Il testo di Roberto Costanzo su Realta’ Sannita non si limita a evocare un passaggio della politica sannita, ma prova a misurare il presente con una domanda più grande e più scomoda, cioè se una crisi dell’etica politica possa ancora produrre non solo indignazione, ma persino rinnovamento. È una domanda severa, perché costringe a uscire dal riflesso sterile della lamentazione e a verificare se dentro il logoramento della vita pubblica esista ancora una energia di ricostruzione.
Il punto più interessante del ragionamento è la distinzione tra dissenso e conflitto. Sembra una sfumatura lessicale, ma in realtà è una differenza decisiva. Il conflitto, da solo, può essere soltanto urto, contrapposizione, guerra di posizionamenti. Il dissenso, invece, quando è culturalmente fondato, è il segno che una comunità politica è ancora viva, che non ha smesso di pensare, di discutere, di selezionare leadership sulla base di visioni diverse. Costanzo sembra dirci che la politica muore non quando litiga troppo, ma quando smette di produrre differenze vere e si riduce a gestione di fedeltà personali, di rendite, di sopravvivenze.
Per questo il richiamo alla storia della Democrazia Cristiana sannita non ha il sapore della nostalgia ornamentale. Non è il repertorio dei nomi illustri usato per celebrare un passato perduto; è piuttosto un tentativo di capire come nasce davvero una classe dirigente. Non nasce per investitura meccanica, non nasce perché qualcuno la nomina dall’alto, e nemmeno perché occupa rumorosamente la scena. Nasce quando un sistema politico, pur tra contraddizioni e resistenze, accetta il rischio del ricambio. La memoria di figure come Vetrone, Mastella, Zarro e il riferimento a De Mita vengono così utilizzati non per imbalsamare una genealogia di potere, ma per mostrare che anche nelle stagioni forti della politica il passaggio generazionale fu un processo faticoso, non un automatismo.
Qui il testo tocca una verità che va oltre Benevento e il Sannio: una classe dirigente non si rinnova semplicemente perché invecchiano i protagonisti precedenti. Si rinnova solo quando cambia il criterio della legittimazione. Se il criterio resta la cooptazione personale, il trasformismo, la dipendenza da un capo o da una rete di convenienze, allora anche i volti nuovi diventano immediatamente vecchi. La giovinezza anagrafica, in politica, non coincide mai con la novità storica. Un trentenne privo di autonomia morale può essere più decrepito di un settantenne capace di visione. È questo il punto che rende l’articolo di Costanzo tutt’altro che celebrativo: esso suggerisce che il problema non è solo chi entra in scena, ma con quale libertà interiore, con quale cultura istituzionale, con quale idea di bene comune.
Ed è qui che compare il nodo più duro: la crisi di etica politica. Questa espressione viene spesso usata in modo rituale, quasi decorativo. Ma se la prendiamo sul serio, significa qualcosa di più radicale: significa che si è spezzato il rapporto tra potere e responsabilità, tra rappresentanza e servizio, tra consenso e verità. Quando la politica perde il senso del limite, smette di educare e comincia soltanto ad amministrare paure, ambizioni, dipendenze. Tuttavia Costanzo intravede un paradosso fecondo: proprio quando una crisi morale diventa evidente, quando le finzioni si consumano e le mediazioni opache non reggono più, può aprirsi uno spazio per un nuovo inizio. Non perché la crisi sia positiva in sé, ma perché costringe tutti a vedere ciò che prima si preferiva ignorare.
Naturalmente non c’è alcun automatismo salvifico. Dalla decomposizione può nascere il meglio, ma anche il peggio. Può nascere una nuova responsabilità civile, oppure un populismo rancoroso; può maturare una generazione più seria, oppure una classe dirigente ancora più fragile e opportunistica. Ecco perché il dissenso evocato nell’articolo è prezioso solo se si fa cultura politica, cioè capacità di elaborare idee, criteri, linguaggi, priorità. Senza questo passaggio, la crisi resta soltanto un vuoto, e il vuoto viene quasi sempre riempito da chi urla di più o controlla meglio i circuiti della fedeltà.
Il merito maggiore del pezzo sta allora nel suo invito implicito a non separare mai il tema del rinnovamento da quello della formazione. Una classe dirigente degna di questo nome non è un gruppo di candidati più giovani, ma un insieme di persone capaci di reggere il peso della decisione pubblica, di sopportare l’impopolarità quando necessaria, di non confondere il consenso immediato con la qualità del governo. Se la politica sannita , come ogni altra politica territoriale , vuole davvero uscire dalle sue forme di stanchezza, non ha bisogno solo di successioni, ma di una nuova pedagogia civile: luoghi di discussione, selezione, studio, responsabilizzazione. La politica, prima di essere competizione, è educazione del giudizio.
In fondo, il sottotesto più vivo dell’articolo di Costanzo è questo: nessun territorio si salva sostituendo semplicemente i nomi; si salva solo quando ritrova un’idea esigente della funzione pubblica. Se il Sannio saprà trasformare la propria crisi etica in un’occasione per ridefinire il valore del dissenso, del merito, della preparazione e del servizio, allora quel malessere avrà avuto un senso. Altrimenti resterà soltanto l’ennesimo passaggio di consegne dentro lo stesso recinto. Ed è proprio questa la differenza tra alternanza e rinnovamento: la prima cambia gli interpreti, il secondo cambia la qualità morale della scena.
