L‘ editoriale del Direttore Daniela Piesco
Ho appena finito di vedere l’intervista di Pepe Escobar, giornalista e analista che seguo con interesse da tempo per la lucidità, la franchezza e la chiarezza con cui legge i grandi passaggi della transizione geopolitica contemporanea, rilasciata al canale YouTube de l’AntiDiplomatico (https://youtu.be/fgQw7ox7LFY?is=nIsBD3-ADnYxlr18)Da questo confronto emerge non soltanto una lettura provocatoria della crisi nello Stretto di Hormuz, ma soprattutto una riflessione più ampia sulla fragilità del primato americano, sulla ridefinizione degli equilibri regionali in Medio Oriente e sull’ascesa di nuovi strumenti di influenza politico-finanziaria destinati a incidere sul sistema internazionale.
La tesi più interessante che emerge dall’intervista di Pepe Escobar non riguarda soltanto l’Iran, né soltanto Trump, né perfino il petrolio. Riguarda qualcosa di più profondo: il fatto che l’ordine costruito dagli Stati Uniti in Medio Oriente non appare più temuto come un tempo, ma negoziato, aggirato, talvolta sfidato apertamente. È qui che il discorso su Hormuz diventa più serio del semplice allarmismo geopolitico: quando un passaggio marittimo smette di essere solo una rotta commerciale e diventa il luogo dove si misura il rapporto di forza fra moneta, sicurezza e sovranità, allora siamo davanti a una mutazione storica, non a una crisi passeggera.
Lo Stretto di Hormuz conta perché è uno dei veri cardini materiali del sistema mondiale. Non è una metafora: secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 vi sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, circa un quinto dei consumi globali di liquidi petroliferi, oltre a quote decisive del commercio di GNL. Chi controlla, minaccia o condiziona Hormuz non manda solo un segnale militare: manda un messaggio ai prezzi, alle assicurazioni, alle catene logistiche, ai governi asiatici e ai mercati finanziari. In questo senso Escobar coglie un punto reale: il Golfo non è un teatro periferico, è uno dei pochi posti al mondo dove la geopolitica torna immediatamente economia.
Ma proprio perché la questione è troppo seria, bisogna evitare due errori opposti: la minimizzazione occidentale e la mitologia anti-occidentale. Il primo errore consiste nel pensare che, siccome gli Stati Uniti oggi dipendono meno dal petrolio del Golfo, allora Hormuz sia diventato meno decisivo per Washington. Non è così: il problema americano non è solo energetico, è sistemico. Se il principale corridoio energetico del pianeta si abitua a funzionare con regole non americane, canali di pagamento non americani e garanzie di sicurezza non americane, allora il danno è strategico anche se il Texas produce molto shale oil. Il secondo errore, però, è credere che basti evocare il “petro-yuan” per decretare la morte imminente del dollaro. La realtà, come spesso accade, è più lenta e più crudele: gli imperi monetari raramente crollano in una notte; iniziano invece a perdere monopolio, centralità e automatismo.
Ed è forse qui che il discorso di Escobar diventa più fertile se letto senza slogan. Non bisogna prendere l’idea della “fine del petrodollaro” come una profezia da comizio, ma come la descrizione di una tendenza. Anche un report dell’Asia Society Policy Institute, ben lontano dai toni da rottura finale, parla di un’erosione graduale del ruolo del dollaro nelle transazioni energetiche e nel riciclo dei proventi petroliferi, non di una sostituzione rapida e totale. Questo significa che la vera domanda non è se il dollaro cadrà domani, ma quanta parte del commercio mondiale può ormai organizzarsi senza chiedere il permesso all’architettura finanziaria statunitense. Quando questa quota cresce, l’egemonia non sparisce, ma invecchia.
Sul punto più controverso dell’intervista , il pedaggio e i pagamenti in yuan per il passaggio a Hormuz , la prudenza giornalistica è obbligatoria. Non si tratta più soltanto di una suggestione da analista: Associated Press ha riportato elementi che indicano la formazione di una sorta di “toll booth” de facto sotto supervisione iraniana, con almeno due passaggi pagati in yuan secondo Lloyd’s List Intelligence, mentre Teheran avrebbe perfino mosso passi per formalizzare dei canoni. Ma proprio questa ricostruzione mostra anche il punto essenziale: siamo in un terreno ancora fluido, opaco, esposto a guerra, propaganda e coercizione. Dunque il dato politico non è tanto la certezza amministrativa del pedaggio, quanto il fatto che l’idea stessa sia diventata plausibile e praticabile. In geopolitica, quando una cosa diventa plausibile, ha già cambiato il mondo anche prima di diventare pienamente stabile.
C’è poi il tema della strategia americana, o meglio della sua crisi. Escobar insiste sull’idea che Trump non governi il conflitto con una linea coerente ma con impulsi, narrazioni e gestione della percezione. Al netto del giudizio personale, il punto merita attenzione: il problema di Washington oggi non è soltanto prendere decisioni sbagliate, ma farlo dentro una macchina imperiale che fatica a trasformare superiorità tecnologica in ordine politico. La forza militare americana resta immensa; ciò che si assottiglia è la credibilità della sua regia. Un impero entra in affanno non quando perde ogni battaglia, ma quando tutti i suoi alleati iniziano a chiedersi se valga ancora la pena affidargli il proprio destino.
È esattamente qui che entra in scena l’Arabia Saudita. Il riavvicinamento fra Riyadh e Teheran, facilitato da Pechino e preceduto dai colloqui ospitati da Iraq e Oman, è uno degli eventi più importanti del nuovo Medio Oriente. Non perché abbia cancellato d’incanto le rivalità, ma perché ha certificato che persino la monarchia saudita, per decenni pilastro dell’ordine americano nel Golfo, considera ormai razionale diversificare le proprie garanzie politiche. Quando la Cina non si limita a comprare energia ma sponsorizza la riapertura delle ambasciate tra due rivali storici, sta dicendo al mondo che la sua potenza non è più solo commerciale: è anche ordinatrice. E quando Riyadh accetta questa mediazione, sta implicitamente dicendo che l’ombrello americano da solo non basta più.
Per questo io credo che il vero punto di svolta non sia la retorica sull’“Iran vincente”, ma la mutazione del modo in cui l’Iran viene percepito dai suoi vicini. Un Paese sanzionato per quasi mezzo secolo, colpito economicamente e isolato diplomaticamente, oggi viene considerato non più come un problema da contenere e basta, ma come un fattore strutturale con cui fare i conti. Questa è la definizione più concreta di potenza regionale: non l’invincibilità, che non esiste, ma l’impossibilità di essere esclusi dall’equazione. Se davvero Teheran è ormai troppo radicata, troppo armata e troppo interconnessa per essere neutralizzata con una campagna lampo, allora tutto il discorso sul “regime change” diventa non solo moralmente tossico, ma strategicamente infantile.
Israele e Stati Uniti, in questo quadro, rischiano la trappola classica delle potenze ancora fortissime ma meno efficaci: scambiare la capacità di colpire per la capacità di chiudere il gioco. Colpire non è ordinare. Distruggere non è governare. Terrorizzare non è stabilizzare. Se dall’altra parte si consolida una rete di attori coordinati ( Iran, partner asiatici, milizie regionali, canali finanziari alternativi, diplomazie parallele ) allora ogni vittoria tattica rischia di produrre una sconfitta strategica. Il punto non è se Washington possa fare male; il punto è se, facendo male, ottenga davvero il risultato che voleva. Sempre più spesso la risposta sembra no.
La conclusione, allora, è severa ma limpida: Hormuz non ci racconta soltanto la forza dell’Iran. Ci racconta soprattutto la fragilità del vecchio sistema, che per decenni ha unito flotta americana, sicurezza del Golfo, petrolio prezzato in dollari e obbedienza geopolitica delle monarchie arabe. Quel sistema non è ancora morto, ma non è più indiscutibile. E quando un ordine smette di apparire naturale, comincia la sua lunga crisi. Escobar lo legge in chiave radicale; io direi così: il problema dell’Occidente non è che il mondo gli si sia improvvisamente rivoltato contro, ma che il mondo abbia iniziato a immaginarsi senza di lui al centro. E per una potenza egemone, questa è la notizia più pericolosa di tutte.
