Un video circola, rimbalza, diventa virale. Due giovani donne sorridono, esultano, festeggiano. Secondo la narrazione dominante, starebbero celebrando il bombardamento di Teheran e persino l’attacco alla residenza della Guida Suprema iraniana. Il filmato viene rilanciato senza esitazioni da la Repubblica e da altri grandi media occidentali, accompagnato da titoli che sembrano già una sentenza.

Ma un giornalista, prima di condividere, dovrebbe fermarsi. E chiedere.

Chi sono davvero quelle ragazze?

Dove si trovano?

Quando è stato girato il video?

E soprattutto: come è arrivato fin qui?

Perché c’è un dettaglio che stona clamorosamente con il racconto: in Iran, nelle ore successive ai bombardamenti, Internet risulta fortemente limitato o del tutto disattivato, incluse le connessioni satellitari come Starlink, spesso presentate come invincibili rispetto alla censura.

Se la rete è spenta, chi ha caricato quel video? E attraverso quali canali?

C’è poi un altro punto, tutt’altro che marginale.

Perché due cittadine iraniane dovrebbero esporsi pubblicamente, con volto scoperto, inneggiando a un attacco militare straniero, sapendo perfettamente quali rischi personali comporterebbe un gesto del genere?

È credibile che lo abbiano fatto volontariamente, in patria, in quel preciso momento?

E ancora: la localizzazione. Secondo altre fonti internazionali, la residenza di Ali Khamenei si troverebbe in un’area diversa da quella visibile sullo sfondo del filmato. Un dettaglio che basterebbe, da solo, a imporre prudenza.

Prudenza che, però, sembra essere diventata un optional.

Non è la prima volta che immagini simboliche, emotivamente potenti, vengono diffuse senza verifiche adeguate. In passato, anche piattaforme che si autodefiniscono baluardi del fact-checking ( come Open, diretto da Enrico Mentana)sono intervenute solo dopo che fotografie e video avevano già sedimentato una percezione pubblica difficilmente reversibile.

La dinamica è sempre la stessa:
prima l’immagine scioccante,
poi l’indignazione selettiva,
infine ( forse ) la smentita, quando ormai il messaggio ha fatto il suo lavoro.

Nel frattempo, mentre si celebra la presunta “gioia” di alcune ragazze, passano quasi in sordina notizie ben più concrete: una scuola femminile colpita, decine di vittime, giovani vite spezzate sotto le bombe. Difficile conciliare questa realtà con la retorica della “liberazione” esportata a colpi di missili.

La domanda, allora, non riguarda solo l’autenticità di un video.Riguarda il modo in cui viene costruito il consenso.

Riguarda l’uso selettivo delle immagini.

Riguarda la trasformazione della guerra in racconto edificante, dove anche le bombe possono diventare, mediaticamente, un atto di emancipazione.

Un giornalismo degno di questo nome non dovrebbe chiedersi cosa conferma una narrazione, ma cosa la mette in crisi.
Perché quando le domande scompaiono, la propaganda , di qualunque colore , ha già vinto.

Ph pixabay senza royality

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