L‘ editoriale del Direttore Daniela Piesco 

Sgombriamo il campo subito da ogni dubbio. Non è una legge elettorale: è una polizza sul potere

Non è una riforma per dare stabilità al Paese. È una legge pensata per garantire alla destra di governo un vantaggio artificiale nel momento in cui il consenso reale potrebbe non bastare più. Questo è il cuore dello Stabilicum: trasformare un eventuale equilibrio nel Paese in una superiorità blindata in Parlamento. Chiamarla “governabilità” è un esercizio di cosmetica politica. Il nome giusto è un altro: rendita di maggioranza costruita per decreto elettorale. Secondo le anticipazioni circolate, il nuovo impianto sarebbe un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera anche di poco il 40%, soglia di sbarramento al 3% e perfino un’ipotesi di ballottaggio se le prime due coalizioni si collocano tra il 35% e il 40%. Source

Il punto politico è persino più grave del meccanismo tecnico. La maggioranza mette mano alle regole del voto non in una stagione costituente, non dentro un confronto largo e leale, ma nel momento in cui avverte un logoramento politico e il rischio che la prossima partita sia più aperta del previsto. È qui che l’operazione si svela: non si sta costruendo una legge per il sistema, si sta confezionando una rete di protezione per il potere. Il centrodestra teme uno scenario di parità o quasi con il centrosinistra? Allora prova a cambiare la formula con cui i voti diventano seggi. È una vecchia malattia italiana: quando il consenso vacilla, si ritocca la cornice invece di affrontare il giudizio degli elettori.

Il premio di maggioranza è il vero scandalo politico della riforma. Non serve a correggere una frammentazione ingestibile: serve a gonfiare il risultato di chi arriva primo, anche di pochissimo, fino a consegnargli una centralità parlamentare sproporzionata. In sostanza, si prende una maggioranza relativa nel Paese e la si trasforma in una maggioranza forte nelle Camere. Non è stabilità: è alterazione controllata della rappresentanza. È la pretesa che il voto non debba fotografare il Paese com’è, ma come conviene al governo che lo disciplina. E quando una legge assegna a una coalizione un premio tale da spingere una minoranza sociale verso una quasi egemonia parlamentare, il problema non è solo politico: è democratico.

Ancora più rivelatore è il contesto. Il Rosatellum aveva premiato il centrodestra quando il centrosinistra si presentava diviso. Ora che quel vantaggio potrebbe ridursi, e che un campo progressista più competitivo renderebbe meno automatica la vittoria, la destra decide che il problema non è la propria offerta politica, ma la regola del gioco. Così si cambia la legge non per renderla più giusta, ma per evitare che il mutamento dei rapporti di forza produca un Parlamento davvero contendibile. È qui che la riforma smette di essere discutibile e diventa spudorata: non cerca equilibrio, cerca assicurazione.

Poi c’è il capitolo, sempre più intollerabile, della sovranità sequestrata ai cittadini e restituita ai vertici di partito. Tra listini, soglie, collegi e candidature, il rischio è l’ennesima legge in cui l’elettore conta meno delle segreterie. Si parla di popolo, ma si diffida della sua libertà di scelta. Si invoca la volontà popolare, ma la si irregimenta dentro meccanismi che rafforzano i capi, i nominati, la verticalità delle coalizioni. Anche l’obbligo di indicare il candidato premier nel programma di coalizione si inserisce in questa torsione: una politica che concentra, personalizza, semplifica, riduce. Non più rappresentanza pluralista, ma investitura del capo e blindatura della sua filiera di comando.

Ed è qui che affiora la deriva più pericolosa. Non un autoritarismo da caricatura, ma una deriva autoritaria per accumulo: premio di maggioranza, compressione della rappresentanza, centralizzazione delle candidature, personalizzazione del voto, riduzione degli spazi di equilibrio tra i poteri. Niente di eclatante, preso singolarmente. Tutto molto grave, messo insieme. Perché le democrazie non si deformano soltanto con gli strappi; più spesso si deformano con le correzioni opportunistiche, con le riforme presentate come tecniche e in realtà profondamente faziose, con le regole scritte da chi governa per continuare a governare anche quando il Paese smette di concedergli un mandato pieno.

In fondo, il messaggio che questa legge manda agli italiani è brutale nella sua semplicità: se i voti non bastano, ci penserà il meccanismo. E una democrazia in cui il meccanismo viene piegato per salvare il potere di chi teme di non meritarselo più non è una democrazia più stabile. È una democrazia più povera, più manipolata, più fragile. Altro che Stabilicum: è un melonismo elettorale di autodifesa, la pretesa di trasformare l’incertezza del consenso in certezza del comando. E ogni volta che una maggioranza riscrive la legge elettorale per neutralizzare il rischio di perdere, la questione non è più soltanto politica. Diventa una questione di decenza repubblicana.

pH Pixabay senza royalty

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