L’immagine che sintetizza, meglio di mille analisi, la posizione dell’Italia in questa guerra e’ quella del ministro della Difesa di un Paese del G7 , bloccato in un albergo di Dubai, sotto i missili iraniani, in vacanza, senza scorta, senza che il presidente del Consiglio sappia dove si trova, mentre il suo Paese ha 320 militari in una base appena colpita in Kuwait e 58.000 connazionali sparsi nell’area di guerra. Questa non è una polemica da bassa cucina politica. È la fotografia di un sistema di governo che ha perso il contatto con la realtà del proprio ruolo nel mondo.
Ma iniziamo dall’inizio. Perché la vicenda Crosetto è solo la punta di un iceberg molto più profondo.
Quarantotto ore di silenzio organizzato
Il 28 febbraio 2026, alle prime ore del mattino, inizia una delle operazioni militari più vaste della storia recente del Medio Oriente. L’Italia ha soldati nell’area, cittadini nell’area, interessi economici vitali nell’area. La risposta di Palazzo Chigi nelle prime 48 ore è stata: due comunicati in cui USA e Israele non venivano nemmeno nominati, e in cui si diceva genericamente che Meloni stava seguendo “gli sviluppi in Medio Oriente” e tenendo sotto controllo la sicurezza degli italiani. (Sky TG24)
Non si tratta di prudenza. La prudenza ha un nome e un soggetto. Questi comunicati non avevano né l’uno né l’altro. È la scrittura burocratica di chi non sa cosa dire e sceglie di non dire nulla, sperando che la nebbia degli eventi si diradi prima che qualcuno faccia la domanda giusta.
La domanda giusta era ovvia: il governo italiano era stato informato? Il ministro della Difesa ha ammesso candidamente di non essere stato informato per tempo dell’imminente attacco: “Ci hanno avvisato quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso.” (Il Fatto Quotidiano) Ma questa risposta è già un problema nel problema, perché dalla Germania il portavoce del cancelliere Merz chiariva che il governo tedesco era stato informato in anticipo. (Sky TG24) Francia, Polonia, Gran Bretagna , stessa cosa. L’Italia no.
Crosetto, messo alle strette, ha cambiato la versione: nessun Paese era stato avvisato in anticipo, ha poi detto. Ma le smentite degli alleati erano già circolate. E rimane un fatto incontrovertibile: mentre altri capi di governo europei venivano contattati prima che gli aerei decollassero, Meloni sabato mattina stava “seguendo gli sviluppi.”
Il caso crosetto: una farsa istituzionale
La vicenda del ministro della Difesa merita una analisi separata, perché non è riducibile alla polemica politica , per quanto le opposizioni abbiano avuto tutto l’interesse a strumentalizzarla.
Sabato mattina, mentre il governo italiano era in apprensione per la guerra appena iniziata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, il ministro della Difesa Guido Crosetto era a Dubai. Da giorni varie strutture di sicurezza del governo erano in allerta per un più che probabile imminente attacco americano a Teheran, ma il principale responsabile delle Forze armate italiane era all’estero, per presunti motivi personali, e senza che apparentemente né la presidente del Consiglio né il ministro degli Esteri ne sapessero nulla. (Pravda Italia)
Questo è già sufficiente per una riflessione seria. Ma le versioni successive di Crosetto hanno peggiorato il quadro invece di migliorarlo. Prima ha detto di essere andato per ragioni esclusivamente familiari. Poi è emerso dal ministero della Difesa degli Emirati un post su X che documentava un incontro ufficiale con il ministro della Difesa emiratino. L’AISE , l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna , non sarebbe stata informata dello spostamento del ministro all’estero. (Pearls and Irritations) Palazzo Chigi ha confermato di non sapere del viaggio.
Il ministro della Difesa è uno dei ruoli più delicati che ci siano: parla coi vertici delle Forze armate, coi direttori dei servizi segreti, coi suoi omologhi stranieri, e deve essere sempre sicuro di poterlo fare in piena sicurezza. Alcune decisioni possono essere delegate ai suoi sottoposti; altre, per prassi collaudata nei decenni, deve essere il ministro in prima persona a prenderle. (Pravda Italia) Crosetto era a Dubai con un volo civile, senza scorta, senza comunicazione preventiva alla presidenza del Consiglio. La stessa persona che poi, rientrando, ha detto di aver preferito usare un aereo militare per non “esporre altri a rischi.” Ma quegli stessi rischi, per i passeggeri del volo civile con cui era partito, non li aveva valutati.
In Parlamento, invece di chiarire, si è consumata una scena che Linkiesta ha definito con lucidità un'”operetta”: Tajani infuriato contro Conte infuriato, con quel “a me non mi chiamano Tony, a lei la chiamavano Giuseppi” gridato dal ministro degli Esteri , un momento che era davvero da Eduardo De Filippo, o da bar di Caracas. (FocusJunior) Nel mezzo di una crisi regionale che minaccia di diventare globale, i rappresentanti del governo e dell’opposizione si sfidavano a insulti da arena televisiva. L’immagine dell’Italia al mondo: questa.
La trappola della “Fedeltà Atlantica”
Ma il caso Crosetto è solo il sintomo. La malattia è più profonda e ha un nome: la strategia della fedeltà atlantica incondizionata come surrogato della politica estera.
Il governo Meloni ha costruito la propria legittimazione internazionale su un asse preciso: essere il punto di raccordo affidabile tra Washington e l’Europa, il “partner” che Trump può chiamare, la “voce italiana” che conta. Elly Schlein ha detto che “il rapporto privilegiato” tra Meloni e Trump non ha “impedito che il ministro restasse bloccato a Dubai”. (Il Fatto Quotidiano) È una critica politica, ma contiene un’osservazione fattuale inattaccabile: quando è arrivato il momento della verifica, la “speciale relazione” non ha prodotto nemmeno un avvertimento telefonico.
Giuseppe Conte in aula ha chiesto ai ministri: “qual è il vostro atteggiamento nei confronti degli USA? Andiamo lì con il cappello Maga in mano?” (Il Fatto Quotidiano) È la domanda più scomoda che un governo possa sentirsi rivolgere in un momento del genere, perché tocca il nucleo della contraddizione: si può essere “alleati affidabili” di un Paese che non ti informa quando porta la regione in guerra?
La risposta del governo è stata fino ad ora di spostare il bersaglio. La colpa è dell’Iran che non ha voluto trattare. La colpa è del fallimento dell’accordo nucleare. La colpa è della “stagione di caos figlia della guerra in Ucraina”, come ha detto la premier. Ognuna di queste affermazioni contiene elementi veri. Ma nessuna risponde alla domanda: cosa avrebbe dovuto fare l’Italia e cosa non ha fatto?
Il Paradosso Meloni: Invocare il Diritto Che Non Si Vuole Nominare
Qui sta la contraddizione più lacerante, e la più rivelatrice.
Al Tg5 Meloni ha detto di essere preoccupata per “una crisi del diritto internazionale che è inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino: era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos.” (Sky TG24)
La frase è esatta. Il principio è corretto. Ma applicata al contesto in cui viene pronunciata, è autocontraditoria fino al paradosso. Perché la premier sta descrivendo ,con parole appropriate , un meccanismo logico che si applica perfettamente all’operazione “Furia Epica”: due Paesi che attaccano militarmente un terzo Stato sovrano senza mandato del Consiglio di Sicurezza, mentre i negoziati sono ancora aperti. Meloni invoca il diritto internazionale come cornice di lettura della crisi e poi si rifiuta di applicarlo alla crisi stessa.
Non lo dice apertamente. Non condanna l’attacco originario. Le opposizioni all’unisono denunciano che nessuno nell’esecutivo dice quella “parola chiara” sull’azione avviata da Donald Trump che Schlein chiede alla premier. (Il Fatto Quotidiano) È un silenzio eloquente. Schlein ha condannato il “silenzio” di Roma sull'”ennesima violazione del diritto internazionale” da parte di Stati Uniti e Israele, avvertendo che “il governo italiano non può rimanere schiacciato sull’amministrazione Usa, o danneggerà irreparabilmente il ruolo diplomatico che l’Italia ha sempre svolto e visto riconosciuto da tutti gli attori nella regione.” (Il Fatto Quotidiano)
Il punto non è ideologico. È funzionale. L’Italia ha avuto storicamente un ruolo di mediazione riconosciuto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, da tutti gli attori, inclusi quelli arabi, incluso l’Iran. Quel ruolo vale in momenti come questo, quando un canale diplomatico diverso da quello americano-israeliano potrebbe fare la differenza. Ma quel ruolo esiste solo se l’Italia è percepita come interlocutore autonomo. Un Paese che non riesce a pronunciare la parola “attacco” riferita a chi lo ha condotto non è un mediatore: è un co-belligerante silenzioso.
Il conto finale: chi paga
E alla fine, il conto arriva sempre. In questo caso lo pagano gli italiani.
Meloni ha dedicato due minuti alla guerra e poi una lunga seconda parte dell’intervista al Tg5 per fare campagna per il referendum sulla separazione delle carriere. (Sky TG24) Mentre lo Stretto di Hormuz è chiuso, mentre le bollette del gas schizzano, mentre 320 militari italiani sono in una base colpita da missili, la presidente del Consiglio era sul divano di Mediaset a parlare di magistratura.
Non è una critica di stile. È una critica di priorità. Il governo di un Paese che dipende per il 45% del suo GNL dal Qatar ,oggi con le esportazioni sospese , e che ha militari in teatri di guerra attivi, non può permettersi di gestire la crisi come una variabile di comunicazione da inserire nel palinsesto tra un argomento e l’altro.
Come hanno osservato le opposizioni, è lecito chiedersi come questo governo possa “trattare con Trump sul prezzo del gas, sul costo delle armi e sui dazi se non vengono nemmeno avvisati dello scoppio” di una guerra. (Il Fatto Quotidiano) Non è retorica: è la domanda strategica centrale. La forza negoziale di un Paese dipende dalla sua credibilità come interlocutore. E la credibilità si guadagna o si perde esattamente in momenti come questo.
L’Italia ha perso.
Una nota sull’opposizione: specchio dello stesso problema
Sarebbe disonesto fermarsi qui senza dire una cosa sull’opposizione, che non esce intatta da questa analisi.
Le critiche a Crosetto sono legittime nel merito, ma la performance in Parlamento , gli insulti di Tajani, gli attacchi di Conte, la rissa da talk show , riflette lo stesso problema strutturale del centrodestra: la politica estera italiana viene trattata come arena di lotta partitica interna, non come dominio in cui si decide il destino del Paese. Nessun leader dell’opposizione ha proposto una linea alternativa credibile, un’iniziativa diplomatica concreta, un piano per ridurre la vulnerabilità energetica che questa crisi ha reso così drammaticamente visibile.
Criticare Meloni è necessario. Ma non è sufficiente. Il problema dell’Italia in questa crisi non è solo questo governo: è un sistema politico che non ha ancora capito che il mondo ha smesso di aspettarla.
(Fonti verificate: ANSA, Sky TG24, Il Post, Fanpage.it, Il Fatto Quotidiano, Linkiesta, Avvenire, Euronews, Gaiaitalia.)
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