Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

Con le parole di Ignazio La Russa sulla Flotilla “operazioni strumentali e propagandistiche” in cui, “se poi hai la fortuna di essere fermato e dire che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti” non siamo più nel campo della polemica politica: siamo nel campo della banalizzazione preventiva di fatti che hanno già assunto rilievo giudiziario e internazionale.

Va detto con precisione: non è necessario condividere la strategia politica della Flotilla per riconoscere che il nodo è serio.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta contro ignoti sui fatti della Flotilla; AGI riferisce che i reati denunciati negli esposti comprendono, oltre al sequestro di persona, anche tortura, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Ciò non significa che quei reati siano già provati. Significa però che sono stati ritenuti giuridicamente non frivoli al punto da meritare vaglio penale. Un presidente del Senato non è tenuto al silenzio, ma dovrebbe essere tenuto almeno alla misura costituzionale di non svalutare con una battuta fatti che una procura della Repubblica considera degni d’indagine.

Qui entra in gioco l’articolo 54 della Costituzione: chi esercita funzioni pubbliche deve adempierle con “disciplina ed onore”. Non è una formula ornamentale. Vuol dire che l’uso della parola pubblica, specie da parte di chi presiede il Senato, deve rispettare la gravità delle situazioni giuridiche aperte, la posizione dei cittadini coinvolti e l’interesse nazionale connesso a eventuali violazioni in alto mare ai danni di persone imbarcate anche su natanti battenti bandiera italiana. Il problema, allora, non è che La Russa abbia espresso una tesi sgradita; il problema è che l’abbia espressa in un modo che sostituisce l’analisi del diritto con la caricatura dei fatti.

Il punto da difendere non è la santificazione della Flotilla. È il contrario: è la difesa del criterio, tutto liberale, secondo cui i fatti si qualificano sulla base del diritto e delle prove, non sulla base del pregiudizio politico verso chi li denuncia. Se due attivisti sono davvero detenuti senza valida giurisdizione, il problema è enorme. Se invece l’intervento israeliano fosse giuridicamente fondato, ciò va dimostrato nei canali propri, non presunto con sarcasmo. In entrambi i casi, la frase sulla “fortuna” di poter dire di essere stati torturati resta giuridicamente insostenibile, perché trasforma un’allegazione gravissima in una tecnica di marketing politico prima ancora che i fatti siano chiariti.

In definitiva, La Russa ha sbagliato non perché sia stato “duro”, ma perché è stato giuridicamente superficiale. Ha parlato come se il diritto internazionale del mare, il diritto umanitario, la tutela dei civili, la giurisdizione sulle navi e il dovere di protezione diplomatica fossero ingombri retorici. Ma è esattamente lì che si misura la serietà di uno Stato. La seconda carica della Repubblica avrebbe dovuto chiedere accertamenti, garanzie, trasparenza, tutela dei diritti e rispetto delle regole. Ha scelto invece la derisione. E quando un’istituzione deride il diritto, non indebolisce gli attivisti: indebolisce se stessa.

 

 

pH Wikipedia

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