Il Ministero della Cultura ha negato i contributi pubblici al documentario su Giulio Regeni. Motivazione: assenza di interesse culturale. Vale la pena fermarsi su questa frase, perché dice molto più di quanto sembri.
Regeni era un cittadino italiano. È stato torturato e ucciso in Egitto. La sua vicenda è rimasta senza giustizia, e senza una risposta credibile da parte dello Stato che avrebbe dovuto tutelarlo. Raccontarla non ha interesse culturale. Prendiamo nota.
Prendiamo nota anche di altro. Il Secolo d’Italia, organo della Fondazione Alleanza Nazionale , nel cui Consiglio di Amministrazione figura Arianna Meloni, sorella della Presidente del Consiglio ha ricevuto tra il 2018 e il 2024 sei milioni e mezzo di contributi pubblici. Il Foglio ne ha ricevuti tredici milioni e mezzo. Libero circa trentacinque milioni. Ai giornali del parlamentare leghista Angelucci, storico primato di assenze in aula, i fondi arrivano con regolarità. Questi sono dati verificabili. Non illazioni, non propaganda: numeri.
Il problema non è che alcuni giornali ricevano finanziamenti pubblici. Il problema è il criterio — o meglio, l’assenza di un criterio che non sia la prossimità al potere. In questo quadro, negare i fondi a un documentario su Regeni non è una svista burocratica. È una scelta. E le scelte, a differenza delle sviste, hanno un significato.
Un Paese che finanzia il consenso e archivia la memoria non sta facendo politica culturale. Sta facendo altro. E sarebbe onesto, almeno, chiamarlo con il suo nome.
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