Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Nicole Minetti non sconterà la pena. Due anni e dieci mesi per il processo Ruby bis, un anno e un mese per peculato sui rimborsi al Pirellone: in totale, tre anni e undici mesi cancellati dalla grazia presidenziale. La notizia non è nata in una sede istituzionale trasparente, ma è emersa prima attraverso una trasmissione televisiva; solo dopo è arrivata la precisazione del Quirinale. E già questo basterebbe a misurare il tasso di opacità della vicenda.

Mettiamolo subito in chiaro: la grazia è un atto formalmente legittimo. L’articolo 87 della Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di concederla. Ma la legalità formale non chiude il discorso: lo apre. Perché un atto può essere perfettamente valido e insieme politicamente devastante, istituzionalmente inopportuno e democraticamente insufficiente. La domanda non è se Mattarella potesse farlo. La domanda è se, nelle condizioni date, questo fosse un esercizio della prerogativa capace di reggere alla luce pubblica.

Sul piano costituzionale bisogna essere precisi. L’articolo 89 prevede la controfirma ministeriale, ma la Corte costituzionale ha chiarito da vent’anni che il potere di grazia è sostanzialmente presidenziale: il ministro istruisce, propone, controfirma; non è il dominus della decisione. Questo però non assolve la politica: la rende più visibile. Perché, se la decisione ultima è del Capo dello Stato, resta il fatto che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso parere favorevole in una vicenda che coinvolge una figura cresciuta dentro un preciso sistema di potere politico. Non c’è un vizio costituzionale automatico. C’è però un problema politico limpido: l’atto chiede fiducia assoluta mentre offre trasparenza minima.

La motivazione ufficiale è umanitaria: le gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore, bisognoso di assistenza e cure altamente specialistiche. Motivo serio, in astratto ineccepibile. Ma proprio perché serio, pretende rigore. E il rigore impone una domanda semplice: perché la grazia, e non gli strumenti ordinari che l’ordinamento già prevede? La legge sull’ordinamento penitenziario contempla l’affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare; il Ministero della Giustizia indica espressamente ipotesi legate a salute, famiglia, assistenza, vulnerabilità. Se quei canali erano praticabili, andavano percorsi. Se non erano praticabili, bisognava spiegarlo. Quello che manca non è l’umanità della ragione addotta: è la pubblica verificabilità della sua necessità eccezionale.

Qui sta il punto politico vero: in Italia la clemenza individuale non cade su un terreno neutro. Cade dentro un sistema penale e penitenziario nel quale migliaia di persone chiedono misure alternative, attendono mesi, talvolta anni, e spesso si vedono rispondere di no. Nel frattempo le carceri restano sovraffollate: 62.445 detenuti a fronte di 51.280 posti regolamentari, che diventano molti meno se si considerano quelli inagibili; il tasso effettivo di affollamento, secondo Antigone, sale almeno al 133%. Nel 2024 si sono registrati almeno 91 suicidi tra le persone private della libertà: un record storico. In questo quadro, la grazia non appare come una semplice decisione individuale. Appare come la fotografia di una diseguaglianza strutturale: chi ha accesso ai vertici dello Stato ottiene l’eccezione; chi non ce l’ha resta dentro il meccanismo ordinario, anche quando ha figli, malati, fragilità e urgenze reali.

Il punto, allora, non è gridare allo scandalo giuridico dove scandalo giuridico non c’è. Il punto è più grave: siamo davanti a un atto insindacabile nel merito, ma non per questo sottratto al giudizio pubblico. Anzi. Proprio perché la grazia è una prerogativa altissima e discrezionale, la sua credibilità dipende dalla qualità della motivazione pubblica che la accompagna. E qui quella qualità non si vede. Si vede soltanto una precisazione tardiva, ridotta al minimo indispensabile, arrivata dopo che la notizia era già uscita dai canali esterni all’istituzione. Troppo poco per un atto che cancella interamente pene definitive per peculato e favoreggiamento della prostituzione.

Sergio Mattarella ha costruito in due mandati un profilo di garanzia rarissimo nella storia repubblicana recente. Ed è proprio per questo che questa decisione pesa di più. Non meno. Perché le istituzioni non si logorano solo quando violano le regole; si logorano anche quando rispettano le regole ma chiedono ai cittadini di accettare, in silenzio, che l’eccezione cada sempre dove il potere sa arrivare. La grazia è legale. Ma la legalità, da sola, non basta a fondare la fiducia. Se manca la trasparenza, la clemenza non appare più come giustizia che tempera la pena: appare come privilegio che tempera il potere.

E quando la clemenza somiglia al privilegio, il danno non riguarda solo il caso Minetti. Riguarda tutti gli altri. Quelli che non hanno un canale, un nome, un peso, una rete. Quelli per cui la legge resta intera, mentre per altri diventa elastica. È lì che si rompe davvero l’uguaglianza. Non nei codici. Nella percezione, ormai razionale, che davanti alla legge non arrivino tutti con la stessa voce.

 

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