Campolattaro ha una luce diversa nel pomeriggio. Lo sapevo, ci sono cresciuta vicino, eppure ogni volta che ci torno ho la sensazione di vedere qualcosa che avevo dimenticato , quella qualità dell’aria, il silenzio che non è assenza ma densità, la pietra che assorbe il tempo senza restituirlo.
Ci sono andata con Giuseppe Chiusolo, e già questo diceva qualcosa sul tono della giornata: non un appuntamento di lavoro, non un’intervista, qualcosa di meno definito e forse più importante. Enrico de Agostini aveva letto la mia recensione del suo libro , Gios de Agostini: cronaca di una libertà necessaria e aveva voluto incontrarmi. È una delle cose che accadono raramente nel giornalismo culturale: che chi scrive e chi viene scritto si trovino allo stesso tavolo non per necessità ma per curiosità reciproca.
La sorpresa è arrivata subito. Enrico de Agostini non abita semplicemente a Campolattaro. Abita nel castello di Campolattaro , in una porzione sapientemente restituita alla vita quotidiana, con arredi raffinati, oggetti scelti con misura, spazi che respirano. Il tipo di ambiente che racconta una persona prima ancora che lei apra bocca.
Ci ha accolti insieme alla moglie Susie , scozzese, con quella compostezza gentile che sanno avere le persone abituate a sentirsi a casa ovunque e al figlio Gios che stava studiando. Storia medievale. Ho sorriso tra me: in una famiglia che vive in un castello, tra studiare storia medievale e portare la musica africana in Italia, c’e’ una coerenza interna che non bisogno di essere spiegata.
Ci ha accompagnati attraverso tutta la casa con la naturalezza di chi non sente il bisogno di impressionare. E poi, nel cortile antistante, ci siamo fermati davanti a una cappella. Piccola, perfetta, silenziosa , una di quelle architetture sacre che sembrano costruite per fermare il tempo. Siamo entrati. E lì è accaduta una di quelle sequenze che restano: da dietro l’altare, una porta. Oltre la porta, un’altra ala del castello. Una scala. E poi il terrazzo.
La vista da lassù toglieva il fiato. Il Sannio intero sembrava volersi mostrare , le colline, i borghi, la luce del pomeriggio che a quell’ora aveva già preso il colore del tramonto. Ho guardato Giuseppe Chiusolo e non c’era bisogno di dire nulla.
Poi ci siamo seduti, e Enrico de Agostini ha cominciato a raccontare.
Dal gennaio 2023 è Ambasciatore d’Italia a Lusaka, in Zambia , paese che mantiene con l’Italia un legame storico di cooperazione e amicizia fin dalla sua indipendenza, nel 1964, e dove una consistente comunità italiana ha contribuito nel tempo allo sviluppo di settori cruciali come l’edilizia, l’agroalimentare, la meccanica, affiancata dall’operato di ONG e missioni religiose. Un paese che conosce bene il significato della presenza italiana sul proprio territorio. E che in Enrico de Agostini ha trovato un rappresentante capace di andare oltre il protocollo diplomatico.
Perché quello che ci ha raccontato non era diplomazia. Era qualcosa di più vivo. Ha adottato , è la parola giusta, usata con consapevolezza , un gruppo musicale africano già esistente, scrive canzoni per loro, li accompagna in un percorso che non ha ancora un nome ufficiale ma ha già una sostanza precisa: costruire un ponte tra Africa ed Europa attraverso la musica, la moda, la cultura. Non un progetto calato dall’alto. Un incontro reale, con tutto quello che questa parola richiede di pazienza e di reciprocità.
Il dettaglio che mi è rimasto più impresso è apparentemente minore. Ci ha detto che quando li ospita all’ambasciata, fa preparare dalla sua governante la pizza, la parmigiana. Poi insieme suonano. È un’immagine domestica, quasi e forse proprio per questo potente. I grandi ponti tra culture si costruiscono anche così: con un piatto condiviso, con una canzone intonata insieme, con la disponibilità a mettere la propria casa a disposizione dell’incontro.
Ho pensato, ascoltandolo, a quanto sia precisa quella legge non scritta per cui l’umiltà autentica appartiene sempre alle persone che avrebbero ragioni concrete per non averla.
La conversazione ha toccato anche un altro libro, che non conoscevo. Il tesoro di Papele. storia alternativa del Sannio tra il Settecento e l’Ottocento, borghesia, briganti e povera gente. Un affresco di questo territorio visto dal basso, con quegli occhi che sanno guardare la storia non solo dove si scrive nei documenti ufficiali ma dove si vive, si soffre, si resiste. Enrico de Agostini me ne ha donato una copia. E nell’accompagnarmela ha usato parole che non dimentico facilmente: mi ha definita un’acuta osservatrice della nostra realtà. L’ho ricevuto come si riceve un riconoscimento vero , con gratitudine e con il peso della responsabilità che porta con sé.
Abbiamo parlato anche di futuro, e qui il pomeriggio ha preso una direzione concreta. Il manifesto di Eccellenze Sannite, prossimo alla presentazione, troverà in Enrico De Agostini un firmatario convinto. E la presentazione del libro Gios de Agostini: cronaca di una libertà necessaria , che si terrà a ridosso di Città Spettacolo, o nell’ambito della stessa manifestazione , avrà una forma precisa: lui ha chiesto espressamente che a condurla siamo io e Giuseppe Chiusolo. Non un ospite di cortesia, dunque, ma un interlocutore consapevole del peso di quella storia e di ciò che ancora può dire al presente.
Mentre tornavo, con Campolattaro che si faceva piccola alle spalle e il Sannio che si stendeva nella sera, ho pensato che certi incontri servono a ricordarti perché fai questo lavoro. Non per le notizie. Per le persone.

