Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Dahiyeh, la dottrina che trasforma i quartieri in messaggi politici

Quando il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha pronunciato le parole “Beirut assomiglierà a Khan Yunis”, non stava formulando una minaccia estemporanea. Stava recitando, con la precisione gelida di chi conosce il copione, una dottrina militare che ha trasformato la distruzione urbana in strumento deliberato di comunicazione geopolitica.
Una dottrina con un nome. E con un’ambizione.
La “Dottrina Dahiyeh” non è nata da un errore di calcolo né da una spirale incontrollata di violenza. È nata da una dichiarazione. Nel 2008, il generale Gadi Eizenkot , allora al comando del Fronte Nord, poi capo di stato maggiore delle forze israeliane , ebbe il coraggio intellettuale di dire ad alta voce ciò che molti eserciti praticano in silenzio: che la distruzione della periferia meridionale di Beirut nel 2006 non era stata un effetto collaterale, ma un esempio replicabile. Una promessa. Un modello.
Quella dichiarazione è rimasta. Il giornalista Yaron London, sul quotidiano Yediot Ahronot, aveva già compreso allora che non si trattava di un’improvvisazione: quella logica si sarebbe sedimentata nella cultura strategica israeliana fino a diventarne struttura portante. La storia gli ha dato ragione con una puntualità che non lascia spazio all’interpretazione. Gaza, tra il 2023 e il 2025, ne è stata la dimostrazione più estrema: interi nuclei urbani ridotti a macerie, circa due milioni di palestinesi privati di ogni riferimento spaziale, Khan Yunis trasformata da città in concetto , ovvero in minaccia trasferibile.

Dahiyeh non è una roccaforte. È una città.

Il problema , morale prima ancora che militare , è che Dahiyeh non è una base. È Ghobeiry, Chiyah, Haret Hreik, Burj el Barajneh. È famiglie sciite, sunnite e cristiane a basso reddito che dividono palazzi e cortili. È lavoratori provenienti dall’Asia e dall’Africa, rifugiati siriani arrivati dopo il 2011, palestinesi che abitano nei campi nati dopo la Nakba del 1948, come quello di Shatila, il cui nome porta il peso di una storia di sangue già scritta. È, insomma, una delle aree urbane più composite e socialmente vulnerabili dell’intero Levante.
La narrativa che riduce questa periferia a “roccaforte di Hezbollah” non è falsa in assoluto , è vero che l’organizzazione vi ha uffici politici, istituzioni sociali, probabilmente strutture militari. Ma è una semplificazione funzionale: serve a costruire il consenso necessario per giustificare la distruzione di un quartiere abitato, come se la presenza di un attore armato in un tessuto urbano annullasse il diritto alla vita di chi quel quartiere lo vive ogni giorno. Human Rights Watch e Amnesty International hanno già definito questa logica una violazione sistematica del principio di distinzione e di proporzionalità, fondamenta del diritto internazionale umanitario.

Il paradosso strategico: la deterrenza che non deterrisce.

C’è però un’ironia crudele al cuore di questa dottrina, e riguarda la sua stessa efficacia. Il concetto è chiaro: distruggere ciò che una popolazione ama e ha costruito affinché la stessa popolazione eserciti pressione sul gruppo armato che la abita. L’ex colonnello israeliano Gabi Siboni lo ha teorizzato senza reticenze: colpire “gli interessi economici e i centri di potere civile” dell’organizzazione avversaria, fare della sofferenza collettiva una leva.
Ma la storia del Libano racconta una parabola diversa. Dopo la guerra del 2006, Dahiyeh fu ricostruita rapidamente grazie ai finanziamenti iraniani e alla fondazione Jihad al Binaa, legata ad Hezbollah. Nel giro di pochi anni gli edifici distrutti erano stati sostituiti da palazzi nuovi, e la popolazione sfollata era tornata. Il risultato politico fu esattamente opposto a quello cercato: Hezbollah ne uscì rafforzato, investito di una legittimità da “protettore e ricostruttore” che nessun esercito regolare avrebbe potuto conferirgli. La distruzione aveva prodotto coesione, non capitolazione.
Diversi analisti militari indipendenti osservano da tempo che la devastazione delle città tende a rafforzare la resistenza, non a smantellarla. Non è un’osservazione ideologica: è una costante documentata della storia dei conflitti asimmetrici, da Stalingrado alla guerra d’Algeria, dal Vietnam alla stessa Falluja. La punizione collettiva raramente ottiene ciò che promette sul piano militare, mentre produce quasi sempre un debito di risentimento che i decenni non dissolveranno.

Il Libano del 2026 non è il Libano del 2006.

Qui entra in gioco la variabile più inquietante dell’attuale congiuntura. Nel 2006, il Libano era un paese ferito ma non in ginocchio. Oggi attraversa una delle crisi economiche più severe della sua storia: la lira libanese è collassata, le istituzioni statali sono in paralisi funzionale, la povertà ha eroso strati sociali che un tempo si credevano al riparo. Se i bombardamenti descritti da Smotrich dovessero materializzarsi  e con la stessa intensità del 2006 , la ricostruzione non sarebbe garantita né dai fondi iraniani, oggi sotto pressioni crescenti, né da alcun attore regionale o internazionale.
Quello che nel 2008 era un quartiere trasformato in macerie e poi ricostruito potrebbe questa volta diventare una ferita permanente nel corpo di una città. E una ferita permanente in una capitale è qualcosa di più di un danno collaterale: è un evento geopolitico che ridisegna equilibri demografici, flussi migratori, mappe del potere. Il Medio Oriente è già segnato da città che non si sono riprese ( Aleppo, Mosul, Raqqa ) e ognuna di esse è diventata un argomento nelle mani di chi alimenta narrazioni di declino, abbandono, rivalsa.

Il messaggio dietro il messaggio.

Le parole di Smotrich non erano rivolte soltanto a Hezbollah. Erano rivolte alla società libanese nel suo complesso: a Beirut ovest, ai cristiani del Metn, ai sunniti di Tripoli, alle élite bancarie ancora aggrappate alle rovine di un sistema finanziario esploso. Erano un invito a scegliere — o piuttosto, una forma di coercizione travestita da offerta. Il sottotesto era: isolate Hezbollah, oppure condividetene il destino.
Questa logica rivela molto più di quanto intenda mostrare. Significa che Israele non si aspetta di ottenere una resa militare di Hezbollah attraverso la pressione sui civili. Si aspetta una frammentazione della legittimità politica interna al Libano, un delegittimamento del partito sciita agli occhi delle altre comunità, una guerra civile silenziosa combattuta con gli strumenti della paura e del calcolo economico. È una strategia sofisticata, e per questo ancora più pericolosa di una guerra dichiarata.

L’Europa come spettatrice. Di nuovo.

In questo quadro, l’assenza dell’Europa è una presenza. Il silenzio delle cancellerie europee di fronte all’evocazione esplicita della Dottrina Dahiyeh non è neutro: è una forma di avallo implicito, o almeno di indifferenza geopolitica che verrà ricordata. Il Mediterraneo non è una periferia dell’Europa: è il suo confine, la sua storia, la sua responsabilità più antica. Ogni quartiere distrutto a Beirut è un’onda che arriva sulle coste italiane, greche, spagnole: in forma di flussi migratori, di instabilità regionale, di vuoti che altri attori , Russia, Turchia, Iran, le monarchie del Golfo ,  si affrettano a riempire.
La questione non è se schierarsi a favore o contro Israele, contro o a favore di Hezbollah. Questa semplificazione fa comodo a chi non vuole ragionare. La questione è se esiste ancora una cornice di diritto internazionale a cui appellarsi, e se qualcuno in Europa ha ancora la volontà politica di difenderla , non per idealismo, ma per puro interesse strategico di lungo periodo.

Nelle strade di Dahiyeh, oggi, la paura è di nuovo palpabile. Non è soltanto il timore delle bombe. È la consapevolezza, maturata attraverso generazioni di guerra, che una città può sopravvivere a una distruzione, ma difficilmente a due. E che questa volta, il mondo potrebbe guardarla cadere con la stessa indifferenza con cui guarda tante altre cose , come se la geografia del dolore avesse zone franche e zone dimenticate, e Dahiyeh fosse, ancora una volta, tra le seconde.

 

 

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