”Il miglior momento per fare affari è quando gli altri sono paralizzati dal terrore.”
— Attribuito a Nathan Rothschild
Il disordine come asset patrimoniale
Per il ristretto entourage che orbita attorno a Donald Trump, l’instabilità non è un rischio da mitigare, ma un’opportunità da monetizzare. Questo gruppo di fedelissimi opera secondo la logica dell’entropia furba: iniettare caos nei mercati e nelle alleanze per svalutare gli asset altrui (siano essi valute, territori o consensi politici) e ricomprarli a prezzi di saldo. Il “vaneggio” economico non è follia, è una tecnica di distressing applicata alla geopolitica: rendere il sistema così instabile che gli attori tradizionali siano disposti a cedere sovranità e risorse pur di avere un momento di tregua.
Iran: la demolizione controllata per il vuoto di potere
L’approccio dei sodali verso l’Iran ha abbandonato ogni pretesa di “esportazione della democrazia”. L’obiettivo è la rottura del sistema isolato. Una guerra o una pressione economica estrema non servono a cambiare il regime, ma a trasformare l’Iran in un’area di libero saccheggio energetico. Per la “cricca”, un Medio Oriente frammentato è più profittevole di uno stabile: il caos permette di rinegoziare i prezzi del greggio e di vendere pacchetti di sicurezza privata ai vicini spaventati, eliminando la concorrenza statale nei flussi di capitali.
Il fattore Meloni: l’alleata “a termine”
Nei corridoi di Mar-a-Lago, Giorgia Meloni è vista con un mix di pragmatismo e sospetto. Sebbene sia utile come volto “rispettabile” del conservatorismo europeo, i sodali di Trump ne criticano ferocemente l’ancoraggio ai trattati UE. L’amicizia è puramente transazionale: l’ordine impartito alla premier italiana è quello di agire come una sabotatrice interna del blocco europeo. Se Roma dovesse esitare a sacrificare gli interessi di Bruxelles sull’altare della nuova “società di mutuo soccorso” trumpiana, l’entourage è già pronto a scatenare raffiche di dazi punitivi, trattando l’Italia non come una nazione alleata, ma come un fornitore inadempiente.
La missione Rubio: umiliare il trono di Pietro
L’invio di Marco Rubio in Vaticano per affrontare il Cardinale Pietro Parolin rappresenta il punto più alto della teologia transazionale dell’entourage. Non si è trattato di un dialogo, ma di un’operazione di rebranding forzato.
- L’attacco al Papa: Per i sodali, la visione di Leone XIV sulla giustizia sociale è un ostacolo al libero sfruttamento delle risorse. L’attacco al Papa serve a spaccare il fronte cattolico, isolando la Santa Sede dai suoi finanziatori conservatori.
- Il diktat a Parolin: Rubio ha agito come l’inviato di un fondo d’investimento che intima a un’organizzazione non profit di smettere di ostacolare i propri piani industriali. Il messaggio è: la morale cattolica non deve interferire con la nuova mappa economica mondiale.
Gaza: la speculazione immobiliare post-bellica
Il cinismo dei sodali raggiunge l’apice nella visione di Gaza. Mentre le diplomazie mondiali piangono le vittime, la cerchia ristretta osserva la linea di costa. Per questi uomini d’affari, il conflitto è un’operazione di sgombero forzato. L’idea di trasformare la Striscia in una spiaggia per miliardari, completa di porti turistici e resort esclusivi, non è un’iperbole: è un calcolo di sviluppo immobiliare. Nelle loro menti, una volta “bonificata” l’area, il valore del terreno esploderà, offrendo profitti immensi a chi avrà la concessione per la ricostruzione di lusso.
Groenlandia: l’acquisizione ostile del secolo
L’interesse per la Groenlandia è l’ultimo tassello del mosaico. I sodali di Trump non vedono un’isola ghiacciata, ma un caveau pieno di terre rare e rotte commerciali vergini. Trattare con la Danimarca come se fosse una società in amministrazione controllata è il marchio di fabbrica di questa amministrazione parallela. La Groenlandia è l’asset che garantirebbe alla cerchia il controllo delle tecnologie del futuro, trasformandoli nei veri padroni dell’Artico prima che la Cina possa consolidare la sua presenza.
Epilogo: il mondo come proprietà privata
Questa non è politica estera; è una liquidazione fallimentare su scala planetaria. Trump e i suoi sodali si muovono come operatori di private equity che hanno preso il controllo di un impero in crisi. Ogni crisi, ogni attacco al Papa, ogni minaccia di guerra è finalizzata a ridurre il valore della resistenza globale. L’obiettivo finale non è un’America più forte, ma un mondo trasformato in una serie di proprietà recintate, dove il diritto internazionale è sostituito dal diritto di proprietà del più forte. In questo scenario, il caos è l’unica moneta che non svaluta mai, perché è la mano stessa dei sodali a regolarne il flusso.
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