella parte del sistema nervoso che registra il mondo prima che la mente lo nomini. Nicola Sguera scrive un testo in prima persona canina e non cade mai nella trappola sentimentale che il tema porge come un’esca. Non c’è pietismo. Non c’è il cane-simbolo che serve da specchio edificante all’umanità stanca. C’è Argo: un’intelligenza concreta, olfattiva, tattica, che abita il buio senza lamentarsene, perché il buio per lui non è assenza ma pienezza di un altro registro sensoriale.

La scelta narrativa è già un atto critico. Sguera rovescia la gerarchia percettiva su cui la cultura occidentale ha fondato la propria epistemologia,  il primato della vista, la luce come metafora del sapere  e la sostituisce con una fenomenologia dell’odore che ha la precisione di una cartografia. Timo per la cucina, arancio per la camera, lavanda per la soglia del sonno: la casa di Luca è una partitura olfattiva, non un’architettura. E il mondo esterno , il mercato, i tigli, i semafori , si dispiega in sequenze sensoriali che hanno la struttura del verso libero anche quando la prosa non lo dichiara.

Luca è autistico ad alta funzionalità. Questa rivelazione arriva a sera, accanto al fuoco basso della pioggia sul davanzale, come una confidenza che non cerca risposta. Ed è qui che il racconto guadagna la sua profondità strutturale: due esseri con altrettante mancanze percettive , uno non vede, l’altro non sempre capisce , costruiscono insieme una visione sufficiente. Non completa ma sufficiente. La parola è teologicamente precisa: basta, per vivere, non tutto. Basta l’altro, nella sua differenza intatta.

Il meticcio Alto Mare è il coro greco di questo racconto , la voce collettiva che nomina ciò che i protagonisti vivono senza nominare. La sua domanda , «chi è quell’uomo che porta il tuo campanello?» ,  è il fulcro filosofico dell’intera narrazione. Chi guida chi? Chi è il cane guida? Sguera ribalta il paradigma non come provocazione intellettuale ma come osservazione etologica: è Luca che s’addestra, che stende tappeti, che impara parole brevi da dire piano. La cura è bidirezionale, e la dipendenza , scoperta rivoluzionaria ,  non è debolezza ma forma superiore di relazione.

Il registro linguistico è quello della prosa lirica controllata: nessuna ridondanza, nessun ornamento gratuito, ma una densità sensoriale che in certi passaggi produce effetti da haiku esteso. «L’aria cambiò, una lama fredda» ,  il pericolo annusato prima che esista: non metafora ma fenomenologia pura. Il campanellino alla caviglia come filo di Arianna: l’immagine non è decorativa, è funzionale e mitologicamente esatta, perché è davvero un filo nel labirinto urbano.

Il finale è di una semplicità disarmante e proprio per questo inarrestabile. «Siamo insieme» come odore della cena. Come categoria ontologica. Come unica forma di casa che resiste.

Nicola Sguera scrive un racconto sull’alterità ,  animale, neurologica, sensoriale , senza mai farne un manifesto. Lo racconta. E nella narrazione, senza clamore, smonta ogni gerarchia che credevamo naturale: tra specie, tra corpi, tra modi di stare al mondo. Ciò che rimane, quando il testo si chiude, è qualcosa di raro nella letteratura contemporanea: la certezza che il confine tra chi cura e chi è curato sia sempre, inevitabilmente, una finzione conveniente.

 

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