La diffida di Pietro Mattei al governo Meloni ha il merito, almeno, di porre una domanda che nessuno in questi tre anni si era preso la briga di formulare senza sconti: il Piano Mattei ha qualcosa a che fare con Enrico Mattei? Non nominalmente ( questo è ovvio ) ma sostanzialmente, nelle scelte politiche, nell’orientamento strategico, nella visione del mondo che quel nome porta con sé?
La risposta, a un esame serio, è scomoda per tutti: per il governo che usa quel cognome come sigillo di legittimità, per l’opposizione che lo agita come clava senza aver mai approfondito la questione, e in parte anche per Pietro Mattei, che ha ragione nel merito ma sceglie uno strumento legalmente fragile e politicamente ambiguo.
Cominciamo dai fatti, che sono l’unica bussola che conta.
Enrico Mattei costruì l’ENI su un principio rivoluzionario per l’epoca: rovesciare il rapporto di forza con i paesi produttori di idrocarburi, offrendo all’Iran e ai paesi arabi il 75% dei profitti contro il 50% imposto dalle Sette Sorelle angloamericane. Non era filantropia: era geopolitica. Era la scommessa che un paese come l’Italia, privo di colonie e di potenza militare proiettata all’esterno, potesse ritagliarsi uno spazio autonomo nel sistema energetico globale costruendo relazioni paritarie, non estrattive. Sfidò Washington. Trattò con Mosca. Sostenne l’indipendenza algerina dalla Francia quando farlo era impopolare in Occidente. Morì in circostanze mai del tutto chiarite, in un’epoca in cui certi equilibri si difendevano anche così.
Il governo Meloni ha preso questo profilo — autonomia energetica, Africa come partner strategico, rifiuto del paradigma predatorio — e ne ha fatto la narrazione del suo Piano. La narrazione è seduttiva. Il problema è la realtà che le sta sotto.
L’Italia di Meloni ha smesso di comprare gas russo non per una scelta strategica autonoma, ma sotto pressione atlantica, sostituendo una dipendenza con un’altra , quella dal GNL americano, acquistato a prezzi più alti. Mattei avrebbe chiamato questa operazione con il suo nome: sudditanza. Sul dossier palestinese, il governo ha scelto una posizione di sostanziale acquiescenza nei confronti di Washington e Tel Aviv, in un conflitto che vede distrutta l’infrastruttura civile di un territorio arabo. Mattei aveva costruito la credibilità italiana nel mondo arabo esattamente sulla disponibilità a non stare sempre dalla parte del più forte. Quanto all’Africa, il Piano omonimo , tre anni dopo il lancio, con grande dispiegamento di comunicazione istituzionale , ha prodotto risultati concreti modesti, e i suoi critici più documentati segnalano che la sua funzione reale è più la gestione dei flussi migratori che il partenariato energetico-economico paritario che Mattei avrebbe riconosciuto come suo.
Pietro Mattei, dunque, ha torto sul piano legale, come lucidamente osserva la sorella Rosangela, l’azione individuale di un erede senza il concorso dell’intera famiglia ha basi giuridiche fragili , ma ha ragione sul piano politico. La contraddizione tra il nome e la cosa esiste ed è sostanziale, non marginale.
Rosangela Mattei, dal canto suo, ha ragione nell’accusare il fratello di essersi ricordato dello zio solo nel momento in cui farlo porta visibilità. Sessant’anni di tutela gratuita della memoria contro una mail certificata inviata nel momento di massima risonanza mediatica: il confronto non è lusinghiero per Pietro. Ma il suo attacco al fratello non risponde alla domanda essenziale ( se il Piano Mattei tradisca o meno la memoria di Enrico ) e la sua difesa implicita del governo (“siamo in un momento in cui stiamo andando male, non dobbiamo distruggere l’Italia”) è una risposta politica travestita da buon senso familiare. Dire che nessun politico è come Enrico Mattei è vero e irrilevante: la questione non è se Meloni eguagli Mattei, ma se abbia il diritto di usarne il nome come garanzia di una politica che va in direzione opposta.
Francesco Lollobrigida che definisce Mattei “un personaggio che sta nella storia dell’umanità” non chiarisce nulla. Gli elogi ai morti non impegnano i vivi.
La verità scomoda è questa: il Piano Mattei usa il nome di un uomo che sfidò il cartello energetico angloamericano per dare spazio a un’Italia sovrana e ai paesi produttori una parte equa della ricchezza estratta dal loro sottosuolo, ed è stato varato da un governo che ha scelto di comprare il gas da chi lo sfidò, di non disturbare chi conduce un’operazione militare che Mattei avrebbe trovato inaccettabile, e di presentare all’Africa un partenariato che nei numeri reali assomiglia più alla gestione del problema migratorio che alla condivisione dei profitti. Non è una questione di destra o sinistra: è una questione di coerenza tra il simbolo e la sostanza.
Pietro Mattei ha scelto lo strumento sbagliato per sollevare il problema giusto. Rosangela Mattei ha ragione sulla famiglia ma non sul governo. Il governo ha scelto il nome più potente disponibile nell’immaginario italiano sull’Africa e sull’energia, e ha costruito intorno a quel nome una politica che non regge al confronto con la storia che quel nome rappresenta.
Il giornalismo ha il compito di dirlo. Senza aspettare che a farlo siano gli eredi, le diffide o le interrogazioni parlamentari.
