Quando questo libro mi è arrivato tra le mani l’ho divorato in un fiato solo , quella notte, quella stessa notte, senza alzarmi dal tavolo. E quando l’ho chiuso, l’ultima pagina ancora aperta sotto le dita, ho capito che non potevo rispondergli con una recensione qualunque. Bisognava rispondere a un patto di sangue. Perché ” Sul declino dell’umano” non è un libro che si legge: è un libro che ti convoca, ti chiama in causa, ti obbliga a fare i conti con tutto ciò che hai taciuto, rimandato, sepolto sotto la polvere dei giorni. Così ho scritto queste parole. Non come critica letteraria , o almeno, non solo , ma come risposta dovuta a un uomo che ha avuto il coraggio, raro e quasi scandaloso, di scrivere la verità fino in fondo.
Mitico Professor Geppino Spirito : hai vinto ancora.
Alter Spirito: ‘Sul declino dell’umano'(Ortica editrice, aprile 2026, pp. 128)
C’è un bambino al centro di questo libro che non voleva nascere. L’autore lo racconta in una delle pagine più laceranti dell’intera opera: «non riuscivo a venir fuori dal grembo materno, il bambino non ne voleva sapere della luce del mondo, venne tuttavia alla luce senza il pianto, senza quasi respirare: dovettero scuoterlo quel bambino, quasi “picchiarlo” perché potesse piangere alla vita». Sopravvisse, scrive Alter Spirito. Ma «quel vivere da sopravvissuto fu un lungo silenzio». Sul declino dell’umano è tutto qui: quel silenzio e la sua ultima, faticosa rottura.
Non si tratta di un saggio. Non è neppure un diario, benché contenga la materia grezza di un diario , insonnie, visite ospedaliere, sogni della madre morta, passeggiate mattutine lungo un mare antico dove «camminano dentro di me, a fianco a me, tutte le disperazioni del negativo». È qualcosa che resiste a qualsiasi etichetta editoriale, e proprio in questa resistenza sta la sua natura più vera.
L’autore , che si nasconde nello pseudonimo come in uno dei tanti «nascondigli» che il libro ossessivamente evoca e che porta in sé la contraddizione fondante dell’opera, lo spirito che si vuole altro da sé, costruisce un’opera spezzata, irregolare, anarchica: frammenti filosofici, lampi aforistici, prose poetiche, visioni oniriche, citazioni che diventano carne propria. Una scrittura che lui stesso definisce «randagia e urticante», e che si dà il compito impossibile di «disalienare quel che resta della vita stessa. Non riuscendoci».
La cronologia interna del libro è quella di un corpo malato.
Un «intruso» , parola che Alter Spirito usa con ostinata coerenza, rifiutandosi di nominare la malattia come si rifiuta di alzare bandiera bianca , si è impadronito del suo organismo nei mesi della scrittura, «tiranneggiandolo con le sue continue rivendicazioni». Questo intruso non è però soltanto biologico: è la figura condensata di tutto ciò che il libro denuncia. L’uomo contemporaneo è un corpo occupato, una sovranità perduta, un «io» che «non è più chi è».
L’intrusione corporea e l’intrusione civilizzatoria si rispecchiano fino a coincidere, e da questa coincidenza il libro trae la sua forza bruciante.
La galleria filosofica da cui Alter Spirito attinge è vastissima ( Pascal, Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard, Kafka, Bernanos, Beckett, Blanchot, Cioran, Camus, Weil, Sartre, Rilke, Handke, Pessoa, Montale, Celan, Benjamin, Agamben, Jünger, Artaud, Bernhard, De Martino, Byung-Chul Han, Sontag ) ma non si tratta mai di erudizione in cerca di prestigio.
Queste voci vengono convocate come si convocano i morti amati: per non restare soli.
Quando cita il Beckett dell’aneddoto parigino , al quale un amico chiede se una splendida mattinata di primavera non lo faccia sentire felice di essere vivo, e lui risponde semplicemente: «Non esageriamo» non sta costruendo un rimando intellettuale. Sta descrivendo la sua statura morale nei confronti della realtà. Quella risposta è la sua.
La diagnosi del contemporaneo che il libro elabora è intransigente e totale. L’uomo odierno ha perso non Dio , la «morte di Dio», scrive Alter Spirito, è ormai un’eredità già metabolizzata ma qualcosa di più vicino e più irrecuperabile: ha perso se stesso. Ha costruito un «profilo» al posto di un’identità. Ha trasformato la speranza nel suo «estremo surrogato» trascendente, e questa speranza degradata a pura aspettativa lo ucciderà: «moriremo di speranza» è una delle sentenze più gelide e più vere dell’intero volume.
Al capitalismo computazionale che «modella coscienze e distrugge antropologie» risponde il gregge che cresce «a dismisura», mentre i pochi «lupi» «anarchici, eretici, deviati, ribelli ed irregolari» restano l’unico incubo dei potenti, nel senso di Jünger. Alle masse che applaudono ai funerali come se assistessero a uno spettacolo risponde Ceronetti che esce fischiettandosi il Dies Irae: «la più attuale delle Internazionali». Anche qui Alter Spirito non cita: conferma.
Ma il libro non si esaurisce nella diagnosi. Ha una sua geologia interiore assai più complessa. Accanto alla critica dell’umano declinante convivono riflessioni di tenerezza asciutta , l’aneddoto di Margaret Mead sul femore guarito nella preistoria, «l’inizio della civiltà non è una scoperta ma un gesto, non una pietra ma un atto d’amore» , e visioni notturne in cui la madre ricompare in sogno con «occhi così pieni di tenerezza e di amore» da far desiderare all’autore di morire in quell’istante «di un sogno».
C’è una pagina in cui confessa il proprio «desiderio più grande»: «donare qualcosa di me che non ho a qualcuno che non lo vuole». E questa frase , scritta con la secchezza di chi sa che il melodramma è la prima forma di menzogna , vale da sola più di molti romanzi.
Uno degli snodi più significativi del libro è la distinzione tra Delos e Adelos, tra ciò che la modernità tenta di nominare, stabilire e fissare, e ciò che invece si nasconde, «che è incerto, instabile ed insondabile». Alter Spirito ha sempre preferito l’Adelos. E lo stesso vale per la sua scrittura: una scrittura che porta «al non detto, che scava nel silenzio della fine di ogni prospettiva metafisica», e che , seguendo Blanchot fino in fondo , è radicalmente «scrittura per difetto». Scrivere il meno possibile, sottrarre, togliere fino all’osso, fino a quando «l’ultimo sacrificio» non sia «la dissoluzione dello stesso linguaggio». Non c’è compiacimento in questa estetica della sottrazione: c’è disperazione.
La riflessione sulla poesia che attraversa più riprese il testo è anch’essa doppia, contraddittoria e perciò onesta. Da un lato la diagnosi impietosa , citando Paul Auster: «ci sono più poeti per un centimetro quadrato che erba nei giardini», e tuttavia «poco di importante si è scritto, si scrive» , dall’altro la necessità assoluta: «la poesia è necessaria».
Come Montale, che l’autore cita con precisione: la poesia «non è fatta per nessuno, non per altri e nemmeno per chi la scrive. “Sta” come una pietra o un granello di sabbia. Finirà con tutto il resto». E con essa finirà «l’unica protezione disponibile contro la volgarità del cuore umano». Ma questa protezione non è difesa: è testimonianza. Come i versi di Moris Ioudah ( tradotti e inseriti nel testo ) che chiedono alla poesia di «chiedere scusa, a lungo, incessantemente, agli alberi bruciati, agli uccelli rimasti senza nido, ai bambini dal volto pallido, prima e dopo la morte».
Il libro si chiude sull’ultimo Malraux, convocato quasi come un contrappunto: «Una vita umana non vale niente, ma niente vale quanto una vita umana». È una chiusura apparentemente in contraddizione con il nichilismo che aveva preceduto, e invece perfettamente coerente. Non è una consolazione. È l’ultimo giro di vite della lucidità: il mondo contemporaneo nega questa verità in entrambe le direzioni , svalutando la vita degli altri e sopravvalutando la propria immagine. Alter Spirito la riafferma da un corpo malato, da pagine scritte nell’ora del corpo in pena, e proprio per questo la riafferma con l’unica autorità che conta: quella di chi ha guardato il fondo senza chiudere gli occhi.
Sul declino dell’umano è un libro scomodo, denso, per tratti volutamente oscuro , «ho sempre preferito l’ombra alle promesse della luce» e non ha alcuna intenzione di venirti incontro. Non facilita il compito del lettore perché, come l’autore stesso scrive, «chi legge non ama né gli piace comprendere tanto, gli piace segnare il passo, sprofondare, gli piace essere punito».
Ebbene: questo libro punisce. E quella punizione, per chi la accetta, è una delle forme più rare di rispetto intellettuale.
