Ieri sera, il Cineteatro San Marco non era semplicemente un palcoscenico. Era un crogiolo. “Benevento canta Napoli” avrebbe dovuto essere un omaggio, una celebrazione del repertorio più identitario della canzone partenopea con la Salzano band. E lo è stato, grazie a una macchina musicale rodata e appassionata: Vilma Racioppi e Ivan Barbieri (voci), Jack Corona (mandolino, chitarra, voce), Alfredo Salzano (batteria), Giuseppe Marlon Salzano (basso e percussioni), Pino Tiso (tastiere), Attilio Pecora (chitarra), Leandro Fanelli (clarino), Valerio Russo (fisarmonica) e Sergio Prozzo (mandolino), con la direzione artistica di Enrico Salzano.

Ma la cronaca si ferma qui. Perché la sostanza, ieri sera, era altra. Era qualcosa di più profondo, di più viscerale. Il momento in cui lo spettacolo si è fatto rito è arrivato quando sul palco, o meglio, nella musica, è entrato con tutto il suo peso specifico Jack Corona.

Dimenticate la semplice esecuzione. Dimenticate il virtuosismo fine a se stesso. Corona ha fatto una cosa molto più rara e pericolosa: ha spogliato la canzone napoletana. Con una voce che non cerca l’effetto o la teatralità, ma che scava nella parola come un archeologo dell’anima, ha riportato alla luce la polpa pulsante di quei classici. La sua non è una voce che canta: è una voce che vive il testo. Pulisce via la patina della nostalgia consolatoria e ci mette di fronte all’essenza nuda, a volte dolente, a volte orgogliosa, di quei brani.

Il suo timbro è un pugno allo stomaco: pulito, controllato, quasi ipnotico nella sua potenza narrativa. È la voce di un uomo che conosce il dolore e la gioia, e li racconta senza gridare. In quel perfetto equilibrio tra misura e sentimento, le melodie partenopee non suonavano più come “classici”, ma come lettere scritte in quel momento, indirizzate al cuore di chi ascoltava. Ha attraversato la tradizione come un fulmine, illuminandola dall’interno, restituendole una profondità emotiva originaria che ti lasciava senza fiato.

Poi è arrivato il momento in cui il tempo si è davvero fermato. La canzone dedicata a Benevento. Un brivido è corso sulla pelle di tutti. Non c’era più il palco, non c’era più la platea. C’era solo un uomo, una voce, e un amore viscerale per una terra. Quella ‘benevient’ è stata un colpo secco al cuore. Niente artifici, niente enfasi. Solo parole cesellate con sincerità disarmante, musica che avvolgeva come un abbraccio antico. Un segno emotivo che, ne siamo certi, rimarrà impresso nella memoria di chi c’era.

In questo scenario di intensità pura, ha trovato spazio anche un interessante, seppur breve, guizzo di modernità con l’intervento del rapper sannita Antonio Anzovino. Un dialogo tra generazioni che ha dimostrato come la tradizione, se è vera, non teme il confronto, ma anzi, può trovare nuove linfe senza mai tradire la sua identità.

Ma la foto di questa notte, quella che resterà negli occhi e nel cuore, è una sola: Jack Corona, sul palco del San Marco, che con la sua voce ha ricordato a tutti cosa significhi, veramente, sentire una canzone.

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