Di Carlo di Stanislao

​«Pochi vogliono la libertà, la maggior parte cerca solo buoni padroni.»

— Sallustio

 

​La guerra che oggi divora il Medio Oriente sembra dare ragione al pessimismo di Sallustio: in un mondo che ha rinunciato alla libertà del dialogo, i popoli si ritrovano a seguire leader che promettono sicurezza attraverso la forza, ma è proprio così o siamo semplicemente prigionieri di una retorica che non ammette alternative? Se la libertà di scelta è il bene supremo, la sensazione attuale è che le opzioni siano state ridotte a un’unica, tragica via: il conflitto totale. Non si tratta più solo di scaramucce di confine o di sanzioni economiche, ma di un deragliamento sistemico che minaccia di travolgere le fondamenta stesse della convivenza globale, dalle rotte commerciali di Hormuz alle colline del Libano, fino ai conti correnti e alle prospettive pensionistiche dei cittadini europei.

​Il fronte iraniano: la solitudine di Trump e lo stretto di Hormuz

​Le cronache di questo 17 marzo 2026 segnano un punto di rottura profondo nelle relazioni transatlantiche. Il presidente Donald Trump, in una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera, ha ostentato una sicurezza incrollabile: «Stiamo stravincendo». Eppure, dietro i proclami, emerge un isolamento diplomatico che agita le cancellerie europee. Trump, parlando dalla Casa Bianca alla vigilia dell’incontro con il leader irlandese Micheal Martin, ha espresso tutto il suo disprezzo per quella che definisce l’ingratitudine degli alleati.

​Il rifiuto netto dell’Europa e dell’Italia di inviare assetti navali per la riapertura dello Stretto di Hormuz — minato e paralizzato dalle forze di Teheran e dai sabotaggi asimmetrici — ha mandato su tutte le furie Washington. Trump accusa gli alleati NATO di codardia, ricordando i decenni di protezione americana, ma la realtà sul campo suggerisce che l’Europa non voglia farsi trascinare in una “operazione militare” dai contorni e dagli obiettivi ancora troppo fumosi. La tensione è palpabile: mentre Washington preme per il collasso del regime attraverso una pressione bellica senza precedenti, l’UE teme l’onda d’urto economica e sociale di un conflitto senza confini che potrebbe incendiare l’intero Mediterraneo.

​Il Libano sotto assedio: l’invasione di terra e il ruolo di Hezbollah

​Mentre la tensione con l’Iran raggiunge il picco, il fronte nord di Israele è letteralmente esploso, portando la violenza a un livello che non si vedeva da decenni. Quella che inizialmente doveva essere una serie di incursioni mirate si è trasformata in una vera e propria guerra in Libano. Le truppe israeliane hanno varcato il confine in forze, dichiarando di voler “provare” l’invasione su vasta scala se Hezbollah non accetterà una resa immediata.

​I bombardamenti hanno colpito non solo le postazioni militari ma anche snodi logistici vitali a Beirut e nel sud, spingendo la popolazione civile verso una fuga disperata. Israele punta a smantellare i tunnel e i siti di lancio che minacciano la Galilea, ma il rischio è di rimanere impantanati in un conflitto di logoramento urbano simile a quello del 1982, ma con armamenti infinitamente più letali e droni a sciame che oscurano il cielo. I caschi blu dell’Unifil, tra cui molti soldati italiani sotto il comando di Abagnara, restano l’unico, fragilissimo diaframma tra i civili e il massacro. Essi operano in condizioni estreme, cercando di mantenere aperti canali di comunicazione con tutte le parti in causa in un clima dove la parola “tregua” sembra essere stata cancellata dal vocabolario.

​Il colpo al cuore del regime: la fine di Soleimani e Larijani

​La notizia del giorno, confermata da fonti dell’intelligence di Tel Aviv, è l’eliminazione di Ali Larijani e di altre figure chiave della gerarchia militare e politica iraniana. Secondo gli esperti di geopolitica, l’uccisione di Larijani rappresenta un colpo forse più letale di quello inflitto anni fa a Qasem Soleimani: Larijani era il vero architetto politico, l’uomo della continuità istituzionale capace di tessere trame diplomatiche e militari simultaneamente.

​«Ora sono all’inferno», commentano gelidamente le fonti della difesa israeliana. Tuttavia, questa vittoria tattica solleva dubbi inquietanti. A Washington, si registrano le dimissioni polemiche del capo dell’antiterrorismo statunitense, convinto che la guerra sia stata forzata da pressioni politiche esterne piuttosto che da una reale necessità difensiva. Il vuoto di potere a Teheran potrebbe portare a una rapida capitolazione, come sperato da Trump, o, più probabilmente, a una reazione disperata e asimmetrica, con l’attivazione di cellule dormienti in tutto l’Occidente.

​L’Italia tra amicizia atlantica e realismo europeo

​In questo scacchiere incandescente, la posizione italiana è un equilibrismo complesso. Donald Trump ha speso parole di grande stima per Giorgia Meloni, definendola «un’ottima leader e un’amica» e lodando la sua disponibilità a collaborare su più fronti. Tuttavia, il governo italiano ha tenuto il punto sul “no” all’intervento armato nello Stretto di Hormuz.

​Il ministro Antonio Tajani è stato esplicito: la sicurezza della navigazione e la protezione delle nostre navi commerciali si ottengono con il dialogo e la diplomazia internazionale, non trasformando il Golfo Persico in un poligono di tiro permanente. Per l’Italia, un coinvolgimento diretto significherebbe alimentare un incendio che nessuno sarebbe poi in grado di spegnere, con ripercussioni dirette sui costi energetici e sulla stabilità sociale interna. Meloni ha ribadito che il coinvolgimento richiesto dagli USA sarebbe “quel passo che non vogliamo fare”, privilegiando la protezione degli interessi nazionali attraverso la de-escalation.

​Economia di guerra: l’impatto su pensioni, mercati e vita quotidiana

​Ma la guerra non si combatte solo con i missili; si combatte anche sui mercati e nei portafogli dei cittadini. L’escalation in Medio Oriente sta già ridisegnando l’economia quotidiana degli italiani. Ma è proprio così che un conflitto lontano può svuotare le tasche di un pensionato o di un risparmiatore a Roma o Milano? La risposta è purtroppo affermativa, a causa della fragilità degli equilibri globali interconnessi.

​Il valore dei risparmi e dei fondi pensione

​Le borse mondiali stanno reagendo con estrema volatilità. L’incertezza sulla durata del conflitto spinge gli investitori verso i “beni rifugio” come l’oro, penalizzando i titoli azionari. Molti dei risparmi destinati alle future pensioni integrative sono investiti in mercati internazionali; crolli prolungati delle borse riducono il valore netto degli attivi dei fondi, mettendo a rischio la stabilità previdenziale di milioni di lavoratori.

​Lo spettro dell’inflazione e il caro vita

​Se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, il prezzo del greggio potrebbe superare la soglia critica dei 150 dollari al barile. Questo genererebbe un’impennata immediata dei costi di trasporto e produzione, riportando l’inflazione a livelli insostenibili. In Italia, sebbene le pensioni siano indicizzate (perequazione), il meccanismo non copre mai interamente l’aumento reale del costo della vita, specialmente per quanto riguarda le bollette energetiche e i beni alimentari di prima necessità.

​Austerità e debito pubblico

​Un debito pubblico sotto pressione per l’aumento dei tassi di interesse — misura necessaria per contrastare l’inflazione da guerra — riduce drasticamente lo spazio di manovra del governo. I fondi che potrebbero essere destinati alla sanità o alla flessibilità pensionistica (come il superamento della Legge Fornero) vengono invece drenati dalla necessità di finanziare il debito o di aumentare le spese per la difesa nazionale in un clima di insicurezza globale.

​Prospettive: una vittoria senza pace?

​La citazione di Sallustio risuona con forza in queste ore drammatiche: i “padroni” della guerra promettono soluzioni rapide e trionfi definitivi, ma il prezzo pagato è spesso la perdita della libertà di costruire un futuro diverso. Sebbene Trump affermi che «non ci vorrà ancora molto tempo», la storia insegna che ogni “vittoria” militare in questa regione ha storicamente partorito nuove forme di resistenza.

​La frammentazione degli alleati, la crisi interna russa — con Mosca attualmente isolata e “oscurata” digitalmente a causa di massicci cyber-attacchi — e l’aggressività delle operazioni in Libano indicano che la strada verso una stabilizzazione è ancora lunga e coperta di macerie. Mentre il mondo osserva in diretta i video degli attacchi, resta da capire se la diplomazia avrà un ultimo sussulto o se dovremo rassegnarci a un nuovo ordine mondiale scritto esclusivamente con il sangue, il ferro e l’incertezza economica.

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