Di Carlo di Stanislao 

​«Il mare non ha mai un contenuto morale. Non è né un mostro né un dio. Eppure, ogni volta che un uomo vi annega, è il mondo intero ad andare a fondo.»

— Albert Camus

​Tre anni non sono bastati a cancellare l’odore della salsedine mista al dolore sulle spiagge di Steccato di Cutro. Non sono bastati a dare tutte le risposte, né a lenire il vuoto di chi, in quella notte di febbraio, ha visto il proprio futuro infrangersi a pochi metri dalla riva. Oggi, mentre il calendario segna il passaggio dal 24 al 28 febbraio 2026, la Calabria non si limita a ricordare: si trasforma in un laboratorio di resistenza civile attraverso la Carovana per una Calabria aperta e solidale.

​Questa iniziativa, nata dalla sinergia tra Carovane Migranti e Caravana Abriendo Fronteras, non è una semplice commemorazione formale o un rituale di circostanza. È un atto politico profondo, un viaggio fisico e ideale che attraversa i luoghi simbolo dell’accoglienza e della tragedia — Crotone, Cutro, Riace, Caulonia, Reggio Calabria — per gridare che il silenzio, in certi casi, equivale alla complicità. È un grido che squarcia l’indifferenza delle istituzioni e cerca di rimettere al centro l’umanità calpestata dalle fredde logiche di frontiera.

​La geografia del terrore e il concetto di migranticidio

​Il termine utilizzato dagli organizzatori nel loro appello è forte, quasi brutale: migranticidio. Non si tratta di una scelta lessicale casuale, né di una provocazione gratuita, ma della necessità di dare un nome a quella che viene definita una geografia del terrore disegnata a tavolino. La Carovana punta il dito contro la Fortezza Europa, un’entità geopolitica che sembra aver sostituito il diritto universale all’asilo con la logica del respingimento sistematico e della militarizzazione dei confini.

​Il Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo e il ruolo di Frontex vengono analizzati non come strumenti di gestione amministrativa, ma come ingranaggi di una vera e propria guerra di frontiera. In questo scenario, le persone in movimento non sono più soggetti di diritto, ma “minacce” da arginare, mentre le navi umanitarie diventano bersagli di vessazioni burocratiche e i cittadini solidali vengono spesso criminalizzati preventivamente. L’obiettivo della Carovana è ribaltare questo schema, occupando quegli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti, ponendo al centro i bisogni delle madri e dei familiari che, da ogni angolo del mondo, chiamano le autorità per conoscere il destino dei loro cari.

​Il percorso del riscatto: tappe di una Calabria che resiste

​La mobilitazione si articola in un programma denso che intreccia memoria, denuncia e analisi globale.

​Si parte il 24 febbraio a Crotone, con una conferenza stampa e un presidio davanti al tribunale. Questa tappa è cruciale: serve a dare voce alle famiglie di fronte ai continui rinvii dei processi, ricordando che la giustizia negata è essa stessa una forma di violenza. Il giorno successivo, il 25 febbraio, la memoria si sposta sul piano comunitario con una partita di calcio al campo di Tufolo e un incontro pubblico in Piazza dell’Immacolata dedicato alle “stragi nel Mediterraneo e nelle rotte di terra”.

​Il momento più alto di commozione e partecipazione avviene il 26 febbraio, il giorno dell’anniversario. Alle 4.00 del mattino, la veglia commemorativa sulla spiaggia di Steccato di Cutro risponde a un bisogno primordiale: non lasciare soli i familiari nella notte del dolore. È un rito di vicinanza umana che precede dibattiti complessi su genocidio, migranticidio e disinformazione di massa, mettendo in relazione le politiche migratorie con i conflitti globali.

​Il viaggio prosegue poi verso Riace il 27 febbraio, per incontrare Mimmo Lucano e riaffermare che un modello di accoglienza basato sulla dignità è possibile e necessario. Infine, il 28 febbraio a Reggio Calabria, la visita al cimitero di Armo e l’iniziativa Mare nMostrum servono a tirare le fila del viaggio e a rilanciare una mobilitazione internazionale che non accenna a spegnersi.

​Il ruolo del docufilm Cutro 94 e more: il cinema come testimonianza

​Uno dei pilastri narrativi di queste giornate è la proiezione del docufilm “Cutro, 94… and more”. Il titolo stesso è un’epigrafe: il numero 94 indica le vittime accertate del naufragio del caicco Summer Love, ma quel “and more” (e oltre) squarcia il velo sui dispersi mai identificati e sulla continuità di una strage che non si è mai fermata.

​L’opera trasforma la cronaca fredda in testimonianza pulsante. Attraverso interviste esclusive ai superstiti e ai familiari giunti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Siria, il documentario documenta la loro doppia lotta: quella contro il lutto e quella contro una burocrazia disumanizzante. Il film mette a nudo la discrepanza tra le promesse fatte dalla Presidenza del Consiglio nelle settimane successive alla strage e la realtà dei fatti, dove molte di quelle parole sono rimaste lettera morta. Vedere queste immagini a Crotone e Cutro significa confrontarsi con la verità nuda, lontano dalle narrazioni edulcorate della politica.

​Simboli di dignità: i lenzuoli bianchi e le richieste concrete

​Durante ogni tappa, saranno esposti i Lenzuoli della Memoria Migrante. Sono pagine bianche che diventano bandiere di dignità negata. Restituire un nome a chi è stato ridotto a statistica è il primo atto di resistenza contro la “barbarie”.

​La Rete 26 Febbraio e le Carovane avanzano richieste pragmatiche:

  • Procedure certe e degne per l’identificazione dei corpi.
  • Supporto psicologico continuativo ai familiari e ai superstiti.
  • Protocolli internazionali trasparenti per il rimpatrio delle salme.
  • Giustizia effettiva per accertare le responsabilità della catena di comando nei mancati soccorsi.

​Il grido delle famiglie: «Ci fa male la sensazione che vi siate dimenticati di noi»

​Il cuore pulsante di tutta l’iniziativa sono loro: i familiari. Le loro parole, riportate nei comunicati della Carovana, sono un atto d’accusa che non ammette repliche. Denunciano il vuoto delle promesse istituzionali e il dolore di sentirsi scivolare nell’oblio. «È difficile vivere senza giustizia», dicono, eppure tornano ogni anno con le unghie e con i denti per pretendere verità. La loro presenza trasforma la Carovana in un evento di testimonianza vivente, una ferita aperta che impedisce alla società civile di voltarsi dall’altra parte.

​La scor-data della bottega: un esercito disarmato contro l’ignoranza

​L’iniziativa trova casa naturale nel blog di Daniele Barbieri come una delle sue preziose scor-date. In un’epoca dominata dall’istantaneità, ricordare “a rovescio” — ovvero controcorrente rispetto alla narrazione ufficiale — diventa un dovere etico. La redazione della Bottega del Barbieri si definisce un disarmato esercituccio: non servono armi per combattere l’indifferenza, bastano la memoria, la condivisione di documenti come il libro “Un viaggio verso Cutro” e la volontà di non lasciare che la polvere del tempo copra le responsabilità.

​Il dovere di restare umani

​Il viaggio che attraversa la Calabria in questi giorni non è un evento isolato, ma una tappa di una lotta globale per la libertà di movimento e la dignità umana. Partecipare, ascoltare e diffondere questi contenuti significa riconoscere che il Mediterraneo non può restare un cimitero protetto dal silenzio.

​Rompere il silenzio su Cutro significa rompere il silenzio su ogni frontiera dove la vita umana viene considerata sacrificabile. Come ci ricorda la Carovana, l’obiettivo è costruire un orizzonte più ampio, intrecciando le voci delle madri di Tunisi con quelle di Crotone, in un unico fronte che si oppone alla barbarie e rivendica, con forza, il diritto di ogni essere umano a non essere dimenticato.

pH  Wikipedia

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