Di Carlo di Stanislao

​«Non c’è nulla di più terribile di una ignoranza attiva.»

— Johann Wolfgang von Goethe

 

​La Storia non bussa mai con cortesia; solitamente abbatte la porta quando gli inquilini sono impegnati a litigare per la disposizione dei mobili. L’8 aprile 2026 segna un tornante che definire critico è un esercizio di ottimismo semantico. La guerra, quel mostro che credevamo confinato nei libri di testo o in risoluzioni digitali a bassa fedeltà, è tornata a essere una presenza fisica, pulsante, cerebrale. Non è più “altrove”. È qui, tra i rincari della spesa e il ronzio sinistro di un’economia che rallenta fino quasi a fermarsi, mentre il governo Meloni scopre, con colpevole ritardo, che l’autosufficienza non è una strategia politica, ma un’illusione ottica pericolosa.

​Il caos in Medio Oriente e la bruciante sconfitta politica al referendum hanno agito come un reagente chimico, mettendo a nudo le fragilità strutturali di una maggioranza che ha scambiato il comando per il consenso e l’isolamento per la sovranità. Il risultato è un Paese esposto, vulnerabile e, soprattutto, privo di una bussola condivisa.

Il ritorno dell’austerità e il trauma del quotidiano

​C’è un paradosso crudele nel modo in cui la crisi energetica e bellica sta entrando nelle case degli italiani. Se l’austerity del 1973 conservava, nel ricordo collettivo, una sfumatura quasi romantica fatta di domeniche a piedi e di una solidarietà ancestrale, quella del 2026 ha il sapore amaro dell’impotenza tecnica. Il “lockdown energetico” non è una scelta etica per salvare il pianeta, ma una necessità brutale dettata da un mercato che non risponde più alle logiche della diplomazia tradizionale.

​Gli italiani vivono oggi in un limbo psicologico che ricorda i giorni più bui della pandemia. C’è l’incertezza sul domani, il sospetto crescente verso le istituzioni e la consapevolezza che i sacrifici richiesti — dalle targhe alterne al razionamento dei condizionatori in un’estate che si preannuncia torrida — non sono che la punta dell’iceberg. Quando la politica non sa offrire soluzioni concrete, il cittadino si rifugia nell’astensione o nella rabbia. E la destra, che per tre anni ha cavalcato l’onda dell’orgoglio nazionale, oggi si ritrova a dover gestire la miseria senza avere i mezzi per trasformarla in speranza.

Il muro contro muro di Palazzo Chigi

​In un contesto normale, una presidente del Consiglio dotata di senso dello Stato chiederebbe una tregua. Cercherebbe un’unione nazionale, o almeno un coordinamento con le opposizioni, per traghettare il sistema fuori dalle secche di una crisi internazionale senza precedenti. Giorgia Meloni, tuttavia, sembra prigioniera della propria stessa narrazione. Per anni ha costruito il suo successo sulla contrapposizione frontale, sulla sbeffeggiatura di ogni proposta che arrivasse dal Partito Democratico o dal Movimento 5 Stelle — si pensi alla vicenda emblematica del salario minimo, prima deriso e ora timidamente rincorso per ragioni di sopravvivenza elettorale.

​Chiedere aiuto oggi apparirebbe come un’ammissione di sconfitta, non come un atto di responsabilità. Il “discorso di modestia” che molti osservatori auspicano è un abito che la premier non sembra voler indossare. Ma la solitudine del numero uno è diventata una zavorra per l’intero Paese. Se non si apre al dialogo ora, mentre i venti di guerra soffiano sul Golfo e le alleanze internazionali vacillano, quando sarà il momento giusto per farlo?

Il crollo dei miti sovranisti e il peso della White House

​A peggiorare il quadro c’è il panorama internazionale. Il faro ideologico della destra italiana, quel “fool” della Casa Bianca che ha riscritto le regole del disordine mondiale, sta trascinando nel fango l’intero progetto del sovranismo globale. L’attesa per i risultati elettorali in Ungheria, dove Viktor Orbán appare per la prima volta come un birillo pronto a cadere sotto i colpi di una contestazione interna senza precedenti, è il segnale che il vento è cambiato.

​In Italia, questa crisi di identità si riflette in una maggioranza schizoide. Da un lato c’è Guido Crosetto che, nelle interviste più recenti, assume toni da diplomatico scandinavo nel tentativo di smussare le asperità belliciste del suo governo; dall’altro c’è una premier che si è incastrata nella formula ambigua del «non condivido né condanno» riguardo alle avventure militari americane nel Golfo. Una posizione che non accontenta nessuno e che priva l’Italia di una postura chiara e autorevole in sede europea e atlantica.

Lo squagliamento dei partiti di governo

​Mentre la crisi morde la carne viva delle famiglie, i partiti che dovrebbero governarla sembrano dedicarsi all’autoconsunzione. La Lega di Salvini è ormai un’entità ectoplasmatica, ridotta al silenzio dalle continue batoste elettorali; Forza Italia naviga a vista in un mare di incertezza strategica; Fratelli d’Italia, il partito della nazione, vede i suoi quadri dirigenti travolti da scandali e da un’incapacità gestionale che non può più essere imputata per comodità ai “governi precedenti”.

​Le vicende che colpiscono il ministero dell’Interno e i sottosegretari non sono solo cronaca giudiziaria o gossip politico: sono il sintomo di una classe dirigente che si è chiusa nel proprio recinto, convinta di poter ignorare il resto del mondo attraverso l’occupazione dei posti di potere. Ma il mondo, purtroppo per loro, non ha intenzione di essere ignorato. La foto di Meloni con un pentito del clan Senese, al di là delle implicazioni penali, è il simbolo plastico di un corto circuito comunicativo ed etico che sta alienando anche gli elettori più fedeli.

L’ombra di un’alternativa tecnica e il silenzio del campo largo

​In questo scenario di stasi pericolosa, torna a circolare un nome che è al contempo un auspicio e uno spauracchio: Mario Draghi. Quando la politica fallisce nel suo compito primario — ovvero fornire direzione e protezione in tempi di tempesta — il richiamo dell’usato sicuro, del tecnico di alto profilo internazionale, diventa irresistibile per i mercati e per quella parte di Paese che non vuole affondare con la bandiera del sovranismo in mano.

​Tuttavia, i partiti non sembrano pronti a questo passo. Il cosiddetto “campo largo”, pur nella sua cronica difficoltà a trovare una sintesi comune, ha capito una cosa fondamentale: non può esserci unità nazionale con chi ha fatto dell’esclusione e della demonizzazione dell’avversario la propria cifra stilistica. Giorgia Meloni resta dunque una donna sola al comando di una nave che ha i motori in avaria e lo scafo che imbarca acqua.

​La sconfitta referendaria non è stata solo un voto su una singola legge; è stata la revoca simbolica di una delega in bianco. L’autosufficienza è finita, e quello che resta è un governo che annaspa tra i detriti di una retorica che non produce pane, non produce energia e non garantisce la pace. Il Paese attende una direzione, ma per ora riceve solo ultimatum dal fronte e silenzi imbarazzati da Palazzo Chigi. Se la politica non saprà rigenerarsi attraverso il riconoscimento dell’altro e l’umiltà della gestione della crisi, il rischio è che l’estate calda del 2026 non sia solo una questione di temperature climatiche, ma il preludio a un autunno di profonda, irreversibile rottura del contratto sociale.

pH Pixabay senza royalty

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