Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Non serve infierire. Non serve nemmeno alzare la voce. Adesso basta leggere i fatti.

Quando questa vicenda è esplosa, L’eco del Sannio aveva già affrontato il nodo sul terreno giusto: non quello della reazione di pancia, ma quello del diritto pubblico, della procedura, della tenuta istituzionale dell’atto di grazia. Avevamo già scritto che il punto non era gridare all’illegittimità formale di una prerogativa costituzionale del Capo dello Stato; il punto era un altro, ed era più serio: verificare se, dietro un atto eccezionale, ci fosse un’istruttoria davvero all’altezza della sua eccezionalità. Oggi quel dubbio non è più soltanto giornalistico o politico. È diventato istituzionale.

Il fatto nuovo, infatti, è di peso. Il Quirinale ha scritto al ministero della Giustizia chiedendo con urgenza chiarimenti sulle “supposte falsità” degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza relativa a Nicole Minetti. È un passaggio che cambia il quadro. Perché non siamo più soltanto di fronte a una discussione sull’opportunità politica della grazia, ma a una verifica sul materiale istruttorio che ha portato il Presidente della Repubblica alla firma. E il Quirinale ha precisato un punto decisivo: il Capo dello Stato non dispone di autonomi strumenti di indagine e fonda la propria decisione sui documenti trasmessi e sulle valutazioni dell’autorità giudiziaria e del ministro della Giustizia.

Ed è precisamente qui che tornano, una per una, le incongruenze che avevamo già indicato. La grazia è un atto di clemenza individuale previsto dall’articolo 87 della Costituzione. La decisione finale spetta al Presidente della Repubblica. Ma il procedimento non nasce nel vuoto: la domanda va presentata al ministro della Giustizia, sulla pratica si esprime il Procuratore generale, si raccolgono informazioni utili, e solo alla fine il fascicolo approda al Quirinale con l’avviso del Guardasigilli. Non è un automatismo. È un percorso istruttorio che vive o cade sulla qualità, sulla completezza e sulla verificabilità degli elementi raccolti.

Per questo è difficile far finta di niente. La circolare del ministero della Giustizia del 9 giugno 2021, che disciplina l’istruttoria delle domande di grazia, dice esattamente che la riduzione dei tempi non può avvenire “in alcun modo” a scapito della qualità e della completezza dell’istruttoria. E insiste sulla necessità di raccogliere informazioni aggiornate e idonee a una valutazione compiuta. Tradotto: quando si maneggia un atto eccezionale, l’istruttoria non è una formalità burocratica. È la sostanza stessa della decisione. Se oggi il Quirinale chiede verifiche urgenti, significa che il problema non è ideologico. È procedurale. Ed era esattamente lì che la questione andava guardata fin dall’inizio.

Naturalmente occorre misura. “Supposta falsità” non significa falsità accertata. E un giornale serio deve tenere ferma questa distinzione. Nicole Minetti ha respinto le ricostruzioni di stampa definendole prive di fondamento e lesive della sua reputazione personale e familiare, annunciando iniziative legali. Finché gli accertamenti non saranno conclusi, nessuno può trasformare un sospetto in sentenza. Ma proprio per questo il punto di metodo diventa ancora più importante: se la base fattuale di una grazia viene contestata al punto da provocare un intervento del Colle, allora il tema non è il chiacchiericcio. È la robustezza del circuito istituzionale che ha portato a quell’atto.

Qui va detto con chiarezza anche un altro punto. Difendere il Presidente della Repubblica, in questa fase, non significa sottrarre la vicenda al giudizio pubblico. Significa, al contrario, distinguere bene i piani. Il potere di grazia è sostanzialmente presidenziale, ma il Presidente decide sulla base di una istruttoria che altri formano e trasmettono. Se ora si discute dell’attendibilità dei presupposti, allora il fuoco non può cadere meccanicamente sul Quirinale come se il Colle fosse un organo investigativo. Non lo è. Il problema, semmai, si colloca nella filiera istruttoria e nelle garanzie di controllo che dovevano sorreggerla.

Ed è anche per questo che l’argomento sollevato allora da L Eco del Sannio oggi appare ancora più fondato. Noi non avevamo sostenuto che la grazia fosse, di per sé, incostituzionale. Avevamo sostenuto che un atto così delicato, fondato su motivazioni umanitarie eccezionali, non poteva reggere soltanto sulla fiducia implicita nei passaggi interni dell’istruttoria. Occorrevano presupposti solidi, coerenti, controllati. Se oggi quelle basi vengono rimesse in discussione dalle stesse istituzioni chiamate a custodirle, allora non siamo davanti a un eccesso polemico. Siamo davanti alla conferma che quelle incongruenze esistevano davvero, almeno come problema giuridico e procedurale.

Resta infine un profilo istituzionale che non andrebbe eluso. Il ministero della Giustizia ha fatto sapere che, allo stato, gli elementi negativi emersi negli articoli di stampa non constano agli atti della procedura, ma ha anche disposto nuove verifiche. È una formula che, da sola, fotografa il problema: non smentisce i fatti contestati; certifica piuttosto che quei fatti non risultavano nel fascicolo. E se non risultavano, la domanda inevitabile è una sola: perché?

Adesso, dunque, non è il tempo del sarcasmo. È il tempo della trasparenza. Se gli accertamenti confermeranno la correttezza dell’istruttoria, sarà giusto prenderne atto con la stessa serietà con cui oggi si chiedono chiarimenti. Ma se invece dovesse emergere che la grazia è stata concessa su presupposti incompleti, inesatti o non adeguatamente verificati, allora la questione diventerebbe molto più ampia del caso Minetti: riguarderebbe la credibilità del procedimento, la responsabilità di chi ha istruito la pratica e la tenuta di un istituto che la Costituzione vuole eccezionale proprio perché deve restare irreprensibile.

Il punto, in fondo, è semplice. Non avevamo visto male. Avevamo visto prima, sul piano del diritto, ciò che oggi la cronaca istituzionale sta imponendo a tutti di vedere: quando un atto di clemenza nasce da presupposti che non convincono, il problema non è l’eco della polemica. Il problema è il silenzio delle verifiche.

 

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