Il caso Rogoredo impone una riflessione che va oltre la singola vicenda giudiziaria e oltre le responsabilità individuali, per interrogare il rapporto , oggi sempre più fragile , tra politica, giustizia e fiducia pubblica. È sufficiente un’osservazione misurata per coglierne il significato più profondo, senza indulgere in polemiche ulteriori che il contesto, per la sua gravità, non merita.
L’intervento politico a difesa preventiva del poliziotto coinvolto, accompagnato da un attacco diretto alla magistratura, rappresenta un evidente scarto rispetto ai principi elementari dello Stato di diritto. Le prese di posizione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, formulate prima dell’accertamento dei fatti, hanno confuso il garantismo con l’assoluzione anticipata e la legittima critica con la delegittimazione dell’istituzione giudiziaria.
La lezione civile che dovrebbe derivarne è chiara: il rispetto per la giustizia non si misura nell’adesione acritica alle decisioni dei giudici, ma nel riconoscimento del metodo, dei tempi e delle regole che presiedono all’accertamento della verità. Quando la politica si arroga il diritto di anticipare il verdetto, non rafforza la legalità, ma ne incrina l’autorevolezza, insinuando nei cittadini l’idea che la verità giudiziaria sia un’opinione tra le altre.
In una democrazia matura, la fiducia nella magistratura come istituzione costituisce un elemento essenziale di coesione sociale. Erodere tale fiducia per finalità contingenti significa indebolire l’intero impianto dei diritti, esponendo la società al rischio di una giustizia percepita come arbitraria o, peggio, sostituibile. È questa la vera posta in gioco del caso Rogoredo, ed è su questo terreno che dovrebbe concentrarsi ogni riflessione responsabile.

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