Di Carlo di Stanislao 

​”Le donne sono le vere architette della società, eppure spesso finiscono per essere le sole custodi dei segreti dei suoi pilastri.” — Harriet Beecher Stowe

 

​Non è solo una questione di lealtà coniugale. Per Hillary Rodham Clinton, il ruolo di “difensore d’ufficio” del marito sembra essere diventato una condanna biblica, un cerchio dantesco in cui è costretta a tornare ogni volta che l’ombra dello scandalo si allunga sulla figura di Bill. Il 26 febbraio 2026 segna l’ennesima tappa di questa via crucis politica e personale: la Camera dei Rappresentanti, mossa da una determinazione che sa di accanimento, l’ha chiamata a testimoniare. Non perché ci sia il suo nome nelle carte, ma perché lei è, da oltre mezzo secolo, il garante morale di un uomo che non smette di sollevare dubbi.

​Il ritorno del passato: il fantasma di Epstein

​L’attuale bufera riguarda i rapporti che l’ex presidente intrattenne nei primi anni 2000 con Jeffrey Epstein. Nonostante decenni di smentite e la mancanza di prove dirette che coinvolgano Hillary nelle frequentazioni del marito sul famigerato jet “Lolita Express”, la politica di Washington ha deciso che il silenzio della Rodham non è più accettabile.

​Ancora una volta, Hillary si è presentata davanti alle telecamere e alle commissioni con quella maschera di ferro che la contraddistingue: una compostezza che mescola l’algida precisione dell’avvocata di Yale alla rassegnazione di una moglie che ha già visto questo film troppe volte. È il suo “Giorno della Marmotta”, un eterno ritorno dell’identico che la vede costretta a proteggere non solo l’uomo, ma l’eredità politica di entrambi.

​1992: La nascita della “Standing Woman”

​Tutto ebbe inizio nel gennaio del 1992. Il mondo stava imparando a conoscere quel giovane e carismatico governatore dell’Arkansas che prometteva di cambiare l’America. Ma il sogno rischiò di infrangersi subito contro le rivelazioni di Gennifer Flowers, che sosteneva di essere stata l’amante di Bill per dodici anni.

​Fu allora che Hillary fece la sua scelta di campo. Seduta accanto a lui durante l’intervista a 60 Minutes, pronunciò parole che sarebbero rimaste nella storia del femminismo e della politica americana:

​«Non sono seduta qui come una donnina della canzone di Tammy Wynette che sta a tutti i costi accanto al suo uomo. Sono qui perché lo amo, lo rispetto e onoro ciò che siamo insieme.»

 

​In quel momento, Hillary non stava solo difendendo un marito; stava siglando un patto di potere. Senza quella difesa, Bill Clinton non sarebbe mai arrivato alla Casa Bianca. Lei lo sapeva, e lo sapeva anche l’America.

​1998: La “Vasta Cospirazione” e il vestito blu

​Se il 1992 fu il battesimo del fuoco, il 1998 fu l’apocalisse. Lo scandalo Monica Lewinsky non fu solo un tradimento privato, ma un’umiliazione planetaria. Mentre i dettagli più torbidi emergevano dallo Studio Ovale, Hillary scelse di nuovo la linea del contrattacco politico. Coniò la celebre espressione “vasta cospirazione della destra” (vast right-wing conspiracy), spostando l’attenzione dalle debolezze del marito all’odio ideologico degli avversari.

​Fu una strategia magistrale quanto dolorosa. Mentre l’opinione pubblica si divideva tra chi la vedeva come una vittima e chi come una complice assetata di potere, lei cementava la sua immagine di pilastro indistruttibile. Ma dietro la facciata politica, la “maledizione” iniziava a mostrare il suo costo: Hillary stava barattando la sua vulnerabilità con la sopravvivenza della presidenza.

​L’avvocata Rodham contro la Senatrice Clinton

​C’è un paradosso crudele nella carriera di Hillary. È stata la prima First Lady a rivendicare uno studio nell’ala ovest, è stata Senatrice di New York, Segretario di Stato e la prima donna a sfiorare la presidenza degli Stati Uniti. Eppure, nonostante il suo curriculum d’acciaio, la storia continua a chiederle conto delle azioni di Bill.

​Perché la Camera dei Rappresentanti la chiama oggi, nel 2026, per i rapporti di Bill con Epstein? Si presume che nulla accada nel mondo di Bill senza che Hillary ne sia a conoscenza; si vuole colpire il simbolo dell’establishment democratico attraverso la sua figura; e infine, l’America si è ormai abituata a vederla come lo scudo umano definitivo.

​Dagli esordi in Arkansas fino alle audizioni odierne, il pattern è identico. Nel 1992 la difesa fu sentimentale, nel 1998 fu politica, nel 2016 fu elettorale e oggi, nel 2026, è puramente testimoniale e difensiva. Ogni decennio ha portato un nuovo fango da cui ripulire il nome di famiglia, e ogni volta è stata lei a impugnare la spugna.

​Una prigione di vetro e potere

​La domanda che molti si pongono oggi è: perché continua a farlo? A 78 anni, con una carriera che non ha più nulla da dimostrare, Hillary Rodham potrebbe scegliere il silenzio o il distacco. Ma la “maledizione” dell’avvocata Rodham è intrinseca alla sua stessa natura. Lei è il custode di un progetto che dura da cinquant’anni.

​Separare Bill da Hillary è ormai un’operazione chirurgica impossibile. I loro destini sono talmente intrecciati che una caduta definitiva di lui comporterebbe una revisione storica dell’intero operato di lei. Difendere Bill significa difendere la validità della propria vita e delle proprie scelte.

​L’ultima trincea

​Mentre i file di Epstein continuano a essere setacciati e la Camera cerca un appiglio per riscrivere la storia degli anni 2000, Hillary rimane lì, sulla soglia, a fare da barriera. Non è più la giovane avvocata dell’Arkansas, né la First Lady ferita del 1998. È un’istituzione che difende un’altra istituzione.

​La maledizione dell’avvocata Rodham non è quella di non poter lasciare Bill, ma quella di aver costruito un mondo in cui la sua sopravvivenza dipende dalla capacità di lui di restare in piedi, nonostante tutto. E così, ancora una volta, Hillary ha indossato il suo tailleur, ha preparato i suoi appunti e si è seduta di fronte ai suoi inquisitori. Non per amore della verità, forse, ma per l’onore di quello che, cinquantuno anni fa, hanno deciso di essere insieme.

pH Wikipedia

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