Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

Mi ero concessa due giorni di mare. Il minimo indispensabile per rimettere ordine tra i pensieri e il respiro. Ma ciò che ci circonda ha il suo calendario, e non coincide mai con il nostro riposo. Allora si torna a scrivere , non per scelta, ma per necessità civile.

Il Paese sembra smarrire il senso delle proporzioni. E allora accade che il simbolo venga svuotato, la responsabilità venga rovesciata sull’avversario, la cronaca giudiziaria venga usata come clava, e il potere si autocelebra mentre la realtà sociale continua a mordere. È un medesimo riflesso: sostituire la sostanza con la messinscena.

Al Concertone del Primo Maggio, la cantante Delia Buglisi ha cantato Bella ciao sostituendo la parola “partigiano” con “essere umano”, spiegando di aver voluto “allargare” il significato del brano al presente e alle guerre di oggi. Il punto, però, è proprio questo: Bella ciao non è un inno generico alla bontà astratta, non è una filastrocca pacifista da rendere neutra per non disturbare nessuno. È un canto storico, politico, incarnato. Togliere “partigiano” significa togliere il conflitto, la scelta, la parte. E senza scelta non c’è libertà: c’è soltanto una morale da cartolina, innocua, disinfettata, perfetta per i tempi dell’equidistanza spettacolare.

La memoria democratica non si “allarga” cancellandone le parole decisive. Si comprende, si studia, si attualizza senza amputarla. “Partigiano” non è una parola divisiva: è una parola storica. Divisivo, semmai, è il vizio contemporaneo di rendere tutto innocuo, tutto liquido, tutto compatibile con il consumo veloce delle emozioni. L’antifascismo ridotto a sentimento universale e indistinto smette di essere coscienza civile e diventa arredamento retorico.

Poi si scende nel Sannio, e il quadro peggiora. Sul caso che coinvolge Gennaro Santamaria, ex capo di gabinetto del sindaco di Benevento Clemente Mastella, i fatti noti meritavano una discussione politica seria, non una rissa da cortile. Secondo quanto riportato, Santamaria è stato arrestato il 30 marzo mentre incassava 4.000 euro in contanti da un geometra che aveva denunciato una tentata estorsione; quella somma sarebbe stata, secondo l’accusa, la prima rata di una pretesa ben più alta legata a pratiche edilizie. In seguito l’inchiesta si è allargata con avvisi di garanzia ad altre due figure dell’Urbanistica. Tutto questo, sia chiaro, va trattato nel pieno rispetto della presunzione d’innocenza e del lavoro della magistratura. Ma proprio per questo la politica avrebbe dovuto fare la sua parte: spiegare, vigilare, chiarire, assumersi la responsabilità del controllo amministrativo.

In Consiglio comunale, invece, l’opposizione ha denunciato un “muro di silenzio”, chiedendo non sentenze, ma risposte politiche: quali misure anticorruzione sono state adottate, perché non discutere in aula, perché non valutare una commissione d’indagine sulle pratiche edilizie. Angelo Moretti ha rivendicato una posizione limpida: garantista sì, ma non cieca; non il merito penale, bensì il dovere di discutere pubblicamente un fatto che tocca il “luogo principe della democrazia cittadina”. È una distinzione fondamentale, troppo spesso capovolta da chi confonde il garantismo con il silenzio omertoso.

Ed è qui che la vicenda scivola nel peggio. La risposta dell’area mastelliana non si è limitata a contestare le richieste dell’opposizione: ha riesumato il caso di don Nicola De Blasio, tirando dentro Moretti e vecchie prossimità personali e associative, con l’argomento del presunto “doppiopesismo” morale. È il meccanismo più degradato della politica italiana: non rispondere sul merito, ma sporcare il tavolo; non chiarire i fatti di oggi, ma evocare il fango di ieri; non difendersi, ma trascinare tutti nello stesso pozzo.

L’incongruenza è clamorosa. Da un lato si invoca il garantismo per dire: aspettate le sentenze. Dall’altro si usa una vicenda diversa, dolorosa e già in parte definita sul piano giudiziario, come arma polemica di delegittimazione personale. È un garantismo a intermittenza, buono per sé e spietato per gli altri. Ottopagine ha posto la domanda che andava posta: “Che c’azzecca la storia di don Nicola con quella di Santamaria? Nulla”. E ha ricordato che sul capitolo delle somme sequestrate a don Nicola vi è stata archiviazione e restituzione parziale all’Arcidiocesi, denunciando come “di pessimo gusto” l’accostamento e definendo senza giri di parole “schifosa” la speculazione politica su un’inchiesta giudiziaria. È difficile dirlo meglio.

È questa la politica becera e selvaggia che va respinta: quella che non cerca verità ma convenienza, non difende le istituzioni ma le usa, non eleva il dibattito ma lo abbassa alla logica tribale del “tu peggio di me”. Così non si governa una comunità: la si avvelena. Una città seria non ha bisogno di gladiatori del comunicato stampa. Ha bisogno di classe dirigente capace di distinguere tra responsabilità penale e responsabilità politica, tra il diritto di difesa e il dovere di trasparenza, tra l’avversario e il nemico.

E qui il discorso si allarga, inevitabilmente, fino al governo nazionale. Giorgia Meloni ha rivendicato che il suo esecutivo è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana, precisando di non viverlo come un traguardo da festeggiare ma come una responsabilità. Formalmente corretto. Politicamente, però, resta il punto: la longevità non è un merito in sé. È solo un dato cronologico. E quando la durata diventa argomento politico, significa che i risultati faticano a parlare da soli.

Infatti la fotografia del Paese è assai meno celebrativa. L’OCSE, nel suo Economic Survey sull’Italia, segnala che nel 2025 i salari nominali nei contratti collettivi sono cresciuti, ma i salari contrattuali reali restavano ancora dell’8,8% sotto i livelli di gennaio 2021. Lo stesso rapporto elenca i nodi strutturali che inchiodano il Paese: alto debito, bassa produttività, lavoro povero, occupazione insufficiente per giovani e donne, costi energetici elevati, frammentazione produttiva, NEET ancora troppo numerosi.

Nello stesso tempo l’Istat registra a gennaio 2026 un calo della produzione industriale dello 0,6% rispetto a dicembre e dello 0,6% su base annua, con flessioni diffuse in quasi tutti i comparti tranne l’energia. Se i salari reali restano compressi e l’industria arretra, il problema non è quanto a lungo duri il governo: il problema è che cosa produce per il Paese reale.

È per questo che il trionfalismo sulla durata suona stonato, quasi offensivo. Non perché la stabilità non conti: conta eccome. Ma la stabilità è un mezzo, non un feticcio. Se serve solo a perpetuare propaganda, polarizzazione e autosoddisfazione, allora diventa una forma elegante d’immobilismo. La politica non può chiedere applausi per essere ancora in piedi mentre il lavoro perde potere d’acquisto, i territori si sfibrano, il dibattito pubblico si imbarbarisce.

Il filo che unisce questi episodi è uno solo: la rimozione della responsabilità. Nel caso di Bella ciao, si rimuove la responsabilità della scelta storica. Nel Sannio, si rimuove la responsabilità politica dietro il paravento del contro-attacco. A Palazzo Chigi, si rimuove la responsabilità del bilancio reale dietro il racconto della durata. È la stessa malattia civile: parlare d’altro per non rispondere dell’essenziale.

Servirebbe, invece, un ritorno severo a pochi principi non negoziabili: onestà intellettuale, rispetto dei fatti, sobrietà delle parole, responsabilità civile. Onestà intellettuale vuol dire chiamare le cose con il loro nome: partigiano non è essere umano, un’inchiesta non è una sentenza ma neppure un fastidio da occultare, la longevità di un governo non coincide con la qualità del governo. Responsabilità civile vuol dire smettere di fare della politica una discarica di insinuazioni, vittimismi e vendette trasversali.

Chi ha un ruolo pubblico dovrebbe ricordarselo ogni mattina: le istituzioni non servono a proteggere il potere da domande scomode, ma a proteggere i cittadini dall’arbitrio del potere. E l’informazione seria dovrebbe fare il resto: meno curve da stadio, meno tifoserie, meno santificazioni di comodo; più rigore, più contesto, più coraggio. Perché un Paese democratico si degrada lentamente, quasi senza accorgersene, proprio quando la parola pubblica smette di cercare la verità e comincia soltanto a cercare il colpo.

Ph Giuseppe Chiusolo

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