”Il festival di Sanremo è un’istituzione nazionale. Come la Chiesa, come la Mafia, come la Democrazia Cristiana.”
— Leonardo Sciascia
Benvenuti al rito collettivo più paradossale d’Italia. La serata d’apertura del Festival di Sanremo si è consumata sotto le luci di una scenografia monumentale, tra scale di cristallo e fiori che sembrano ormai stampati in tre dimensioni per quanto appaiono geometricamente perfetti. Eppure, superata la coltre di polvere di stelle e lo scintillio dei filtri televisivi, quello che resta è la sensazione di aver assistito a una recita scolastica di lusso: un’imponente messa in scena dove tutto è finto, ingessato e rigorosamente scritto a tavolino.
L’estetica del gesso e la spontaneità chirurgica
Dimenticate la realtà. All’Ariston la realtà è bandita dall’ingresso principale. La prima parte dello show è stata un trionfo di micro-gesti calcolati. Ogni presunto “fuori programma” ha il sapore di un copione riletto decine di volte nei camerini; ogni battuta del conduttore, anche la più apparentemente goliardica, segue il ritmo sincopato di un gobbo elettronico che non lascia spazio all’errore, ma purtroppo nemmeno all’anima.
Siamo di fronte a una conduzione robotica, dove il calore umano viene sistematicamente sostituito da un’efficienza aziendale fredda e impeccabile. I volti dei protagonisti sembrano maschere di cera: sorrisi che si accendono a comando non appena la lucina rossa della telecamera si attiva e si spengono nell’istante esatto in cui parte lo stacco pubblicitario. È un’estetica del gesso che blocca ogni vera emozione, trasformando il palco in un museo delle cere vivente dove la polvere non è sporcizia, ma glitter applicato strategicamente per riflettere i riflettori a led.
La grande assente di ogni edizione: la musica
In questo enorme meccanismo di marketing e auto-celebrazione, si finisce paradossalmente per dimenticare il motivo primordiale per cui milioni di persone si sintonizzano: le canzoni. Se un tempo Sanremo lanciava melodie capaci di entrare nel patrimonio genetico del Paese, oggi i brani sembrano prodotti in serie da un’intelligenza artificiale addestrata esclusivamente sui dati di vendita delle piattaforme di streaming e sulle tendenze passeggere dei social network.
Le composizioni mancano di respiro, soffocate da strutture standardizzate che prevedono un’introduzione atmosferica, l’esplosione di un ritornello facile per la radio e una sezione ritmata pensata per diventare lo sfondo di un breve video virale. I testi sono fotocopie sbiadite di concetti già sentiti: amori liquidi, rinascite personali post-adolescenziali e una spruzzata di impegno sociale tanto vago quanto innocuo, utile solo a non scontentare nessuno.
Nonostante la presenza dell’orchestra — poveri musicisti professionisti, spesso ridotti a fare da tappezzeria di lusso — l’uso massiccio di effetti vocali e correzioni elettroniche appiattisce ogni timbro, rendendo quasi impossibile distinguere un interprete dall’altro. Le canzoni non sono più opere d’arte nate da un’esigenza espressiva, ma prodotti di consumo rapido, destinati a scalare le classifiche per qualche settimana e poi svanire nel dimenticatoio degli algoritmi. Non si cerca più la melodia che resta, ma il suono che non disturba mentre si fa altro.
La liturgia dell’ipocrisia e il controllo totale
Il vero problema di queste serate non è solo la qualità musicale discutibile, ma l’impalcatura ideologica che le sostiene. Si recita la parte dell’inclusività, della trasgressione e del rinnovamento, ma lo si fa all’interno di un perimetro talmente controllato da risultare quasi grottesco.
Se un artista decide di compiere un gesto considerato “ribelle”, lo fa con la consapevolezza che la regia è già pronta a inquadrarlo dal miglior profilo possibile. È una ribellione con il paracadute, una trasgressione approvata preventivamente da un consiglio di amministrazione preoccupato solo di non urtare la sensibilità degli inserzionisti.
Gli ospiti che salgono sul palco sembrano spesso costretti in un ruolo che non appartiene loro. I monologhi sono letture piatte di concetti condivisibili ma svuotati di ogni forza comunicativa a causa della loro natura eccessivamente sceneggiata e priva di mordace autenticità. Anche il pubblico in sala appare come una distesa di figuranti di lusso che applaudono a comando, composti come in una foto di famiglia d’altri tempi, terrorizzati dall’idea di apparire spettinati o, peggio ancora, annoiati davanti a miliardi di spettatori.
Il motivo profondo per cui continuiamo a guardare
Se tutto è così palesemente artefatto, perché il Paese si ferma ancora davanti a questo schermo? Forse perché Sanremo è diventato lo specchio fedele della nostra epoca: preferiamo una finzione rassicurante a una realtà caotica e imprevedibile. Il Festival ci offre un mondo dove tutto finisce bene, dove i fiori non appassiscono mai e dove la musica è solo un rumore di fondo che accompagna le nostre discussioni digitali.
Siamo diventati spettatori passivi di un rito che non ci parla più nel profondo, ma che ci intrattiene con la forza bruta dei grandi numeri e della magnificenza scenica. La serata inaugurale è stata l’apoteosi di questo vuoto a perdere: un contenitore scintillante che, una volta aperto con cura, rivela solo altro cartone pressato e vernice ancora fresca.
Il festival del simulacro
Si recita come se ci fosse una vera competizione, come se le canzoni fossero destinate all’immortalità, come se il destino della cultura nazionale passasse necessariamente da quel palco ligure. Ma dietro le quinte, il motore che spinge l’intera macchina è esclusivamente economico. La musica è diventata il pretesto, il conduttore un venditore d’assalto travestito da intrattenitore, e noi, il pubblico sovrano, siamo solo i numeri di uno share che deve giustificare i costi esorbitanti degli spazi pubblicitari.
Sanremo resterà ingessato perché il gesso è l’unico materiale capace di tenere insieme una struttura che, se lasciata libera di muoversi e respirare, crollerebbe immediatamente sotto il peso della propria vacuità. È lo spettacolo della forma che ha definitivamente divorato la sostanza.
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