Giuseppe Chiusolo mi ha fatto leggere questo articolo. E ha fatto bene.
Il testo è un’elegia civile travestita da cronaca sportiva. L’autore parte da un’immagine di infanzia , una bandierina di carta colorata, una radio a transistor, il balcone sulla ferrovia , per costruire una riflessione densa sul rapporto tra la Nazionale di calcio e l’identità collettiva italiana.
Il filo narrativo è quello della perdita: un amore viscerale e incondizionato per la maglia azzurra che ha retto decenni di scandali e trasformazioni, ceduto infine non per scelta del tifoso, ma per il tradimento di chi avrebbe dovuto custodire quel simbolo. I dodici anni di qualificazioni mancate non sono solo un dato tecnico: sono la metafora di una classe dirigente che ha svenduto un pezzo dell’identità nazionale.
La cifra stilistica più efficace è il ricorso al mito omerico , Ulisse, Achille, i proci , che eleva la questione calcistica al livello di un poema nazionale. Non è retorica ornamentale: è una scelta strutturale che dice, con precisione, che stiamo parlando di eroi autentici contrapposti a usurpatori. E il vero nodo del pezzo è proprio questo: il timore , confessato nell’ultimo movimento, con lucidità amara , che a scendere dal treno atteso sia ancora una volta Antinoo, non Ulisse.
La chiusura è aperta ma non innocente. La domanda rivolta a quei “bambini che giocavano sul marciapiede” è una chiamata alla responsabilità civica che va ben oltre il calcio: restare spettatori o pretendere rispetto? Il pallone è il pretesto; la posta è la partecipazione democratica.
Scrittura alta, ritmo controllato, immagini forti. Un testo che funziona.
