Di Carlo di Stanislao

​”Il miglior momento per fare affari è quando gli altri sono paralizzati dal terrore.”

— Attribuito a Nathan Rothschild

 

​Il disordine come asset patrimoniale

​Per il ristretto entourage che orbita attorno a Donald Trump, l’instabilità non è un rischio da mitigare, ma un’opportunità da monetizzare. Questo gruppo di fedelissimi opera secondo la logica dell’entropia furba: iniettare caos nei mercati e nelle alleanze per svalutare gli asset altrui (siano essi valute, territori o consensi politici) e ricomprarli a prezzi di saldo. Il “vaneggio” economico non è follia, è una tecnica di distressing applicata alla geopolitica: rendere il sistema così instabile che gli attori tradizionali siano disposti a cedere sovranità e risorse pur di avere un momento di tregua.

​Iran: la demolizione controllata per il vuoto di potere

​L’approccio dei sodali verso l’Iran ha abbandonato ogni pretesa di “esportazione della democrazia”. L’obiettivo è la rottura del sistema isolato. Una guerra o una pressione economica estrema non servono a cambiare il regime, ma a trasformare l’Iran in un’area di libero saccheggio energetico. Per la “cricca”, un Medio Oriente frammentato è più profittevole di uno stabile: il caos permette di rinegoziare i prezzi del greggio e di vendere pacchetti di sicurezza privata ai vicini spaventati, eliminando la concorrenza statale nei flussi di capitali.

​Il fattore Meloni: l’alleata “a termine”

​Nei corridoi di Mar-a-Lago, Giorgia Meloni è vista con un mix di pragmatismo e sospetto. Sebbene sia utile come volto “rispettabile” del conservatorismo europeo, i sodali di Trump ne criticano ferocemente l’ancoraggio ai trattati UE. L’amicizia è puramente transazionale: l’ordine impartito alla premier italiana è quello di agire come una sabotatrice interna del blocco europeo. Se Roma dovesse esitare a sacrificare gli interessi di Bruxelles sull’altare della nuova “società di mutuo soccorso” trumpiana, l’entourage è già pronto a scatenare raffiche di dazi punitivi, trattando l’Italia non come una nazione alleata, ma come un fornitore inadempiente.

​La missione Rubio: umiliare il trono di Pietro

​L’invio di Marco Rubio in Vaticano per affrontare il Cardinale Pietro Parolin rappresenta il punto più alto della teologia transazionale dell’entourage. Non si è trattato di un dialogo, ma di un’operazione di rebranding forzato.

  • L’attacco al Papa: Per i sodali, la visione di Leone XIV sulla giustizia sociale è un ostacolo al libero sfruttamento delle risorse. L’attacco al Papa serve a spaccare il fronte cattolico, isolando la Santa Sede dai suoi finanziatori conservatori.
  • Il diktat a Parolin: Rubio ha agito come l’inviato di un fondo d’investimento che intima a un’organizzazione non profit di smettere di ostacolare i propri piani industriali. Il messaggio è: la morale cattolica non deve interferire con la nuova mappa economica mondiale.

​Gaza: la speculazione immobiliare post-bellica

​Il cinismo dei sodali raggiunge l’apice nella visione di Gaza. Mentre le diplomazie mondiali piangono le vittime, la cerchia ristretta osserva la linea di costa. Per questi uomini d’affari, il conflitto è un’operazione di sgombero forzato. L’idea di trasformare la Striscia in una spiaggia per miliardari, completa di porti turistici e resort esclusivi, non è un’iperbole: è un calcolo di sviluppo immobiliare. Nelle loro menti, una volta “bonificata” l’area, il valore del terreno esploderà, offrendo profitti immensi a chi avrà la concessione per la ricostruzione di lusso.

​Groenlandia: l’acquisizione ostile del secolo

​L’interesse per la Groenlandia è l’ultimo tassello del mosaico. I sodali di Trump non vedono un’isola ghiacciata, ma un caveau pieno di terre rare e rotte commerciali vergini. Trattare con la Danimarca come se fosse una società in amministrazione controllata è il marchio di fabbrica di questa amministrazione parallela. La Groenlandia è l’asset che garantirebbe alla cerchia il controllo delle tecnologie del futuro, trasformandoli nei veri padroni dell’Artico prima che la Cina possa consolidare la sua presenza.

​Epilogo: il mondo come proprietà privata

​Questa non è politica estera; è una liquidazione fallimentare su scala planetaria. Trump e i suoi sodali si muovono come operatori di private equity che hanno preso il controllo di un impero in crisi. Ogni crisi, ogni attacco al Papa, ogni minaccia di guerra è finalizzata a ridurre il valore della resistenza globale. L’obiettivo finale non è un’America più forte, ma un mondo trasformato in una serie di proprietà recintate, dove il diritto internazionale è sostituito dal diritto di proprietà del più forte. In questo scenario, il caos è l’unica moneta che non svaluta mai, perché è la mano stessa dei sodali a regolarne il flusso.

pH Pixabay senza royalty

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