Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Per trent’anni il pianto greco della destra è stato lo stesso: “Gramsci ci tiene fuori dai salotti!”. Erano convinti che la sinistra controllasse tutto, dai premi Strega ai distributori di merendine nei licei. Si sentivano dei geni incompresi, talenti purissimi costretti all’esilio da un complotto di camerieri comunisti ai vernissage. “Dateci le chiavi di casa,” dicevano, “e vedrete il Rinascimento.”
Hanno avuto le chiavi. Sono entrati in casa. E hanno iniziato a tirarsi i piatti.
Alla Biennale di Venezia, il piano era perfetto: nominano Pietrangelo Buttafuoco. Finalmente un intellettuale vero, con la barba giusta e il curriculum solido. Problema: Buttafuoco fa il Presidente. Decide. Parla. Prende posizione contro l’invasione russa (come farebbe chiunque non viva in un bunker del 1954).
Risultato?
Il Ministro Giuli si offende, mette il broncio e diserta l’inaugurazione. Praticamente, il padrone di casa non va alla sua stessa festa perché non gli piace il colore dei tovaglioli scelto dal coinquilino che lui stesso ha nominato.
In questo caos spunta Matteo Salvini. L’uomo che fino a ieri considerava la Piazza Rossa un parco giochi e Putin un influencer di successo, si presenta sul Canal Grande a fare storie Instagram sulla “libertà dell’arte”. Mentre l’Europa ci guarda come si guarda un incidente autostradale in rallentatore, mentre la giuria si dimette in blocco e la Commissione UE minaccia di chiudere i rubinetti, i nostri protagonisti mettono in scena una commedia dell’assurdo che farebbe sembrare Ionesco un autore di documentari didattici. Non è egemonia. È un pigiama party finito in rissa prima ancora di accendere la luce.
Quando la farsa si spegne, restano le macerie di un’idea.
Gramsci aveva teorizzato l’egemonia culturale come conquista paziente, sistematica, intellettualmente rigorosa di posizioni strategiche nella società civile. Quello che si è visto alla Biennale è un’altra cosa: è la destra che occupa le posizioni, poi le usa come trincee personali, poi ci spara dentro, poi rimane stupita delle macerie. Non è contro-egemonia. È autogestione del disastro.
La sinistra, in tutto questo, non ha fatto nulla. Ha aspettato. È stato sufficiente.
Adesso la domanda che resta, quando la farsa finisce.
Cos’è la libertà dell’arte? La risposta ovvia ( assenza di censura, distanza dal potere ) è vera ma insufficiente.
C’è qualcosa di più radicale da dire.
L’arte non funziona come il pensiero politico. Il pensiero politico esige coerenza, unità di messaggio, utilità di scopo. L’arte vive di contraddizione , non come difetto, ma come metodo. Dice una cosa e il suo contrario. Produce significati che il suo stesso autore non controlla. Fallisce in modi che rivelano più del successo. È l’unico linguaggio umano che può permettersi di essere sbagliato e vero allo stesso tempo. Quando il potere prova a renderla coerente, utile, rappresentativa, non la censura soltanto: le chiede di smettere di essere quello che è. Le chiede di diventare comunicazione.
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