di Daniela Piesco Direttore Responsabile

 

Diciannove anni. Quasi un ventennio durante il quale la sanità campana ha vissuto sotto tutela: vincoli alle assunzioni, tetto sulle spese, ogni scelta filtrata attraverso il collo di bottiglia di un commissariamento che aveva la logica dei conti e non sempre quella dei cittadini. Poi, il 29 marzo 2026, l’annuncio: la Campania esce dal piano di rientro.
Un risultato. Senza dubbio. Ma a chi sa leggere tra le righe della macchina sanitaria, la notizia lascia aperta una domanda ben più urgente dell’annuncio stesso: e adesso?
A rispondere è Nicola Boccalone, già direttore generale dell’Azienda Ospedaliera San Pio di Benevento. Una voce tecnica, di chi conosce i meccanismi del sistema non dai convegni ma dall’interno ,  dagli anni in cui quelle scelte le firmava lui. Ed è proprio questa provenienza a dare peso alle sue parole, ma anche a renderle, in qualche misura, uno specchio a doppia faccia.
Boccalone non si presta alla narrazione trionfale. Riconosce il percorso , sedici anni, governi diversi, un buco stimato intorno ai dieci miliardi ,  ma subito ridimensiona l’enfasi dell’annuncio: molte leve erano già state riattivate prima. Le assunzioni in certi casi erano già riprese. Alcune aziende ospedaliere avevano recuperato margini di autonomia dal 2016. La rottura, insomma, non è così netta come la si vuol raccontare. È una lettura corretta. Ed è anche la lettura di chi sa dove guardare perché ha guardato da quella postazione.
Il primo nodo che emerge è il rischio del simbolismo. L’uscita dal piano di rientro è un fatto formale rilevante, ma il pericolo ,  che Boccalone nomina esplicitamente ,  è che si celebri la forma senza affrontare la sostanza. E la sostanza ha ancora un nome preciso: la medicina territoriale che non esiste davvero.
Il riferimento è al DM 77 del 2022, il decreto che avrebbe dovuto ridisegnare la rete di prossimità ,  case di comunità, ospedali di comunità, presidi intermedi. In provincia di Benevento erano previste undici case di comunità e cinque ospedali di comunità. Risultato operativo: uno solo, a San Bartolomeo in Galdo. Il confronto con l’Emilia-Romagna, dove metà delle strutture previste è già attiva, fotografa un divario che non è di norma né di risorse. È di capacità attuativa. E questa capacità attuativa è mancata ( va detto ) anche negli anni in cui chi oggi analizza il problema aveva responsabilità dirette sulla gestione.
Non è un’accusa. È una contestualizzazione necessaria, perché la lucidità diagnostica di Boccalone è reale, ma acquista un significato diverso se la si legge sapendo che proviene da un protagonista della stagione che descrive. Chi ha gestito il San Pio in quegli anni conosce i nodi dall’interno , il che è un valore, ma è anche una responsabilità che non scompare con la fine del mandato.
Le conseguenze di quei nodi irrisolti le paga chi entra al pronto soccorso del San Pio. Boccalone è diretto: il pronto soccorso è intasato non perché le emergenze siano esplose, ma perché il territorio non filtra. Chi non trova il medico di base, chi non trova una struttura intermedia, chi non trova risposta altrove, finisce là. È un’analisi che sgombra il campo da facili individuazioni di colpevoli interni: il problema non è solo il San Pio. È l’architettura del sistema. Eppure anche quella architettura, almeno in parte, è stata abitata e gestita da chi oggi ne descrive le crepe con tanta chiarezza.
C’è poi la questione di Sant’Agata de’ Goti, che nell’intervista assume il valore di un caso emblematico. Il decreto 41 del 2019 esiste. La cornice normativa c’è. Eppure, sette anni dopo, il territorio aspetta ancora. Boccalone usa una parola precisa: alibi. Il piano di rientro era diventato una giustificazione comoda per non decidere. Adesso quell’alibi non tiene più. È una messa in mora della politica regionale e delle aziende sanitarie , giusta, condivisibile. Ma forse, in questa sede, vale la pena estenderla: nessun alibi ha mai retto davvero, nemmeno prima. E chi lo sa meglio di chi era dentro?
Quello che emerge dall’intervista, in filigrana, è qualcosa che riguarda non solo la sanità campana ma il modo in cui il Sud gestisce i propri strumenti. La Campania ha avuto risorse considerevoli ( il PNRR, il Contratto istituzionale di sviluppo da circa due miliardi ) e nonostante questo resta nelle ultime posizioni nelle classifiche Agenas. Non mancavano i soldi. Non mancava la norma. Mancava la capacità di tradurre gli strumenti in servizi reali. È una diagnosi condivisibile. Ed è anche, in parte, una diagnosi che riguarda un sistema di cui Boccalone è stato parte attiva.
Detto questo  e va detto, perché sarebbe disonesto non dirlo ,  la competenza tecnica che emerge dall’intervista è genuina. Le proposte finali sono concrete: ridimensionare il ruolo della Soresa, ripristinare un organismo di controllo forte come l’Arsan, attuare davvero il DM 77, integrare ospedale e territorio, ridurre la mobilità passiva. Sono indicazioni di metodo che vengono da chi conosce la macchina. Il punto non è sminuirle. Il punto è che abbiano più forza se chi le avanza riconosce anche il proprio posto nella storia che racconta.
La partita vera, come dice lui, comincia adesso. E si giocherà , come sempre , su ciò che non finirà sui comunicati stampa. Ma si giocherà anche su chi avrà il coraggio, non solo di indicare i problemi, ma di misurarsi con la propria parte in essi.

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