“La polis esiste per il bene vivere, non solo per sopravvivere.”
— Aristotele
Esiste un momento preciso in cui una società smette di essere tale e diventa un semplice insieme di estranei che condividono uno spazio: è il momento in cui la fiducia reciproca cede il passo all’isolamento. Come osservato da Sara Rubinelli nelle sue riflessioni su La Stampa, la dissoluzione di una comunità non avviene quasi mai con un fragore improvviso, ma inizia silenziosamente, quando ciascuno decide di ritirarsi nel recinto del proprio interesse particolare.
Il rischio dell’atomizzazione
Viviamo in un’epoca che ha esasperato il concetto di autonomia, trasformandolo spesso in un autarchico distacco dagli altri. Il “recinto” di cui parliamo è quel perimetro mentale ed etico dove l’unica priorità è la tutela del proprio vantaggio, della propria sicurezza o del proprio comfort immediato. In questo spazio confinato, l’altro smette di essere un alleato nel progetto comune per diventare, nel migliore dei casi, un’ombra e, nel peggiore, un ostacolo.
Questa tendenza all’atomizzazione sociale porta a una frammentazione dei valori. Se il bene è solo ciò che serve a “me”, il concetto di bene comune evapora, lasciando il posto a una competizione costante che logora il tessuto connettivo della nazione.
Sopravvivere non basta
Il richiamo ad Aristotele citato dalla Rubinelli è fondamentale per comprendere la posta in gioco. Se la società servisse solo a garantire la sicurezza fisica o gli scambi economici, non sarebbe diversa da un recinto per il bestiame o da un contratto commerciale. Ma la polis greca nasceva per un fine più alto: il “vivere bene” (eu zen).
Mentre la sopravvivenza riguarda il soddisfacimento dei bisogni primari e la difesa dai pericoli, il “vivere bene” riguarda la fioritura dell’essere umano attraverso la virtù, la partecipazione politica e la condivisione di una visione etica. Quando ci chiudiamo nei nostri interessi privati, rinunciamo alla nostra umanità più piena, regredendo a uno stato di pura sopravvivenza biologica e funzionale.
Ricostruire la Polis
Per invertire il processo di dissoluzione, è necessario abbattere i muretti a secco dell’egoismo. Non si tratta di annullare l’individuo, ma di riscoprire che l’individuo è, per sua natura, un “animale politico”. La salute di una democrazia non si misura dal PIL, ma dalla capacità dei suoi cittadini di guardare oltre il proprio giardino.
La sfida che la Rubinelli ci pone davanti è comunicativa e antropologica: dobbiamo tornare a parlarci non come consumatori di servizi, ma come membri di un corpo vivo. Solo uscendo dal recinto dell’interesse personale possiamo sperare di abitare di nuovo una polis degna di questo nome, dove la vita non sia solo un esercizio di resistenza, ma una ricerca corale di senso e benessere collettivo.
Ph pixabay senza royality
