Di Carlo di Stanislao 

​”Il tradimento non è mai un atto isolato; è il riflesso di un’ambizione che ha smarrito la strada della lealtà.” Questa massima di Niccolò Machiavelli sembra risuonare tra i corridoi di Saxa Rubra come il rintocco di una campana a morto. In Rai, l’uscita di scena non è quasi mai un semplice atto burocratico o una firma su una lettera di dimissioni; è una liturgia complessa, carica di simbolismi e messaggi cifrati. Paolo Petrecca, ormai ex direttore di Rai Sport, ha scelto di trasformare il suo addio in una vera e propria parabola biblica, mescolando il sacro del testo evangelico con il profano della politica televisiva, in un mix che oscilla pericolosamente tra il dramma shakespeariano e lo sfogo compulsivo sui social media.

​Appena le agenzie di stampa hanno battuto la notizia ufficiale della sua uscita, Petrecca non si è affidato a un comunicato asciutto o a un ringraziamento formale ai suoi collaboratori. Ha scelto invece di citare il Vangelo di Matteo, richiamando l’immagine potente dell’Ultima Cena attraverso il dipinto di Guido Reni. Il riferimento ai versetti 26, 20-29 è un atto di accusa plateale: è il momento in cui Cristo annuncia il tradimento imminente da parte di uno dei suoi apostoli. Con questo gesto, l’ex direttore ha trasformato una vicenda professionale in un martirio pubblico, suggerendo che la sua caduta non sia figlia di demeriti tecnici, ma di un complotto ordito da chi gli era più vicino.

​Il naufragio tecnico sulle nevi di Milano-Cortina

​Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, bisogna guardare ai fatti concreti che hanno segnato il destino di Petrecca. Sebbene fosse considerato il volto della “nuova Rai” di stampo meloniano, il suo declino non è iniziato nei palazzi della politica romana, ma si è consumato sotto i riflettori globali di Milano-Cortina 2026. Il punto di non ritorno è stata la gestione della cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici Invernali presso lo stadio di San Siro.

​Petrecca ha commesso l’errore fatale di auto-assegnarsi la conduzione principale dell’evento, scavalcando i giornalisti esperti della redazione. Quella che doveva essere la sua consacrazione si è trasformata in un disastro comunicativo: scambiare San Siro per lo Stadio Olimpico, mostrare incertezze nel riconoscere le autorità in tribuna e ignorare i riferimenti culturali e artistici della serata ha generato un’ondata di critiche feroci. Non è stata solo una questione di “gaffe” televisive, ma di una percepita inadeguatezza tecnica che ha messo in imbarazzo il servizio pubblico davanti a milioni di telespettatori. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi, un tempo suo principale sponsor, ha dovuto vestire i panni del pragmatista: la Rai non poteva permettersi un simile danno d’immagine durante l’evento sportivo più importante del decennio per l’Italia.

​La caccia al Giuda nei corridoi di Saxa Rubra

​Il post di Petrecca ha scatenato un vero e proprio “toto-traditore”. In un ambiente dove le alleanze cambiano con la velocità del vento politico, l’accusa di tradimento è diventata un proiettile vagante diretto verso tre bersagli principali. Il primo è lo stesso Giampaolo Rossi, il “grande protettore” che avrebbe deciso di scaricarlo per placare le polemiche in commissione di Vigilanza. Sentirsi abbandonati dal proprio vertice, per chi ha fatto della fedeltà politica una bandiera, rappresenta il tradimento supremo.

​Il secondo sospettato, agli occhi dei fedelissimi di Petrecca, è Marco Lollobrigida, il successore designato che ha preso immediatamente le redini della testata. Nel gioco del potere, chi eredita le spoglie del caduto viene spesso dipinto come un usurpatore, specialmente se il passaggio di consegne avviene in tempi così rapidi. Infine, c’è la redazione stessa di Rai Sport: un corpo giornalistico che aveva già sfiduciato Petrecca due volte e che, dopo il flop olimpico, ha proclamato uno sciopero delle firme senza precedenti, rendendo la sua permanenza insostenibile.

​Il difficile compito di Marco Lollobrigida e il futuro della testata

​Ora il compito di ricostruire spetta a Marco Lollobrigida. La sua strategia di reggenza si sta concentrando su una parola d’ordine: normalizzazione. Per ricucire i rapporti con una redazione ferita e in rivolta, il nuovo responsabile ha scelto la via del dialogo e del ritorno alla competenza tecnica. Ha immediatamente rimosso la figura del “direttore-protagonista” dalla cabina di commento, restituendo il microfono alle voci storiche dello sport italiano.

​Lollobrigida sta agendo come un mediatore, cercando di abbassare i toni e di riportare l’attenzione sui contenuti editoriali piuttosto che sulle beghe interne. Tuttavia, l’ombra del passato resta lunga. Il caso Petrecca ha dimostrato che l’appartenenza politica, se da un lato garantisce una scalata vertiginosa verso i vertici, dall’altro non offre alcun paracadute quando la qualità del prodotto giornalistico viene meno. La cosiddetta “melonizzazione” della Rai ha trovato in questa vicenda un paradosso amaro: è stato proprio il sistema che lo ha creato a rigettarlo una volta diventato un peso d’immagine troppo oneroso.

​Le ferite lasciate da questa “Ultima Cena” televisiva rimangono aperte. L’uso della mistica biblica per commentare una rimozione dirigenziale indica quanto sia diventato profondo il solco tra la missione del servizio pubblico e la personalizzazione dei ruoli. Mentre Rai Sport tenta di ritrovare la sua bussola tecnica sotto la guida di Lollobrigida, resta nell’aria il messaggio finale di Petrecca: una sfida lanciata a chi resta, un “so chi siete” che promette di influenzare ancora a lungo gli equilibri di Viale Mazzini.

pH Pixabay senza royalty

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