”La lealtà è un debito, e come tutti i debiti, si paga solo quando non se ne può fare a meno.”
— Luigi Pirandello
C’è un fenomeno fisico affascinante, tipico delle latitudini romane, che gli scienziati della politica chiamano “evaporazione dell’endorsement”. Funziona più o meno come la pizza surgelata citata nei corridoi del potere: fuori sembra un pasto solido e rassicurante, ma appena la temperatura geopolitica sale, si trasforma in una poltiglia indistinguibile.
Fino a ieri, Viktor Orbán era per la destra italiana il faro della cristianità, il difensore dei confini, l’uomo che sussurrava ai muri (di filo spinato). Oggi, però, a guardare le facce dei big di Fratelli d’Italia, sembra che il nome del premier ungherese evochi la stessa familiarità di un lontano cugino di terzo grado che si presenta a cena senza invito per chiedere un prestito.
La sindrome di San Marino
Mentre Donald Trump spedisce JD Vance a Budapest a suonare le trombe del giudizio contro la “cattiva” Unione Europea, i patrioti di casa nostra riscoprono improvvisamente il fascino del chilometro zero. Giovanni Donzelli, con la rapidità di chi deve schivare una pallata di neve, dichiara di arrivare “al massimo a San Marino”. Poco più in là, Galeazzo Bignami rilancia puntando sulla provincia di Bologna. Di questo passo, il prossimo orizzonte strategico della politica estera italiana sarà la sagra della rana a Conselice.
È la grande ritirata dell’amicizia virile. Quella che una volta era una “visione comune per l’Europa delle Nazioni” oggi somiglia più a un “visualizzato senza risposta” su WhatsApp.
Il valzer degli specchi
Il trasformismo, si sa, è lo sport nazionale, ma qui siamo al livello olimpico. La tregua tra USA e Iran – che sembrava fantascienza fino a qualche titolo di giornale fa – ha rimescolato le carte. In un mondo che cambia pelle ogni sei ore, restare abbracciati a un Viktor che “olezza di cadavere politico” (per citare i raffinatissimi commentatori del web) non è esattamente il massimo del glamour diplomatico.
Così, la strategia della Premier si fa sottile, quasi eterea: diversificare. Come con il gas, come con il Texas, come con l’Azerbaigian. Non ci si fida più di nessuno, specialmente di quegli alleati che portano troppi problemi a Bruxelles.
- Ieri: “Orbán è un modello!”
- Oggi: “Orbán? Ah sì, quello che fa il gulasch buono, credo.”
Il coro dei post-tutto
Sotto i post, il popolo dei commentatori si scatena. C’è chi evoca i “topi che scappano dalla barca” e chi, con una punta di nostalgia, ricorda che in Italia nessuno è mai stato fascista dopo il 1945, così come nessuno sarà mai stato “orbaniano” dopo le prossime elezioni ungheresi.
La realtà è che la coerenza è un lusso che il governo non può più permettersi, stretto com’è tra la necessità di sembrare istituzionale in Europa e quella di non scontentare troppo l’alleato americano che da oltreoceano detta l’agenda. Il risultato? Un silenzio assordante che arriva fino ai Carpazi.
In fondo, come suggerisce qualche saggio lettore, se questi anni di governo sono serviti a capire che l’Italia è indissolubilmente legata all’Europa (quella vera, che firma gli assegni), allora forse anche questo repentino attacco di amnesia collettiva ha un suo senso strategico. Meglio orbi che orbaniani, almeno finché non passa la bufera.
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