La politica è fatta spesso di uomini che dimenticano la verità per salvare la propria versione dei fatti.” — Georges Simenon
 
“La storia è la madre della verità, rivale del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e avvertimento del presente.” — Miguel de Cervantes
La storia non è soltanto una cronaca di eventi ormai conclusi, ma una forza viva che continua a operare nel presente. La storia è memoria, interpretazione, narrazione, e proprio per questo diventa spesso uno strumento nelle mani della politica. Ogni governo, ogni potere, ogni epoca tende a consultarla come si consulta un grande archivio: scegliendo i documenti utili e lasciando negli scaffali quelli più scomodi. Nel dibattito internazionale sulla guerra tra Iran e Israele, questa dinamica appare con particolare evidenza anche nel discorso politico italiano e nelle posizioni espresse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nel pieno di una crisi geopolitica che minaccia di trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala, l’Italia ha scelto una linea fortemente collocata nel campo occidentale, a sostegno della strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati. È una posizione che si presenta come coerente con il sistema delle alleanze internazionali, ma che secondo molti osservatori si fonda su una lettura selettiva della storia recente del Medio Oriente. In questa prospettiva, la storia diventa quasi un manuale politico da sfogliare rapidamente, citando solo i capitoli che rafforzano la tesi del momento.
Il punto di partenza di questa narrazione è quasi sempre la data del 7 ottobre 2023, quando l’organizzazione armata palestinese Hamas ha lanciato un attacco contro Israele provocando centinaia di vittime e uno shock globale. In questa prospettiva, Israele appare come una nazione colpita e dunque legittimata a esercitare il proprio diritto alla difesa. Ed è indubbio che quell’attacco abbia rappresentato un evento traumatico e tragico. Tuttavia, se si sfogliano le pagine precedenti del grande libro della storia mediorientale, emerge un quadro assai più complesso e stratificato.
Il conflitto tra israeliani e palestinesi non nasce nel 2023 ma attraversa decenni di tensioni, occupazioni, guerre e negoziati falliti. È una storia fatta di promesse disattese, di accordi mai pienamente realizzati, di generazioni cresciute dentro una spirale di violenza che sembra non trovare fine. Ridurre tutto a un singolo episodio, per quanto drammatico, significa semplificare una realtà che invece richiede uno sguardo lungo e una memoria ampia.
Negli ultimi decenni Israele ha condotto diverse operazioni militari nei territori palestinesi, tra cui Piombo Fuso nel 2008–2009, Colonna di Nuvole nel 2012 e Margine di Protezione nel 2014. Operazioni che hanno causato migliaia di vittime civili, distruzioni diffuse e un enorme impatto umanitario. Molte organizzazioni internazionali hanno denunciato possibili violazioni del diritto umanitario, ma nel discorso politico occidentale questi eventi vengono spesso presentati come inevitabili conseguenze della lotta al terrorismo.
Anche la questione dei finanziamenti e delle alleanze nel Medio Oriente è molto più complessa di quanto appaia nella retorica politica. Nel discorso pubblico europeo e statunitense, Hamas viene frequentemente descritta come una semplice emanazione dell’Iran. La realtà geopolitica, tuttavia, è assai più articolata. Nel corso degli anni, diversi attori regionali hanno sostenuto gruppi armati per ragioni strategiche, creando una rete di equilibri instabili in cui le alleanze cambiano e si trasformano continuamente.
La stessa dinamica emerge quando si affronta la questione del programma nucleare iraniano, spesso indicato come una delle principali minacce alla sicurezza internazionale. Nel 2015 venne firmato un accordo storico tra l’Iran e le principali potenze mondiali, il cosiddetto JCPOA, che limitava l’arricchimento dell’uranio e sottoponeva Teheran a controlli internazionali senza precedenti. Quell’accordo rappresentò uno dei momenti più importanti della diplomazia contemporanea, perché dimostrava che anche le crisi più difficili potevano essere affrontate attraverso il negoziato.
Tuttavia, l’accordo venne successivamente abbandonato dagli Stati Uniti durante la prima presidenza di Donald Trump (2017–2021), riaprendo una fase di tensione e diffidenza tra Teheran e l’Occidente. Da quel momento in poi il dialogo si è progressivamente deteriorato, mentre la retorica della sicurezza e della deterrenza ha preso il sopravvento su quella della diplomazia.
Questa vicenda mette in luce una delle contraddizioni più evidenti della politica internazionale contemporanea. L’Iran viene accusato di voler sviluppare l’arma nucleare, mentre Israele — che secondo molte stime possiede già un arsenale atomico — non ha mai aderito al trattato di non proliferazione e non consente ispezioni internazionali complete. Questo doppio standard alimenta un senso diffuso di ingiustizia in molte regioni del mondo, dove il diritto internazionale appare applicato in modo diverso a seconda degli equilibri geopolitici.
Al centro del dibattito resta il principio del diritto alla difesa, sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Secondo questo principio, ogni Stato ha il diritto di reagire militarmente se subisce un attacco armato. Tuttavia la realtà geopolitica rende spesso ambiguo il confine tra difesa e aggressione. Quando un paese decide di colpire un altro per prevenire un possibile attacco futuro, siamo di fronte a una difesa preventiva o a una violazione del diritto internazionale?
La risposta cambia spesso a seconda di chi pone la domanda e di chi è coinvolto nel conflitto. L’Europa ha condannato con fermezza l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, definendola una grave violazione del diritto internazionale. Tuttavia, quando operazioni militari simili vengono compiute da paesi alleati dell’Occidente, la reazione diplomatica appare più prudente e meno severa. Questa apparente incoerenza contribuisce a indebolire la credibilità delle istituzioni internazionali e ad alimentare il sospetto che esistano regole diverse per attori diversi.
Anche la posizione dell’Italia si inserisce in questo quadro complesso. Il governo guidato da Giorgia Meloni sostiene di voler difendere la stabilità internazionale e l’unità dell’Occidente. Tuttavia, secondo molti critici, questa linea rischia di trasformarsi in una subordinazione strategica alle scelte di Washington, riducendo lo spazio di una diplomazia europea autonoma.
Nel frattempo, il conflitto continua a produrre effetti globali. Le tensioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz minacciano gli equilibri energetici mondiali, mentre il rischio di un’escalation militare coinvolge un numero crescente di attori regionali. In questo contesto la narrazione storica diventa uno strumento politico potentissimo. Chi controlla il racconto degli eventi può orientare l’opinione pubblica, giustificare decisioni militari e ridefinire il senso stesso della legittimità internazionale.
Ed è quasi paradossale che proprio in questi giorni, mentre la politica discute di guerra, la cultura provi a raccontare la complessità di quella stessa realtà. Nella serata dell’11 marzo, infatti, Sky Cinema ha trasmesso in prima visione televisiva il film iraniano Un semplice incidente, diretto dal regista dissidente Jafar Panahi. Il film, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025 e candidato a due premi Oscar, racconta la storia di un uomo che crede di riconoscere il proprio torturatore anni dopo la prigionia, trasformando un episodio banale — un incidente stradale — in una riflessione profonda su memoria, giustizia e vendetta. �
Sky TG24 +1
È una vicenda cinematografica che parla di dubbio, responsabilità e verità, mostrando quanto sia fragile la linea che separa vittima e carnefice quando la storia personale si intreccia con quella politica. Il film non offre risposte semplici: al contrario, mette in scena un conflitto morale che obbliga lo spettatore a interrogarsi sul significato della giustizia e sul peso della memoria. �
Sky TG24
E forse proprio qui sta la differenza tra la politica e l’arte. La politica tende a semplificare, a dividere il mondo in schieramenti netti, a raccontare una storia lineare in cui il passato giustifica il presente. L’arte invece complica, interroga, dubita.
Come ricordava Cervantes, la storia è testimone del passato e avvertimento del presente. Ogni pagina rimanda a un’altra, ogni evento affonda le sue radici in cause lontane. Ignorare questa complessità significa rinunciare alla comprensione autentica della realtà.
Forse la sfida più grande della politica contemporanea è proprio questa: imparare a leggere l’intero libro della storia, senza strappare i capitoli scomodi e senza evidenziare soltanto le frasi che confermano le proprie convinzioni. Perché quando la memoria diventa selettiva, anche la diplomazia perde profondità.
E quando la diplomazia perde profondità, la guerra smette di essere l’ultima risorsa e torna a essere la prima.
La storia non dimentica nulla. Gli uomini invece sì. Ed è in questa distanza tra memoria e potere che spesso nascono le tragedie del mondo.
pH Pixabay senza royalty

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