E’ sicuramente un libro che nasce da una vita intera e non da una singola idea. La carne, il sangue, il bosco è una silloge di saggi, articoli, studi e memorie che attraversano quasi mezzo secolo di lavoro intellettuale e sul campo di Amerigo Ciervo , storico, filosofo, etnomusicologo, cofondatore con il fratello Marcello del gruppo Musicalia, voce radicata e radicale del Sannio beneventano.
Il volume, pubblicato da Edizioni La Cittadella, si apre con una prefazione di Ciro De Rosa, direttore del Blog Foolk Magazine, e si chiude con gli interventi di Daria Lepore e Tommaso Paulucci: tre presenze che, ciascuna a suo modo, testimoniano la risonanza lunga e capillare di un’opera culturale che non ha mai cercato il mercato, ma la fedeltà a un compito.
Il titolo , che l’autore stesso confessa di aver faticato a trovare , non è ornamentale. È un programma ontologico.
La carne e il sangue sono le tradizioni di una comunità, la sua sostanza vitale, la materia stessa di cui è fatta un’identità collettiva quando non è ancora ridotta a slogan; il bosco è la complessità inestricabile, il rischio di smarrirsi, il pericolo di confondere il vivo con il morto, il senso con il suo simulacro. Per questo Ciervo insiste sulla necessità, prima di entrare nel territorio delle tradizioni popolari, di dotarsi di una “ricca e ben fornita cassetta degli attrezzi”: perché il bosco non accoglie gli improvvisatori e nasconde cellule morte che possono essere scambiate troppo facilmente per vive.
Al di sotto dell’architettura in tre movimenti , cui si aggiungono un’appendice teatrale, un post-scriptum di forte densità teorica e le postfazioni finali , ciò che tiene tutto insieme è un’unica tensione: salvare la tradizione dalla doppia falsificazione che oggi la minaccia, la retorica identitaria da una parte e la spettacolarizzazione turistica dall’altra. Ciervo non vuole né imbalsamare il passato né venderlo; vuole capirlo, attraversarlo, distinguerne ciò che è ancora vivo da ciò che è definitivamente morto. In questo senso il libro è insieme un bilancio intellettuale e un atto di vigilanza.
Il primo movimento, Della sacralità perduta, è il più denso di pathos civile. Ciervo prende avvio da un episodio contemporaneo e lacerante: il lamento funebre in lingua Igbo di Chimiary per Emmanuel Chidi Namdi, il nigeriano ucciso a Fermo. In quel pianto l’autore riconosce il segno di una visione sacrale del mondo ancora integra, una forma di presenza che l’Occidente moderno ha smarrito. Da questo squarcio risale ai funerali della propria infanzia a Moiano, negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la morte non era ancora stata rimossa dal paesaggio sociale e le donne gridavano, si battevano, si strappavano i capelli, inscrivendo il dolore in una grammatica collettiva e rituale. Il punto decisivo è che l’operazione di Ciervo non è mai nostalgica: è diagnostica. La desacralizzazione non viene pianta sentimentalmente, ma analizzata nelle sue cause storiche e strutturali , nell’incapacità del paese di elaborare una vera religione civile, nel vuoto lasciato dalla dissoluzione dell’antica cultura contadina senza alcuna autentica pars construens.
In questa sezione trovano posto alcune delle pagine più alte del volume, in particolare quelle dedicate ai Misteri di San Vito a Circello e ai Riti Settennali di Guardia Sanframondi. Sono testi nati da una partecipazione viscerale e Ciervo insiste non a caso sul verbo partecipare, contrapposto ad assistere , ma non per questo indulgenti verso la deferenza acritica. Il rito non è mai trattato come reliquia pittoresca né come “medioevo” da fotografare, bensì come forma complessa di coesione etica, di sofferenza codificata, di memoria incorporata nel corpo di una comunità. Tra le intuizioni ermeneutiche più originali del volume va annoverata la lettura dei riti guardiesi attraverso la filosofia dell’empatia di Edith Stein: la sua tesi del 1917, scritta durante la Prima guerra mondiale sotto la guida di Husserl, viene assunta come strumento per distinguere lo sguardo esterno , turistico, giornalistico, da “selfista di professione” , dalla vera partecipazione al vissuto dell’altro. In questa prospettiva il sangue dei battenti smette di essere un fenomeno da curiosità antropologica. Ciervo lo rileva nell’intreccio del Levitico e di Ildegarda di Bingen, lo segue nelle sue ramificazioni religiose, folkloriche, magiche e bibliche, e lo restituisce a ciò che nel libro è costantemente: segno di legame, di espiazione, di rinnovamento, di corpo collettivo. Accanto al sangue si impone il bosco , luogo di passaggio, di smarrimento e di prova, scenario liminale fra vivi e morti, fra umano e disumano, fra civiltà e sauvagerie.
Il secondo movimento è quello musicale, il più articolato sul piano tecnico, ma mai chiuso in uno specialismo sterile. Ciervo documenta la memoria sonora della “Campania infelix” con la precisione dello storico e la passione del militante, restituendo alla ricerca etnomusicologica il suo fondamento etico. Particolarmente importante è il capitolo costruito nella forma di un dialogo concretamente immaginario con un ex allievo, nel quale l’autore ripercorre la storia del primo LP dei Musicalia del 1984 , le questioni legate ai depositi SIAE, i criteri di distinzione fra materiale tradizionale e composizione originale, gli incontri formativi con Diego Carpitella, Roberto De Simone, Michele Luciano Straniero. Ne esce non solo un’autobiografia intellettuale, ma un piccolo trattato implicito su che cosa significhi fare davvero ricerca sul campo senza scadere nella ripetizione pigra del già sentito.
In questa parte si colloca anche uno dei passaggi più combattivi del libro: la riflessione sulla genesi di Serenata, brano entrato in un processo di folklorizzazione e trattato come anonimo o genericamente tradizionale da chi non si è preso la briga di studiarne le fonti. Qui Ciervo è netto: non si tratta di difesa autoriale in senso piccolo, ma di etica della ricerca. Il bersaglio è quella pseudo-etnomusicologia che lavora “sulla ricerca degli altri”, che consulta dischi senza andare sul terreno, che separa il testo dal contesto e produce versioni zuccherose e indistinte della tradizione, svuotandola del suo spessore storico e sociale. È la denuncia di una degenerazione culturale che rischia di trasformare decenni di lavoro rigoroso in una melassa estetizzante buona per festival e cartoline.
Splendida anche la sezione sulla zampogna nel Sannio beneventano, trattata con serietà storica e antropologica ben al di là del suo consueto impiego natalizio. Attraverso Berlioz, Platone, Apuleio e André Schaeffner, lo strumento riappare in tutta la dignità di oggetto culturale complesso, legato alla pastorizia, alla transumanza e al paesaggio sonoro delle aree interne. Analoga qualità mostrano i capitoli sui canti di lavoro e sui canti politici, dove emergono esempi concreti e memorabili: i metaràni di Emilia Parrillo di Moiano, i repertori narrativi di Arpaia, le parodie politiche cantate nella sezione del PCI di Airola. Qui il libro raggiunge una qualità rara: documenta con rigore musicologico senza smettere mai di ascoltare il tessuto umano di quelle voci. I canti non sono “pezzi”: sono forme di esistenza, modi di sopportare la fatica, di parlare dell’amore, di elaborare il conflitto, di opporsi alla storia ufficiale con il controcanto delle classi subalterne.
Il terzo movimento è quello degli incontri, e qui il libro diventa anche una galleria di ritratti intellettuali. Francesco Corazzini, docente toscano del liceo Giannone e autore, nel 1877, dei Componimenti minori della letteratura popolare nei principali dialetti, viene letto da Ciervo non come semplice precursore benemerito ma come figura sintomatica delle contraddizioni della cultura postunitaria. Il suo lavoro è pionieristico e prezioso, ma il paradigma che lo sostiene continua a vedere il popolo come ricettore passivo più che come produttore autonomo di cultura. Da qui l’esclusione sistematica dei canti politici, la marginalizzazione della dimensione musicale, la tendenza a decontestualizzare i materiali come se la letteratura popolare dovesse essere raccolta per essere neutralizzata dentro un quadro nazionale ordinatore. Ciervo mobilita Gramsci, Carpi e la critica del populismo moderato risorgimentale per dimostrare come quella raccolta, pur preziosa, rispecchiasse l’ideologia di uno Stato che aveva bisogno di costruire un’identità nazionale raccogliendo le “differenze” popolari solo per poi neutralizzarle nell’unità. Eppure Ciervo non semplifica: sa che proprio Corazzini resta, malgrado i suoi limiti, un passaggio obbligato per chiunque voglia fare ricerca seria su quel territorio.
Il ritratto di Roberto De Simone è fra i più commoventi dell’intero volume. Scritto il sette aprile 2025, il giorno della morte del maestro, prende avvio da una prova teatrale al Mulino Pacifico di Benevento per uno spettacolo sulla partigiana Maria Penna: è in quel contesto che arriva la notizia, e da quel momento, scrive Ciervo, “per me comincia un’altra prova”. De Simone viene riconosciuto come il “Mosè” della cultura popolare, colui che ha traghettato un intero mondo fuori “dalla schiavitù del folkloristico” e lo ha restituito alla verità dell’arte. Il ricordo del primo incontro ,i pochi minuti promessi diventati quasi sette ore, fino alla richiesta di essere accompagnato al teatro Cilea , è uno dei momenti più felici della scrittura autobiografica di Ciervo.
Tornano le opere fondamentali: Carnevale si chiamava Vincenzo, condotto con l’antropologa Annabella Rossi, che riportava alla luce cerimoniali dati per morti; e la Gatta Cenerentola, che Ciervo definisce, senza esitazione, un capolavoro assoluto. Il tono qui è insieme grato e inquieto: la domanda finale , se chi oggi si muove in quel campo sarà capace di misurarsi con una lezione tanto alta senza ricadere nel folklorismo deteriore , resta sospesa, e pesa.
Non meno intenso è il ritratto di Michele Luciano Straniero: nato a Milano nel 1936, formatosi a Torino nell’associazionismo cattolico insieme a Umberto Eco e Gianni Vattimo, poi approdato in RAI e infine a Cantacronache, il gruppo che , come Eco ripeterà più volte , ha reso possibile il cantautorato italiano. Straniero appare come un uomo di straordinaria eleganza intellettuale e morale, una di quelle figure che il nostro paese riconosce troppo tardi e troppo poco. Le prime poesie erano state notate da Pasolini; le recensioni ai Musicalia erano uscite sul Corriere della Sera e su La Stampa; il Grande Dizionario Enciclopedico UTET gli aveva affidato l’intera sezione di musica tradizionale e leggera. Più che un semplice omaggio, il testo di Ciervo restituisce una genealogia: Straniero come incarnazione del nesso fra ricerca, canzone sociale e etica della testimonianza, rigore senza arroganza. È uno dei momenti in cui il libro rivela più chiaramente la propria natura profonda: non solo studio di repertori, ma riconoscenza verso maestri che hanno insegnato a trattare la cultura popolare non come una materia folklorica, bensì come una questione di verità.
Il Post-scriptum a mo’ di conclusione , piccolo solo nel titolo , è il vero manifesto teorico del volume. Nato da una relazione a un convegno a cui sedevano al tavolo un senatore, un consigliere regionale, un presidente di provincia e vari sindaci, affronta frontalmente il nodo più pericoloso e abusato del presente: la parola identità. Ciervo la guarda con sospetto, quasi con insofferenza, perché sa che nel discorso pubblico contemporaneo essa viene troppo spesso mobilitata come parola d’ordine vuota, strumento di chiusura, maschera ideologica, scorciatoia per un fanatismo incapace di pensare la complessità. Da questa critica discende una delle immagini più forti del libro: la tradizione come spirale. Non linea retta, non eterno ritorno, ma movimento che torna su sé stesso aprendosi al nuovo, curva che conserva e trasforma insieme. L’idea più radicale di Ciervo è qui: tradire la tradizione può essere il più autentico atto d’amore verso di essa. Perché tradere significa sì consegnare, ma in quella consegna c’è sempre un passaggio, una metamorfosi, un’alterazione necessaria. Una tradizione che non accetta di essere trasformata dalle generazioni successive è già morta; una tradizione viva sopravvive proprio perché viene assimilata, contraddetta, rigenerata.
Le postfazioni di Daria Lepore e Tommaso Paulucci chiudono il cerchio dal lato della prassi civica, raccontando il progetto dell’Alta Valle del Tammaro: un inventario del patrimonio culturale immateriale che ha scoperto come interi territori , i carnevali di Sassinoro e Santa Croce del Sannio, i Misteri di Campolattaro e Circello, i Carri di Grano di Colle Sannita , fossero assenti dai cataloghi regionali. In questa prospettiva il libro di Ciervo appare davvero come una cassetta degli attrezzi: non solo oggetto di lettura, ma modello metodologico di accesso al bosco, guida per non perdersi fra tutela, valorizzazione, retorica identitaria e consumo turistico.
La scrittura di Ciervo è quella di un intellettuale meridionale della vecchia scuola, nel senso migliore e più raro dell’espressione: nutrita di filosofia e di esperienza, di letture alte e di polvere di strada, capace di passare senza stridore da Aristotele a una trascrizione in dialetto sannita, dall’analisi dei riti di penitenza al ricordo di un incontro o di una prova musicale. Non c’è posa elitaria, ma nemmeno alcun compiacimento populista. C’è una forma di onestà intellettuale severa, una disposizione a sporcarsi le mani senza amputare il rigore dalla passione. Per questo il libro convince: perché non parla sopra il suo oggetto, ma dentro di esso.
La carne, il sangue, il bosco è un libro necessario. Necessario per chi voglia capire che cosa significhi, nel Sannio come in ogni territorio dell’Italia interna, custodire il fuoco senza adorare le ceneri. Necessario perché rifiuta insieme la nostalgia sterile e la mercificazione del patrimonio. Necessario perché ricorda che la tradizione, se è viva, non è mai un museo ma un conflitto, una responsabilità, una domanda aperta. E necessario perché Ciervo non ci consegna un elogio del passato: ci consegna un criterio per giudicare il presente. Come suggerisce la citazione di Mahler che attraversa idealmente il libro, la tradizione non è culto delle ceneri. È custodia del fuoco.
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