Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

L’8 agosto dell’anno 117 d.C., a Selinunte in Cilicia, moriva Traiano. Aveva sessantaquattro anni. A Benevento, sulla pietra di Paro bianca come latte, il suo corteo trionfale continuava a camminare , e cammina ancora. È da questo paradosso che bisogna partire per capire cosa sia davvero l’Arco di Traiano di Benevento, e cosa sia davvero questo libro.

Luigi Meccariello dedica decenni alla Port’Aurea , così la chiamava Arechi II in un atto di donazione del 774. La conosce come si conosce una persona cara: sa dove si nasconde una firma, sa quali mani mancano, sa in quale direzione guardano i volti. Il volume, pubblicato da Edizioni Iuorio, si presenta con una prefazione di Cesare Mucci e una presentazione di Mario Collarile che già nelle prime pagine ne fissano la natura: non una guida turistica, non un saggio accademico nel senso ordinario del termine. Un’opera che tiene insieme il rigore dello studioso e la passione del narratore ( sono parole di Mucci ) e che introduce il lettore, come scrive Collarile, magicamente tra la folla nella Roma dei Cesari di 1900 anni fa.

Il metodo è iconografico e meticoloso. Il monumento conta 580 sculture totali, 25 lastre per singola facciata. La processio honoris et gloriae si sviluppa in 180 figure che girano in continuum intorno al monumento, scolpito su tutte e quattro le facciate, comprese quelle laterali per il resto interamente lisce. Meccariello ne decodifica la grammatica con precisione sistematica: sei gruppi di portatori di fercula sempre preceduti da un tabellario, quattro gruppi di vittimari con i tori stolati, otto spargitori di arena aurosa, almeno quindici prigionieri su carro e a piedi costantemente sorvegliati, quattro stipatores addetti all’ordine lungo il percorso chilometrico. Ogni figura rispetta regole precise di posizione, abbigliamento, gestualità.

La patera sull’omero del vittimario, il malleus alzato, il bracciale al polso del prigioniero che stringe la catena: ogni dettaglio è letto, contestualizzato, restituito al suo significato istituzionale e rituale. Mucci lo dice con esattezza: l’autore svela nei dettagli del fregio una narrazione visiva straordinaria che sfugge allo sguardo distratto.

Ma il libro non è solo iconografia. La narrativa del Trionfo si apre alle Idi di settembre del 107 d.C. con una ricostruzione di potenza rara: le clamidi rosse dei soldati romani, il giallo oro delle corna dei tori portati al sacrificio, i prigionieri daci su carro e a piedi con le loro famiglie scortate dai soldati. Vae victis. Meccariello non rimuove il dolore dei vinti. Lo scolpisce dentro la gioia di Roma con la stessa mano con cui Apollodoro lo scolpì nel marmo. La citazione di Plutarco sui fanciulli prigionieri (troppo giovani per comprendere la grandezza dei loro mali ) attraversa il libro come una nota bassa che non si spegne mai del tutto. E Mucci ricorda che proprio Plutarco, negli scritti che Meccariello mette a confronto con le sculture, considerava il trionfo una sorta di rito sacro che legittimava il potere e rafforzava il legame tra il condottiero e il popolo.

Ogni pannello dell’Arco diventa un capitolo, ogni capitolo apre su un mondo. Il pannello della Teologia del Potere ( Giove che consegna la folgore a Traiano circondato dalla Triade Capitolina e da Ercole, Bacco, Cerere, Mercurio ) è letto come la dichiarazione programmatica del principato: l’imperatore come nuovo dio, il potere come mandato divino. Il pannello della Institutio Alimentaria , i fanciulli poveri d’Italia, la dea Roma con la corona turrita, Marte possente, l’aratro di Fortuna nel suolo ondulato , rivela Traiano come architetto del welfare antico, finanziato con interessi al cinque per cento su prestiti fondiari agli agricoltori e con il bottino dacico. Il pannello del Congiario, con le sue ventitré figure, è una scena di umanità civile che regge il confronto con qualsiasi rilievo romano dell’epoca. Il pannello del Decreto del Trionfo , fissato nell’anno 117, stesso anno della morte di Traiano, con Adriano identificato tra i personaggi , è riletto da Meccariello come atto politico deliberato: legittimare la successione attraverso la pietra, con la mano della dea Roma sulla spalla del nuovo imperatore come sigillo di continuità istituzionale.

Il capitolo sul Maestro dell’Arco merita una menzione a parte. Nell’aquila nascosta nella cornice del fornice, ripetuta quattro volte, Meccariello riconosce , seguendo Mario Rotili , la firma clandestina dello scultore che non poteva firmare un’opera realizzata con Publico Sumpto: Aquilius o Aquilinus, il nome desunto dall’immagine stessa. Un artigiano che ha lasciato il proprio nome nel marmo come un segreto durato duemila anni, con la stessa astuzia dei pittori laconici Batracos e Sauras che, secondo Plinio il Vecchio, nascosero i simboli dei loro nomi nelle basi delle colonne. In questo dettaglio c’è qualcosa che dice molto sul libro e sul suo autore: l’attenzione a ciò che si nasconde, non solo a ciò che si mostra.
Il fregio trova il suo acme nel Currus Triumphalis. Traiano è ritto sulla cassa semicircolare, tirata da quattro cavalli bianchi: l’imperator vestito degli abiti di Iupiter Optimus Maximus , tunica palmata, toga picta, scarpe dorate, scettro, ramo e corona di alloro. Al suo fianco la Vittoria Alata gli porge sul capo la ricca corona di lauro con nastri svolazzanti. Alle sue spalle un servo pubblico tiene sospesa la corona triumphalis e, per rito, gli sussurra all’orecchio: respice post te, memento homo es , guardati indietro, ricordati che sei un uomo. Roma urla il trionfo. La pietra custodisce anche questo: la voce che ricorda all’imperatore la sua fragilità nel momento della sua massima gloria. Nessuna civiltà antica ha saputo costruire dentro la celebrazione del potere assoluto il suo stesso antidoto con tale lucidità.

La parte storica affronta le due guerre daciche ( la prima del 101-102, la seconda del 106-107 ) con la precisione di chi conosce le fonti primarie: Cassio Dione, Sifilino, l’epitome di Cassio Aproniano. Il ponte sul Danubio di Apollodoro , 1.135 metri su venti piloni alti 150 piedi (circa 44 metri) di altezza esclusi i fondamenta, per mille anni il più lungo ponte ad arcate mai costruito al mondo è descritto con la stessa meraviglia con cui lo descrive Cassio Dione. La caduta di Sarmizegetusa, capitale dacica su una rupe di 1.200 metri con l’Acropoli di tre ettari, è raccontata senza trionfalismo. Decebalo che si taglia la gola con la falx dacica piuttosto che sfilare incatenato nel corteo di Roma è una morte che Meccariello riporta senza commento, e il silenzio vale più di ogni giudizio.

La tesi più originale e più solida del libro riguarda il rapporto tra l’Arco e il Panegirico di Plinio il Giovane, figlio adottivo e nipote del naturalista Plinio il Vecchio, 95 capitoli tenuti in Senato nell’anno 100 d.C. come gratiarum actio per il consolato di Traiano. Meccariello dimostra che leggendo l’Arco con il Panegirico in mano si scopre che Apollodoro ha tradotto in pietra le parole di Plinio. La conoscenza ravvicinata di Traiano che il mondo deve a Plinio il Giovane , lo ricorda anche Mucci, che cita le sue lettere come esaltazione del modello di sovrano illuminato capace di coniugare forza e clemenza , è la stessa che il monumento beneventano ha cristallizzato nelle sculture. L’Arco è un Panegirico scolpito. È questa la tesi che giustifica il sottotitolo: La Storia Nascosta.
La storia nascosta è anche quella di Domiziano a Benevento , il damnatus memoriae che la città sannita conserva nonostante tutto, nella statua in veste di sacerdote egizio del Museo del Sannio e nell’obelisco di piazzetta Papiniano con la sua iscrizione in geroglifici. Meccariello non semplifica. Sa che la storia è fatta di paradossi, e che Benevento ne custodisce più di una.

Collarile, nella presentazione, affida a una sola immagine il senso profondo di questo lavoro: l’Arco di Benevento è una sorta di Pantheon fuori dall’Olimpo di Roma. E aggiunge, con una frase che vale da sola come una critica d’arte: alla fine della lettura ti pare di risentire il grido di dolore di Luigi Meccariello ogni volta che ti ha mostrato tutti quegli arti e quelle teste spezzate dai vandali di ogni tempo. È la misura del coinvolgimento che questo libro produce e che esige.

La distinzione che Meccariello formula con precisione chirurgica è quella che più illumina il valore del monumento: la Colonna Traiana di Roma è i Commentarii de Bello Dacico, narrazione militare puntuale delle campagne daciche. L’Arco di Benevento è l’antologia del vario ed esaltante mondo romano di cui Traiano fu protagonista , le imprese militari e la pace sociale, il potere teologico e il welfare dei fanciulli poveri, i vincitori e i vinti, la gloria e il memento homo. Mucci lo conferma: l’unica testimonianza della Processione Trionfale quasi intatta nella sua continuità descrittiva è il corteo trionfale dell’Arco di Benevento. Non esiste altro.

Lo storico Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia del 1957, lo percepiva come forse il più bello e armonioso degli archi romani esistenti, più bello di quelli di Roma. Meccariello ( come ricorda Rito Martignetti nella postfazione ) ha già annunciato il progetto di realizzare calchi dei pannelli e del fregio a grandezza naturale, già presenti a Roma, Firenze, Romania, Danimarca, Stati Uniti, Oxford. Il lavoro di uno studioso beneventano ha dunque già valicato i confini della città, del paese, del continente.
Anche Dante, ricorda Mucci, nella Divina Commedia fa approdare Traiano in Paradiso , testimonianza che la grandezza di questo imperatore ha attraversato i secoli e le culture.

Ci sono libri che si leggono e libri che si usano. Questo è entrambe le cose: si legge per capire Traiano, si usa per camminare sotto l’Arco con occhi irreversibilmente diversi. Benevento ha nella sua città il monumento romano più ricco di sculture narrative dopo la Colonna Traiana. Luigi Meccariello ce lo restituisce. È un atto di restituzione culturale che la città dovrebbe riconoscere e che, in ogni caso, la pietra già custodisce da quasi duemila anni.

 

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