”La politica è l’arte di ottenere che la gente partecipi a ciò che la riguarda, perché non si possa dire che sia stata ingannata.”
— Jean Monnet
Il Palazzo di Vetro di New York è spesso descritto come un teatro di ombre, un luogo dove la retorica diplomatica serve a mascherare l’immobilismo dei fatti. Eppure, ci sono pomeriggi in cui la luce che filtra dalle vetrate dell’Onu assume un’intensità diversa, rivelando crepe profonde in alleanze che sembravano monolitiche. Il 23 marzo 2026 rimarrà negli annali come uno di questi momenti: il giorno in cui il mondo arabo ha deciso di smettere di delegare la propria sicurezza alle superpotenze esterne per farsi architetto di un nuovo ordine regionale, spiazzando non solo l’Iran, ma anche i protettori storici del regime di Teheran.
L’iniziativa del Golfo: una scossa geopolitica
La risoluzione presentata dal Bahrain non è un semplice atto di condanna burocratica. Rappresenta il culmine di una strategia lungimirante adottata dal Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc). Per decenni, la narrazione del Medio Oriente è stata quella di una contrapposizione tra “Occidente” e “Asse della resistenza” guidato dall’Iran. Oggi, quella polarizzazione è saltata.
Gli Stati arabi, guidati da un Bahrain insolitamente protagonista in sede di Consiglio di sicurezza, hanno scelto di giocare la carta del multilateralismo. Denunciando gli attacchi iraniani a infrastrutture civili e aree residenziali — in particolare in Kuwait, Oman, Giordania ed Emirati — i Paesi del Golfo hanno tolto all’Iran l’alibi della lotta contro l’imperialismo straniero. Quando sono i tuoi vicini di casa, che condividono la tua stessa geografia e cultura, a indicarti come aggressore davanti al mondo, la retorica del “grande Satana” americano perde ogni efficacia comunicativa.
I numeri di un consenso senza precedenti
I dati emersi dalle votazioni sono impressionanti e meritano un’analisi dettagliata:
135 Paesi co-sponsor: Un numero che supera di gran lunga la somma dei blocchi occidentali tradizionali.
13 voti favorevoli in Consiglio di sicurezza su 15.
Zero veti: Il dato più smaccatamente politico dell’intera sessione.
Il silenzio di Mosca e Pechino: un tradimento calcolato?
Il vero terremoto diplomatico non risiede però solo nella compattezza araba, ma nel comportamento di Russia e Cina. Per anni, Teheran ha fatto affidamento sul potere di veto di Vladimir Putin e Xi Jinping per neutralizzare le pressioni internazionali. Questa volta, il meccanismo si è inceppato.
L’astensione di Mosca e Pechino è un messaggio gelido inviato alla guida suprema Khamenei. La Russia, pur utilizzando i droni iraniani nel conflitto ucraino, non può permettersi di alienarsi totalmente le petromonarchie del Golfo, attori fondamentali per la stabilità dei prezzi del greggio e potenziali canali per mitigare l’effetto delle sanzioni. La Cina, dal canto suo, ha come priorità assoluta la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Pechino è il primo importatore di energia della regione; un Iran che destabilizza le rotte marittime smette di essere un alleato strategico e diventa un rischio sistemico per la crescita cinese.
Scegliendo di non votare contro la risoluzione, Cina e Russia hanno ammesso implicitamente che l’Iran è andato “oltre il limite”. È la fine del fronte unito anti-occidentale? Probabilmente no, ma è certamente la prova che gli interessi nazionali prevalgono sempre sulle affinità ideologiche.
Lo stretto di Hormuz: il nervo scoperto della globalizzazione
Un punto focale della risoluzione riguarda la libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz non è solo un tratto di mare; è l’aorta attraverso cui scorre il sangue dell’economia globale. L’Iran ha spesso usato la minaccia di chiudere lo stretto come una “pistola alla tempia” della comunità internazionale.
Oggi, il mondo ha risposto che quella pistola non è più accettabile. Definire gli attacchi iraniani come violazioni del diritto internazionale risalente all’Ottocento significa riportare la disputa su un piano di legalità universale. Questo tocca da vicino anche l’Europa. Nonostante le frizioni con l’amministrazione americana, le capitali europee si sono schierate con convinzione accanto ai Paesi arabi. Per l’Europa, un’escalation nel Golfo significa inflazione galoppante e una crisi energetica che alimenterebbe indirettamente le casse russe per il conflitto in Ucraina.
L’Iran all’angolo: retorica contro realtà
La risposta di Teheran è stata, come previsto, di totale chiusura. Accusare gli Stati Uniti di manipolare le Nazioni Unite è il riflesso condizionato di un regime che si sente accerchiato. Tuttavia, questa volta l’accusa appare debole. È difficile sostenere che 135 nazioni diverse, molte delle quali appartenenti al cosiddetto “Sud globale”, siano tutte marionette nelle mani di Washington.
L’isolamento dell’Iran è ora strutturato su tre livelli:
Diplomatico: Senza lo scudo del veto russo-cinese nel momento del bisogno.
Regionale: Con il mondo arabo unito in una condanna esplicita e documentata.
Tecnico-legale: Per l’uso sistematico di droni e missili contro obiettivi civili, ora formalmente qualificato come violazione dei trattati.
Una nuova era per le Nazioni Unite?
Mentre molti parlavano di un’Onu ormai irrilevante, questa crisi dimostra che il Palazzo di Vetro può ancora essere il luogo in cui si certificano i cambiamenti di equilibrio mondiali. La “coscienza collettiva” citata dal Bahrain non è solo un esercizio di stile, ma la presa d’atto che la stabilità regionale non può più essere ostaggio di un singolo attore radicale.
Il voto non fermerà i droni iraniani domani mattina, ma ha cambiato radicalmente il costo politico di ogni singola azione di Teheran. Se l’Iran continuerà sulla strada dell’escalation, lo farà sapendo di non avere più amici disposti a esporsi per proteggerlo nel foro più importante del mondo. Il mondo arabo ha dimostrato una maturità diplomatica senza precedenti, sfilando a Mosca e Pechino il ruolo di mediatori unici e ponendosi come interlocutore credibile per l’intera comunità internazionale.
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