C’è un paradosso che attraversa l’agricoltura europea , e italiana in particolare , e che oggi esplode in tutta la sua evidenza: per anni abbiamo saturato i terreni con fertilizzanti chimici, compromettendo biodiversità, salute del suolo e qualità dei prodotti, e adesso ci scopriamo ostaggi proprio di quella filiera che abbiamo scelto di idolatrare come unica via alla produttività.
È una pantomima perfetta, ma tragica: prima ci consegniamo volontariamente alla dipendenza da prodotti di sintesi ad alto impatto energetico, poi ci indigniamo se il loro prezzo sale, se la geopolitica inceppa i traffici, se un meccanismo europeo (come il CBAM ) prova a internalizzare i costi ambientali reali delle industrie più inquinanti.
Il governo italiano, in questa vicenda, si muove con una linearità disarmante: difendere l’esistente, posticipare ogni correzione strutturale, e rivendicare come “vittorie” misure tampone che non cambiano la traiettoria del sistema agricolo, la irrigidiscono. È una politica che guarda alla terra come a un settore industriale pesante, non come a un ecosistema vivente.
Certo, i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati: l’urea registra aumenti del 55% in un anno; le tensioni sullo Stretto di Hormuz bloccano un terzo del commercio mondiale; la chiusura delle importazioni dalla Russia impoverisce l’offerta europea. Ma il punto non è , non può essere , solo economico.
Il punto è che abbiamo costruito un modello agricolo fragile, esposto ad ogni soffio del mercato e dell’energia fossile. Un modello che il governo italiano continua a difendere come fosse intoccabile.
È quasi grottesco invocare la sospensione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere come se fosse l’origine di tutti i mali. Quei dazi esistono perché produciamo cibo con processi che consumano enormi quantità di gas. E la transizione ecologica, quella vera, ha costi di realtà, non slogan.
La richiesta di Roma e Parigi di “sospendere subito” il CBAM, con effetto retroattivo, è l’ennesima scorciatoia: si chiede di congelare un sistema che serve proprio ad avviare il cambiamento, perché quel cambiamento fa male nell’immediato.
E allora ecco che compare il digestato, brandito come una bacchetta magica. Un’opzione interessante, certo; un residuo organico con potenzialità importanti. Ma la sua apertura senza un quadro normativo rigoroso, senza controlli ambientali stringenti, rischia di essere l’ennesimo “liberi tutti” che già conosciamo: quando c’è da spingere un settore, in Italia la sostenibilità è la prima a essere sacrificata.
Il punto nodale è uno: continuiamo a rattoppare un sistema che avrebbe bisogno di essere ripensato dalle fondamenta. Ci ostiniamo a difendere l’agrochimica come se la sua alternativa fosse il Medioevo, e nel frattempo ignoriamo che l’eccesso di azoto è tra le prime cause di inquinamento delle acque, che l’erosione del suolo accelera, che gli insetti impollinatori stanno crollando.
Questa crisi dei fertilizzanti è uno squarcio che rivela la verità: non abbiamo costruito sovranità agricola, ma dipendenza agricola. Non abbiamo costruito resilienza, ma vulnerabilità.
E il governo Meloni, con il ministro Lollobrigida in prima fila, continua a recitare la parte di chi “corre in soccorso degli agricoltori” mentre in realtà difende lo status quo che li condanna a essere meri esecutori di un modello produttivo rigido, costoso e alla lunga insostenibile.
La verità è che serve coraggio.
Non quello di chiedere stop ai dazi per qualche mese, ma quello di affrontare le domande che continuiamo a rimandare:
quanta chimica vogliamo ancora nei suoli?
quanta dipendenza dal gas russo, arabo o americano siamo disposti a tollerare?
quanto a lungo possiamo permetterci un’agricoltura che vive perennemente in emergenza?
Perché c’è un dato che nessuno può più ignorare: prima abbiamo avvelenato i terreni. Ora stiamo avvelenando il dibattito pubblico. E l’agricoltura italiana rischia di essere l’unica vera vittima di questa farsa.

 

 

pH Pixabay senza royalty

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