Di Carlo di Stanislao 

​”Non è necessario che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare nemmeno, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non può farne a meno, estasiato si torcerà davanti a te.”

— Franz Kafka

 

​C’è un’immagine che perseguita la letteratura del Novecento e che, con il passare dei decenni, anziché sbiadire, sembra acquisire i contorni nitidi di un’altissima definizione digitale: un uomo, K., che fissa una sagoma scura sulla collina. È il Castello. Melania Mazzucco, con la sua sensibilità di narratrice attenta alle stratificazioni della storia e dell’arte, ci invita a riflettere su un paradosso doloroso: nell’era della massima trasparenza e dell’iper-connessione, non siamo mai stati così vicini a essere sudditi di quel maniero inaccessibile.

​Il capolavoro incompiuto di Franz Kafka, pubblicato postumo nel 1926, non è più solo un reperto del modernismo centroeuropeo. È diventato la mappa del nostro presente. Ma perché, nonostante il progresso tecnologico e le conquiste democratiche, ci sentiamo ancora “prigionieri” di una struttura che non ha pareti fisiche, ma che governa ogni istante della nostra esistenza?

​L’illusione dell’integrazione

​La vicenda di K., l’agrimensore che arriva nel villaggio per prendere servizio ma non riesce mai a farsi riconoscere dalle autorità del Castello, è la cronaca di un’integrazione impossibile. Mazzucco sottolinea come il dramma di K. sia il dramma dell’individuo contemporaneo che cerca disperatamente un luogo nel mondo.

​K. non è un ribelle nel senso classico del termine. Non vuole abbattere il Castello; vuole farne parte. Vuole un contratto, una casa, un riconoscimento formale che sancisca la sua esistenza legale e sociale. È qui che risiede la nostra prima, invisibile prigionia: abbiamo interiorizzato a tal punto le logiche del sistema da non riuscire a immaginare la nostra identità al di fuori della sua validazione. Siamo prigionieri perché desideriamo ossessivamente le chiavi di una cella che chiamiamo “posizione sociale”.

​Da Hillman a Kafka: la fine della ricerca del Sé

​Per comprendere appieno questa prigionia, è necessario integrare la riflessione di Melania Mazzucco con il pensiero di James Hillman. Il celebre psicologo analista ha spesso evidenziato un mutamento antropologico cruciale: l’uomo di oggi non è più alla ricerca del “Sé” inteso come profondità interiore o anima spirituale, ma è interamente proiettato verso la ricerca del proprio “ruolo” nel mondo.

​In questa prospettiva, il Castello di Kafka diventa la metafora perfetta di questa mutazione. Se l’uomo ottocentesco cercava la verità dentro di sé, l’uomo “kafkiano” del XXI secolo cerca la verità in una comunicazione ufficiale, in una notifica, in un incarico. Come suggerisce Hillman, abbiamo sostituito l’introspezione con l’estroflessione burocratica. Non ci chiediamo più “chi sono?”, ma “quale posto occupo nell’organigramma?”. La nostra prigionia è dunque doppia: siamo chiusi fuori dal Castello, ma siamo anche chiusi fuori da noi stessi, avendo delegato la definizione della nostra identità a un’autorità esterna e imperscrutabile.

​La burocrazia come divinità oscura

​Nel mondo di Kafka, la burocrazia non è un malfunzionamento del sistema; è il sistema stesso. È un’entità metafisica. Oggi, quella burocrazia cartacea fatta di scartoffie ingiallite si è trasformata nell’impalpabile algoritmo.

  • L’impersonalità: Come i funzionari del Castello (Klamm, Erlanger) sono irraggiungibili o visibili solo attraverso spiragli, così oggi interagiamo con interfacce digitali che non hanno volto.
  • L’arbitrarietà: Una sospensione di un account, un declassamento di un rating creditizio o la mancata apparizione in una ricerca online avvengono secondo logiche opache, proprio come il rifiuto del Castello di riconoscere la nomina di K.
  • L’attesa infinita: La nostra vita è scandita da “caricamenti”, “processamenti in corso” e “attese di risposta”. Siamo sempre nella posizione del postulante che attende un segnale dal centro del potere.

​Mazzucco rileva come questa “distanza” non sia diminuita con la tecnologia, ma si sia fatta più subdola. Il Castello non è più sulla collina; è nel palmo della nostra mano, ma rimane altrettanto muto quando chiediamo un senso profondo alle nostre azioni.

​La lingua del potere: il labirinto semantico

​Uno degli aspetti più inquietanti del romanzo è il linguaggio. I funzionari parlano una lingua che sembra logica ma che serve solo a rimandare, a confondere, a negare la realtà. È la “neolingua” della burocrazia che Mazzucco analizza come uno strumento di oppressione ancora attualissimo.

​Oggi viviamo immersi in un gergo tecnocratico e aziendalistico che svuota le parole di senso. Si parla di “efficientamento” per indicare i tagli, di “resilienza” per l’accettazione del dolore, di “condivisione” per lo sfruttamento dei dati. Come K., cerchiamo di interpretare i messaggi del Castello, ma ogni risposta genera dieci nuove domande. Siamo prigionieri di un labirinto verbale dove la verità è sempre “soggetta a revisione”.

​L’eros degradato e la sorveglianza dei corpi

​Nel romanzo, le relazioni umane sono filtrate dal rapporto con il Castello. L’amore tra K. e Frieda è mediato dall’ombra di Klamm, il potente funzionario. Mazzucco, da sempre attenta alla dinamica dei corpi, nota come la nostra intimità sia oggi costantemente sorvegliata.

​Non c’è spazio per l’incontro autentico se ogni nostra interazione è finalizzata a un’utilità sociale o è influenzata da una struttura di potere superiore. La solitudine di K., pur in mezzo alla gente del villaggio, è la stessa solitudine dell’individuo moderno che “connette” profili ma non incrocia sguardi. Il Castello ci rende prigionieri anche nei nostri affetti, poiché ci insegna a guardare l’altro come un mezzo per ottenere un avanzamento di status.

​La metamorfosi dell’identità: tra Kafka e Hillman

​Se spostiamo lo sguardo verso “La metamorfosi”, l’altra grande opera di Kafka, notiamo un legame profondo con il tema del Castello. Gregor Samsa non si trasforma in scarafaggio per un incantesimo, ma perché la sua intera esistenza è stata ridotta alla funzione di sostegno economico per la famiglia. Quando non può più ricoprire quel ruolo, la sua forma umana decade.

​Qui Hillman e Mazzucco si incontrano nuovamente: l’ossessione per il ruolo nel mondo è così pervasiva che la perdita della funzione sociale equivale alla perdita dell’umanità. Siamo prigionieri del Castello perché abbiamo il terrore di diventare “insetti” agli occhi della società. Preferiamo essere agrimensori ignorati piuttosto che uomini liberi ma privi di un titolo o di un compito riconosciuto.

​La prigione senza mura

​Il colpo di genio di Kafka è che il Castello non ha bisogno di guardie armate per tenere K. prigioniero. È il villaggio stesso, con i suoi abitanti sospettosi e la sua sottomissione volontaria, a fare da recinto.

​La nostra prigionia è volontaria. Siamo noi a nutrire il Castello con la nostra ansia di prestazione, con il bisogno di approvazione costante, con l’accettazione passiva di algoritmi che decidono cosa dobbiamo vedere o comprare. Siamo prigionieri perché abbiamo paura della libertà che si trova fuori dai confini del ruolo prestabilito, in quella neve alta dove non esistono mappe precompilate.

​L’agrimensore che è in noi

​Perché siamo ancora prigionieri del Castello di Kafka? Perché, come suggerito dall’analisi di Melania Mazzucco, siamo convinti che la nostra vita acquisterà significato solo quando riceveremo una risposta “dall’alto”. Siamo agrimensori di territori che non ci appartengono, misuriamo distanze tra noi e un centro del potere che è, per definizione, vuoto.

​L’invito che emerge da questa riflessione non è però un atto di arresa. Riconoscere la struttura del Castello e la trappola del “ruolo” descritta da Hillman è il primo passo per smettere di bussare a porte chiuse. Forse la salvezza non sta nell’entrare nel maniero o nell’ottenere l’incarico perfetto, ma nel riscoprire quel “Sé” che abbiamo sacrificato sull’altare dell’efficienza sociale. Kafka non ha mai finito il romanzo: forse è questo l’ultimo messaggio di speranza. La fine non è scritta, e finché non c’è una parola definitiva del Castello, l’uomo è, nonostante tutto, ancora in cammino verso la propria, dimenticata, umanità.

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