L’intuizione brillante qui non è che il governo fallisce, ma che il governo ha inventato il “sovranismo quantistico”: la capacità di essere contemporaneamente stato e antistato, poliziotto e manifestante, carnefice e vittima di se stesso.
Tre anni e mezzo di potere e poi la folgorazione: la piazza. Ma non per inaugurare un’opera, bensì per protestare contro l’inquilino del Viminale. Che poi è lo stesso che tiene il microfono. Il 18 aprile, in Piazza Duomo, assisteremo a un esperimento di fisica politica mai tentato prima: la scissione dell’atomo leghista. Matteo Salvini guiderà un corteo contro l’immigrazione incontrollata, trasformando il Ministero delle Infrastrutture in un “non-luogo” dove i decreti vengono firmati con la mano destra mentre la sinistra regge il cartello “Vergogna!”.
Non e’ un fallimento, è il minimalismo dei risultati. Con una media di 400 rimpatri al mese su 300mila sbarchi, il Ministero non sta gestendo un flusso, sta facendo curatela museale. Ogni clandestino in Italia è ormai un pezzo unico, protetto da una burocrazia così lenta che fa sembrare il bradipo di Zootropolis un pilota di Formula 1.
E i centri in Albania? Sono diventati il primo esperimento al mondo di turismo giudiziario a Km zero. Navi che partono cariche di aspettative e tornano cariche di sentenze, con la regolarità di un traghetto per Olbia a Ferragosto. Politica liquida? No, politica gassosa: occupa tutto lo spazio disponibile nel dibattito, ma non ha peso specifico.
Il dato reale è la vera barzelletta che non fa ridere i puristi del blocco navale: Giorgia Meloni è la più grande regolarizzatrice della storia repubblicana. Ha firmato più permessi di soggiorno lei di quanti ne abbia sognati la sinistra ai tempi d’oro dei centri sociali. È il capitalismo del ‘bracciantato’ travestito da difesa dei confini. Il governo urla “al fuoco!” per coprire il rumore delle aziende che chiedono “altra legna!”.
Il blocco navale non è mai partito perché, a differenza delle promesse elettorali, le navi hanno il brutto vizio di galleggiare sulle leggi internazionali, mentre gli slogan affondano appena toccano l’acqua salata.
E mentre in Italia ci si auto-contesta, all’estero il panorama è una puntata di Black Mirror per sovranisti.
Il caso Orbán: Il “modello Budapest” è evaporato sotto i colpi di Peter Magyar. Sedici anni di potere finiti non con un golpe, ma con un banale conteggio di schede. Il faro della destra europea si è spento perché qualcuno ha finalmente pagato la bolletta della realtà.
Il Silenzio su Leone XIV: undici ore di silenzio per decidere se essere “madre cristiana” o “alleata di Trump”. Una pausa di riflessione così lunga che persino lo spirito santo ha controllato se ci fosse campo…
Il Tweet di Donald: la recensione di Trump (“zero stelle, non ha coraggio”) è il bacio della morte post-moderno. Essere scaricati dal proprio idolo via social è l’equivalente politico di scoprire che il tuo tatuaggio fosse fatto con l’henné e si sta sciogliendo sotto la pioggia.
In sintesi In piazza duomo non ci sarà una protesta, ma un rito esorcistico. Il governo scende in piazza per urlare contro il proprio riflesso nella vetrina della Rinascente. È la strategia del colpevole esterno interno: se le cose vanno male, è colpa del me stesso che stava in ufficio stamattina.
La verità è che governare è l’unica attività umana dove puoi dare la colpa al datore di lavoro anche se sei tu il padrone della ditta. E mentre la piazza urla, i numeri restano lì, immobili e beffardi, a ricordarci che l’unica cosa che questo governo ha veramente bloccato non sono le navi, ma la logica.
Si scende in piazza con la fascia tricolore, ma il sospetto è che serva solo a coprire il vuoto sottostante.
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