Di Carlo di Stanislao 

  • “La giustizia non è un affare di famiglia, né un’eredità che si trasmette per testamento; è un equilibrio fragilissimo tra il potere dello Stato e la libertà del cittadino, che ogni generazione deve imparare a difendere daccapo.”
  • — Piero Calamandrei

 

 

​In un’epoca dominata dalla politica dei simboli e dal marketing dei sentimenti, il dibattito pubblico italiano ha recentemente varcato una soglia insolita: quella della genealogia elettorale. L’ultimo “fantasma” evocato nei corridoi di Palazzo Chigi e tra i banchi della maggioranza è quello di Agostino Viviani, giurista di chiara fama, senatore socialista e, per un paradosso del destino che la cronaca politica adora cavalcare, nonno materno della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

​Il cortocircuito è servito su un piatto d’argento: una parte del centrodestra, nel tentativo di legittimare la riforma Nordio sulla separazione delle carriere, ha iniziato a brandire il pensiero di Viviani come un’arma contundente contro la nipote. L’accusa, sussurrata con malizia comunicativa, è quella di una coerenza familiare tradita. Secondo questa narrazione, Schlein dovrebbe votare a favore della riforma proprio in onore di quel nonno che di quella battaglia fu un pioniere. Ma dietro questa appropriazione culturale postuma si nasconde un’insidia che Giorgia Meloni, forse, non ha ancora del tutto calcolato: Agostino Viviani è un idolo che la destra celebra, ma che probabilmente non conosce affatto nella sua reale complessità.

​L’eredità di Agostino Viviani: un garantismo senza sconti

Agostino Viviani non era un comprimario della storia del diritto italiano. Presidente della Commissione Giustizia al Senato, fu un uomo che visse il socialismo come una missione di civiltà giuridica. Il suo garantismo non era uno scudo di convenienza per difendere i potenti di turno, ma una lancia spezzata per proteggere il cittadino comune dallo strapotere inquisitorio. Viviani sosteneva la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante quando farlo significava andare contro il sentire comune di gran parte della sinistra dell’epoca, ancora legata a una visione unitaria della magistratura come baluardo antifascista.

​Eppure, vedere oggi i sostenitori del governo Meloni ergerlo a “padre nobile” della propria riforma è un esercizio di equilibrismo storico notevole. Viviani era un laico intransigente, un uomo che vedeva nel diritto penale l’ultima extrema ratio e che guardava con sospetto a ogni espansione del potere punitivo dello Stato. Un profilo che mal si concilia con l’attuale stagione politica, caratterizzata da una proliferazione quasi ossessiva di nuovi reati e dall’inasprimento delle pene per ogni emergenza sociale percepita, dal decreto rave in poi. La sua era una battaglia per la libertà individuale contro lo Stato, non per la protezione del potere politico dalle inchieste.

​Perché il richiamo agli avi è una trappola retorica

​L’argomentazione dei sostenitori della riforma è tanto seducente quanto fallace: l’idea che se un antenato illustre sosteneva una tesi, i discendenti debbano seguirla per non incorrere nel peccato di incoerenza. Questo approccio, tuttavia, ignora deliberatamente la complessità del pensiero giuridico e la natura stessa della democrazia. In primo luogo, il contesto storico è mutato radicalmente. Le battaglie di Viviani nascevano in un’Italia che usciva da equilibri di potere post-bellici ancora rigidi; applicare oggi le sue tesi senza considerare l’evoluzione della magistratura e il rischio attuale di un controllo dell’esecutivo sul Pubblico Ministero è un anacronismo pericoloso.

​In secondo luogo, ridurre Elly Schlein a una mera esecutrice di lasciti intellettuali altrui è una forma di paternalismo politico che non rende onore né alla sua autonomia di leader, né alla memoria di un uomo che faceva del libero pensiero il proprio vessillo. Infine, c’è la questione della coerenza: la destra sta cercando “eroi socialisti” da contrapporre alla “sinistra radical-chic” per creare una narrazione di rottura, ma si tratta di un colpo di comunicazione che non regge alla prova dei codici. La separazione delle carriere per Viviani serviva a rendere il giudice “terzo”, non a rendere il PM “prigioniero” della politica o del sorteggio.

​Il divario tecnico: la visione di Viviani contro la Riforma Nordio

​Scendendo nel dettaglio, il fossato tra il pensiero di Viviani e il progetto Nordio si allarga ulteriormente. Mentre Viviani voleva la separazione per elevare la dignità del processo, la riforma attuale introduce elementi che il giurista socialista avrebbe probabilmente guardato con estremo scetticismo. Uno dei punti di rottura più evidenti riguarda lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura. La creazione di due organi di governo distinti e, soprattutto, l’introduzione del sorteggio per la scelta dei loro membri, rappresentano una risposta meccanica e quasi “lotteristica” alla crisi delle correnti. Viviani, cultore della competenza e della responsabilità, difficilmente avrebbe accettato una giustizia affidata al caso.

​Inoltre, la separazione attuale rischia di recidere il legame del Pubblico Ministero con la cultura della giurisdizione, trasformandolo in un corpo isolato e, per questo, più vulnerabile alle pressioni della politica. Se il PM smette di condividere lo stesso percorso formativo e lo stesso organo di governo del giudice, la sua evoluzione naturale in molti ordinamenti è quella di diventare un braccio armato del potere esecutivo. Viviani, da fiero oppositore di ogni autoritarismo, avrebbe probabilmente inorridito all’idea di un’accusa gerarchicamente legata al governo, anche solo indirettamente.

​L’ombra sulla lotta alla corruzione

​Un aspetto cruciale, e spesso sottovalutato, riguarda l’impatto della riforma sui reati di corruzione e contro la Pubblica Amministrazione. Nel sistema attuale, l’indipendenza del PM garantisce che le indagini possano colpire i centri di potere senza interferenze dirette. Con la separazione delle carriere e l’indebolimento del CSM, il rischio è che l’azione penale sui reati “colletti bianchi” diventi più timida. Se il PM deve rispondere a una carriera separata, soggetta a logiche di nomina più vicine alla politica, i grandi processi per corruzione potrebbero subire rallentamenti o veti occulti. La forza del sistema italiano è stata finora la capacità di indagare trasversalmente; separare le carriere senza blindare l’indipendenza rischia di creare una giustizia forte con i deboli e debole con i forti.

​Modelli a confronto: Francia, Stati Uniti e l’eccezione italiana

​Per comprendere appieno la posta in gioco, è utile guardare oltre confine, anche se spesso i paragoni della politica sono impropri. In Francia, le carriere sono separate ma il Pubblico Ministero è gerarchicamente dipendente dal Ministero della Giustizia. Questo modello garantisce efficienza ma espone la magistratura a critiche costanti sulla sua reale autonomia dal potere politico. Negli Stati Uniti, il sistema è radicalmente diverso: il PM è spesso una figura elettiva o di nomina politica. Tuttavia, quel modello si inserisce in una cultura giuridica millenaria di common law dove il giudice ha poteri vastissimi e il processo è un duello tra parti contrapposte davanti a una giuria popolare.

​L’Italia, con la riforma Nordio, rischia di creare un ibrido pericoloso: un sistema di civil law (dove la legge è scritta e codificata) ma con un PM separato e un CSM indebolito. Non avremmo né la gerarchia trasparente del modello francese, né il contrappeso della giuria americana. Avremmo un PM potente ma isolato, esposto alle correnti e alla lottizzazione politica.

​Le obiezioni della magistratura e il rischio per l’azione penale

​In questo scenario, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha sollevato un muro di critiche che colpiscono i pilastri del progetto governativo. Le toghe avvertono che lo sdoppiamento del CSM è un modo per indebolire l’indipendenza dell’organo di autogoverno. Il timore più grande è la fine dell’effettiva obbligatorietà dell’azione penale. Se il PM diventa un corpo separato, la scelta di quali reati perseguire diventerà una scelta di opportunità. Si passerebbe dall’obbligo di perseguire ogni reato alla discrezionalità di perseguire solo ciò che il governo ritiene prioritario, rompendo il principio fondamentale di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

​Un voto per il presente e non per il passato

​Il referendum sulla giustizia che attende il Paese non è un test del DNA né una seduta spiritica. Non ci verrà chiesto di onorare gli antenati, ma di decidere se l’architettura democratica della nostra Repubblica sia più solida con o senza i cambiamenti proposti. Chi vota No lo fa spesso per proteggere l’indipendenza della magistratura da una riforma percepita come punitiva e non per mancanza di rispetto verso le radici garantiste del socialismo italiano.

​Sarebbe opportuno che la propaganda elettorale mettesse da parte gli album di famiglia: la politica si fa con i testi legislativi e la visione del futuro, non con la riesumazione strumentale di figure gloriose usate a mo’ di clava. Elly Schlein ha il diritto di guardare alla realtà del 2026, e i cittadini hanno il diritto di discutere di codici senza il peso di fantasmi evocati per fini di consenso. La giustizia è un tema troppo serio per essere ridotto a una saga familiare. Lasciamo che i morti riposino in pace e che i vivi discutano di diritto, perché la democrazia si nutre di argomenti, non di alberi genealogici.

pH Wikipedia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.