L’ editoriale del direttore Daniela Piesco 

 

La parte più grave di questa vicenda non è la battuta sulle “modeste mazzette”. È peggio: è il pensiero che la rende possibile.Quando un ministro della Giustizia arriva a spiegare che non è una bestemmia parlare di “modestia” anche riferita alle mazzette, non sta soltanto scegliendo parole infelici. Sta comunicando una gerarchia morale. Sta dicendo che il problema della corruzione può essere riportato a una questione di taglia, di misura, di peso specifico. È un passaggio culturale devastante, perché la corruzione non si misura solo in euro: si misura nel modo in cui altera decisioni pubbliche, nell’idea che l’interesse privato possa piegare la funzione pubblica senza che la Repubblica reagisca con tutta la propria nettezza. La piccola corruzione, nella vita amministrativa reale, è spesso la forma quotidiana con cui il privilegio si normalizza. Non è meno tossica perché è minuta; è più pervasiva proprio perché si mimetizza nell’ordinario. .

 

Ma il rigore sembra valere soprattutto verso il basso, verso i soggetti deboli, marginali, esposti; quando invece il discorso tocca le zone grigie del potere pubblico, il tono cambia, si relativizza, si distingue, si sfuma. È un doppio standard riconoscibilissimo: massima severità per l’illegalità sociale, massima indulgenza sistemica per l’opacità istituzionale. E questo, in una democrazia matura, è molto più pericoloso di una singola riforma sbagliata, perché altera il senso stesso di uguaglianza davanti alla legge.

La vera deriva, allora, non è retorica. È concreta. È la normalizzazione progressiva dell’idea che il favoritismo pubblico, se non troppo clamoroso, sia una materia secondaria. È la pedagogia dell’abbassamento della soglia: non si dice mai apertamente che la corruzione è tollerabile, ma si comincia a parlarne con un lessico attenuato, la si sottrae al presidio penale, si indeboliscono gli anticorpi amministrativi, si brandiscono dati laterali sul PNRR per cambiare argomento, si piega perfino la sentenza della Consulta a uso difensivo. Così non si riforma lo Stato: lo si addestra a sopportare di più. E quando uno Stato si abitua a sopportare di più dall’alto, finisce sempre per pretendere troppo dal basso

 

Rendere l’abuso del potere pubblico una zona franca non è un eufemismo: è la tabella di marcia di un governo che ha scelto l’impunità come sistema.Quando un ministro chiama ‘modeste mazzette’ il prezzo della complicità, lo Stato non è più uno Stato: è una concessionaria di licenze ad abusare.Non stanno relativizzando la corruzione. La stanno istruendo come reato minore, la stanno sdoganando come prassi, la stanno trasformando in ordinaria amministrazione del favore illecito.Questa non è una politica di contrasto alla corruzione. È la sua messa a regime. È l’abuso di potere che si dà un alibi, la legge che si piega al mercato delle mazzette, lo Stato che firma la propria resa all’illecito.Un ministro che sminuisce la tangente sta scrivendo il nuovo statuto dello Stato: l’abuso non si persegue, si tariffa. E la ‘zona franca’ si chiama Italia.

 

 

Ph pixabay senza royality

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