Di Carlo di Stanislao

​”L’umanità è un’unica famiglia, e le diverse fedi sono come i rami di un unico albero.”

— Mahatma Gandhi

 

​L’Islam non è un blocco monolitico, né una realtà uniforme che risponde a un’unica voce. È, al contrario, un ecosistema complesso di teologie, tradizioni giuridiche e interpretazioni spirituali che si sono stratificate nel corso di quattordici secoli. Spesso, lo sguardo occidentale tende a ridurre questa complessità a una serie di slogan legati alla cronaca o ai conflitti geopolitici. Eppure, per comprendere davvero il Medio Oriente e la vita di oltre un miliardo e mezzo di persone, è necessario immergersi nelle pieghe di quel glossario che definisce l’identità musulmana: dalle differenze tra sunniti e sciiti fino al rigore del wahabismo e al concetto di Jihad.

​La grande scissione: sunniti e sciiti

​Il cuore pulsante della divisione interna all’Islam risale a un evento politico e dinastico avvenuto quasi 1.400 anni fa: la successione al profeta Maometto dopo la sua morte nel 632 d.C. Da questa ferita originale sono nate le due correnti principali che ancora oggi definiscono gli equilibri del mondo islamico.

​Il sunnismo: la via della tradizione

​I sunniti rappresentano la stragrande maggioranza del mondo musulmano (circa l’85%). Il termine deriva da Sunna, che significa “consuetudine” o “tradizione”. Essi si considerano gli eredi legittimi dell’ortodossia e basano la loro fede sul consenso della comunità (ijmā‘) e sugli insegnamenti del Profeta tramandati dai suoi compagni.

​Storicamente, i sunniti sostenevano che il successore di Maometto (il Califfo) dovesse essere scelto tra i membri della tribù di Quraish in base al merito e alla capacità di guidare la comunità. Non esiste nel sunnismo una gerarchia clericale centralizzata simile a quella cattolica; l’autorità è diffusa tra dotti e giuristi (ulema) che interpretano i testi sacri. Questa struttura orizzontale ha permesso una grande adattabilità, ma ha anche favorito la nascita di innumerevoli interpretazioni locali.

​Lo sciismo: il partito di Alì

​Gli sciiti (da Shi‘at ‘Alī, ovvero “il partito di Alì”) costituiscono circa il 15% dei fedeli, con una concentrazione massiccia in IranIraqAzerbaigian e minoranze significative in Libano e Yemen. La loro separazione dai sunniti nacque dalla convinzione che la guida della comunità spettasse di diritto solo ai discendenti diretti della famiglia di Maometto, a partire da suo cugino e genero, Alì ibn Abi Talib.

​A differenza dei sunniti, gli sciiti hanno sviluppato una struttura clericale molto gerarchica e organizzata. Al vertice si trovano gli Ayatollah (“segno di Dio”), figure dotate di una profonda autorità spirituale e politica, capaci di interpretare la legge divina in modo dinamico. Questa struttura ha reso lo sciismo una forza politica formidabile, capace di influenzare le sorti di intere nazioni attraverso la guida di leader carismatici e un senso del martirio molto accentuato, simboleggiato dal sacrificio dell’Imam Hussein a Kerbala.

​Il rigore del deserto: il wahabismo

​All’interno del vasto mondo sunnita, esistono correnti ultra-conservatrici che hanno avuto un impatto sproporzionato sulla politica globale contemporanea. La più nota è il wahabismo, dottrina nata nel XVIII secolo nel cuore della Penisola Arabica per opera di Muhammad ibn Abd al-Wahhab.

​Il wahabismo predica un ritorno alle origini “pure” dell’Islam, rifiutando ogni innovazione successiva (bid‘a) e condannando come idolatria il culto dei santi o la visita alle tombe, pratiche comuni in altre tradizioni islamiche come il sufismo. Oggi, il wahabismo è la religione ufficiale dell’Arabia Saudita. La sua interpretazione della Sharī‘a (la legge islamica) è tra le più rigide al mondo: prevede l’applicazione letterale delle pene coraniche per reati come l’apostasia, l’omosessualità o l’adulterio. Questa visione ha influenzato profondamente la cultura e il diritto dell’intera regione del Golfo, esportando un modello di religiosità austero e intransigente che spesso entra in rotta di collisione con la modernità globale.

​Jihad e califfato: concetti oltre la cronaca

​Nessuna parola è stata più distorta del termine Jihad. Nel linguaggio mediatico, è diventato sinonimo di “guerra santa” terroristica. Per un musulmano, il significato è diviso in due livelli: il Jihad Superiore, ovvero lo sforzo interiore per migliorarsi spiritualmente, e il Jihad Inferiore, la difesa armata della comunità, che però la dottrina classica vincola a regole umanitarie severissime.

​Parallelamente, il Califfato rappresenta l’utopia di un’unità politica e spirituale perduta nel 1924 con la fine dell’Impero Ottomano. Se per le frange estremiste è un obiettivo teocratico da imporre con la forza, per la maggioranza dei fedeli rimane un simbolo storico di un’epoca di splendore culturale e scientifico.

​Le donne nell’Islam: tra diritti coranici e leggi patriarcali

​La questione dei diritti delle donne è il terreno su cui si misura la tensione tra tradizione e progresso. Sebbene il Corano abbia introdotto diritti rivoluzionari nel VII secolo (eredità, proprietà e consenso al matrimonio), l’applicazione pratica oggi varia drasticamente.

​Le scuole giuridiche e il diritto di famiglia

​La vita quotidiana è regolata dallo Statuto Personale. Nella scuola hanafita (Turchia, Egitto), più liberale nel metodo, permangono asimmetrie nel divorzio: il marito può ricorrere al talaq (ripudio), mentre la donna deve affrontare complessi iter giudiziari (khul‘).

​In Arabia Saudita, l’influenza wahabita ha imposto per decenni la tutela maschile (wilayah), una condizione di minorità perenne della donna. Sebbene le riforme recenti abbiano concesso alle donne il diritto di guida e una maggiore autonomia di viaggio, la radice conservatrice rimane forte. In Iran, lo sciismo ha creato un sistema in cui le donne sono estremamente istruite ma soggette a leggi restrittive sul costume, come l’obbligo del velo (hijab), e a istituti particolari come il matrimonio temporaneo (sigheh).

​I modelli di riforma: Marocco e Tunisia

​Esistono però percorsi di modernizzazione interna. Il Marocco, con la riforma della Moudawana nel 2004, ha stabilito la responsabilità congiunta della famiglia tra coniugi e limitato drasticamente il ripudio. La Tunisia rappresenta il punto più avanzato, avendo abolito la poligamia e garantito per legge la piena parità nelle successioni ereditarie, dimostrando che l’Islam può dialogare con i diritti civili universali attraverso l’Ijtihad, ovvero lo sforzo di interpretazione critica dei testi sacri.

​Un’identità in continua evoluzione

​Comprendere l’Islam oggi significa accettare che non esiste un’unica risposta alla domanda “cosa pensano i musulmani”. La condizione della donna e la stabilità politica non dipendono dalla religione “in sé”, ma da chi detiene il potere di interpretarla.

​Riconoscere la pluralità interna — dalla spiritualità dei sufi al pragmatismo riformista tunisino — è l’unico modo per superare i pregiudizi e comprendere la complessità di un mondo che sta faticosamente cercando di conciliare le proprie radici millenarie con le sfide del XXI secolo.

pH Pixabay senza royalty

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