Di Apostolos Apostolou

C’è sempre stato un “nemico venuto da lontano” pronto a giustificare l’eccezione, la paura, l’emergenza permanente. Una volta erano i barbari alle porte, poi i sovversivi, poi il terrorismo globale. Oggi, con un certo gusto rétro, tornano gli alieni. E a evocare la minaccia cosmica non è un oscuro blogger in cerca di clic, ma Donald Trump, che sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato di voler rendere pubbliche le informazioni governative su vita aliena, fenomeni aerei non identificati e Ufo. “C’è un enorme interesse sul tema”, scrive. Come dargli torto? Anche i film di fantascienza fanno incassi stellari.
Il messaggio arriva due giorni dopo un’intervista in cui Barack Obama ha ironizzato: “Gli alieni sono reali, ma non ne ho mai visto uno”. Una battuta, appunto. Ma per Trump sarebbe “un grave errore”: l’ex presidente democratico, a suo dire, avrebbe rivelato informazioni classificate. È il paradosso perfetto dei nostri tempi: una freddura diventa un atto sovversivo, mentre l’allusione permanente si traveste da verità incombente.
Trump promette rivelazioni. È una cifra stilistica: l’anticipazione come arma politica. I dossier segreti, le verità occultate, i misteri che solo lui avrebbe il coraggio di svelare. L’alieno, in questo copione, non è un omino verde ma un formidabile strumento retorico. Serve a spostare l’attenzione, a galvanizzare una base già predisposta all’idea che esista un “deep state” interplanetario, una casta che nasconde prove decisive nei cassetti del Pentagono.
La storia degli Ufo – o, per usare la terminologia più recente e istituzionale, UAP – è complessa, fatta di avvistamenti, errori di interpretazione, tecnologia militare, suggestione collettiva. Ma nel racconto trumpiano diventa un thriller cosmico: se le informazioni sono segrete, è perché qualcuno trama nell’ombra; se sono rese pubbliche, è grazie al leader che sfida il sistema. Un classico schema binario, efficace quanto semplicistico.
Il punto non è stabilire se nell’universo esista vita intelligente. Sarebbe curioso se fossimo soli, ma non è questo il nodo politico. Il nodo è l’uso della paura e del mistero come leva di consenso. Nella narrativa dell’“enorme interesse”, la domanda legittima sulla trasparenza si trasforma in insinuazione permanente. E la democrazia, già fragile sotto il peso delle polarizzazioni, si ritrova a competere con l’immaginario da blockbuster.
C’è un’ironia ulteriore. Per anni Trump ha flirtato con teorie del complotto di ogni genere, salvo poi accusare gli avversari di complottismo quando non gli tornava utile. Ora l’ex presidente si presenta come il paladino della disclosure aliena, mentre imputa a Obama di aver “rivelato” troppo con una battuta. È come se il teatro dell’assurdo avesse trovato un nuovo sceneggiatore: uno che confonde volutamente la scena con il retroscena, la satira con il segreto di Stato.
In fondo, evocare un nemico venuto dallo spazio è politicamente conveniente. Non vota, non protesta, non chiede diritti. Può essere modellato a piacimento: minaccia esistenziale o mistero affascinante, a seconda delle esigenze del giorno. E mentre si discute di astronavi e dossier top secret, le questioni terrestri – disuguaglianze, crisi istituzionali, tensioni internazionali – scivolano sullo sfondo, meno spettacolari e quindi meno redditizie in termini di attenzione.
La democrazia vive di fatti verificabili, di responsabilità, di limiti al potere. Il complottismo, invece, prospera nell’ambiguità e nell’emozione. Quando un leader politico suggerisce che verità epocali siano state occultate e che solo lui possa rivelarle, non sta solo parlando di alieni: sta ridefinendo il rapporto tra cittadino e istituzioni. La fiducia diventa fede, il controllo democratico si trasforma in attesa messianica.
Che ci sia “enorme interesse” sugli Ufo è innegabile. Ma l’interesse non è una prova, e la curiosità non è un mandato per riscrivere le regole del gioco. Se davvero esistono documenti da rendere pubblici, lo si faccia con metodo, con trasparenza, senza trasformare ogni rivelazione in uno show. Altrimenti il rischio è che il nemico venuto dallo spazio serva solo a distrarci da quelli, ben più concreti, che minacciano le democrazie da molto più vicino.

*Apostolos Apostolou. Professore di Filosofia

 

 

 

Ph pixabay senza royality

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